Il canneto di Eridu

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Almanacco, LXXXV

Ottantacinquesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
3 maggio 2013

Il 3 maggio del 1998 Helmut Kohl e Jacques Chirac firmano l’accordo sulla nomina del presidente della BCE. Quattro anni più tardi, il 3 maggio del 2002, l’euro diventa la moneta ufficiale di quella che verrà ribattezzata “Eurolandia”, o “Eurozona”. I paesi aderenti alla valuta unica in quel momento sono: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Grecia (aderente dal 2001). In seguito entrano Slovenia, Cipro e Malta.
Lo so, lo so che l’euro adesso non va di moda, che la politica gode nel trovare un capro espiatorio (che non sia la politica stessa) e ci ha indicato la moneta unica come unico responsabile. Ma non voglio rinunciare all’idea di un’unica unità di conto monetaria per tutta l’Europa. E quindi una qualche soluzione bisognerà trovarla. Nel frattempo, auguri, cari auguri, euro. E in culo a quella stronza della lira che sta gufando nell’ombra.

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Almanacco, LXXVI

Settantaseiesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
2 aprile 2013

Ho volutamente saltato Pasqua e Pasquetta, e il relativo primo di aprile. Vi ho riparmiato il pesce del canneto: del resto, vivendo in acqua ferma, in genere è pesce grasso e poco saporito, meglio quello di mare aperto. Di mare al largo delle acque internazionali. O appena dentro. O nella fascia di rispetto. Beh, insomma, ci siamo capiti. Tra l’altro con questo balzo vi ho risparmiato le mie considerazioni sulla manovra dei “dieci saggi” del nostro Presidente, manovra che ha l’indiscusso merito di vulnerare mortalmente il termine “saggi”, che non verrà mai più usato nel suo proprio senso ma in altri variamente dispregiativi.

Salto così al 2 di aprile, oggi, ma nel 568 d.C., quando si avvia un’impresa che cambierà molto il Belpaese, dal punto di vista del diritto, dell’architettura, della toponomastica. I longobardi (una stirpe germanica originaria della Scania e di ceppo religioso probabilmente seguace della primitiva stirpe divina dei Vani, ma parzialmente cristianizzati durante una fase stanziale in Pannonia), guidati dal re Alboino (sì, proprio quello di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno), scendono dalle Alpi friulane, lanciati in un’impresa che da ben prima di allora, e fino ad oggi, tutte le stirpi germaniche hanno sempre, in fondo, voluto realizzare: la conquista dell’Italia.

Si creò così uno strato dominante germanico su una base sociale latina, a formare un nuovo tipo di civiltà, secondo uno schema non del tutto dissimile da quello di 2500 anni prima attuato, per esempio, dagli Hittiti sul popolo stanziale dell’Asia minore dei proto-Hatti, in cui il nome del regno e le sue strutture derivarono dall’etnia dominante hittita, mentre la gran parte della popolazione era di matrice autoctona (forse risalente ancora al sostrato neolitico di Çatal Höyük, per dire), così come accadde ad esempio nel regno hurrita di Mitanni. Il fatto che spesso questa etnia dominante sia nomadica e di matrice indoeuropea non dovrebbe trarre in inganno verso teorie germanocentriche, visto che, come spesso accade, la storia è composta da cicli, e i germani si infiltrarono nell’impero romano presi a rumorosi calci in culo dagli unni e da altre stirpi mongoliche…

#31. Corte.

Campionato europeo di calcio, c’è di mezzo una partita dell’Italia. E partono gli inni.

Da che mondo e mondo gli inni nazionali sono uno dei momenti più emozionanti degli eventi sportivi. Il doppio inno tedesco e italiano che accompagnava le vittorie di Schumacher è stato il leit-motiv di un’epoca. Gli occhi lucidi dei campioni olimpici quando parte la musica che ti ricorda che una nazione esulta con te, e che una vita di sacrifici e allenamenti ti ha appena ripagato di tutti gli sforzi che ci hai buttato.

E il bello di sentire la maestosità dell’inno tedesco che porta la Germania sopra tutto, la nobiltà di quello inglese che parla di Dio e Regina, la popolarità della marsigliese che invoca il popolo contro la tirannia. E devo dire che è bello anche l’inno spagnolo. Sono dei precisini della fungia, ma hanno un gran bell’inno. C’è poi da dire che il crollo del comunismo ha cancellato uno dei miei inni preferiti, quello della vecchia DDR, la Germania est. E ha modificato il testo (che peraltro mi è oscuro) del mio inno preferito in assoluto, quello dell’URSS – ora della Russia. E poi c’è l’inno statunitense, che conosciamo tutti ed è bello. E molto americano.

E le pagine oscure, quando andava di moda da parte di cialtroni di ogni luogo del mondo fischiare gli inni altrui. Una merdata passata di moda, grazie agli dei di ogni ordine e grado. Era ora.
Purtroppo, però, è stata sostituita da un’altra moda, percepita peraltro come particolarmente edificante e patriottica. Sto parlando dei calciatori che cantano a squarciagola l’inno nazionale. Stonandolo. Storpiandolo. Stuprandolo. E danneggiando in primo luogo il mio udito, e in secondo luogo il mio godimento degli inni a inizio partita, parte integrante del più generale godimento che mi spinge a guardare una partita di calcio.

Campionato europeo di calcio, dicevamo. C’è di mezzo una partita dell’Italia, dicevamo. E c’è che stavolta sì, li vedo carichi, determinati, li vedo cantare l’inno con la veemenza di chi vuole entrare in campo e spaccare tutto. E per un attimo dimentico le loro voci ignobili, e l’ignobile idea che lo spettatore desideri ascoltarle e non preferisca vedere le immagini dei giocatori con la voce di tutto lo stadio che canta, molto epica e maestosa. Me ne dimentico.
Ma a un certo punto, eccolo lì. Già l’inno di Mameli non ha un testo degno della nostra letteratura millenaria, e vabbhè. Già la voce e l’andare a tempo sono indecorosi. Ecco la faccia di Buffon, che dal goal di Muntari in poi mi ispira la stessa simpatia di un centopiedi che mi cammina sulla spalla. Ma poi lo vedo, lo sento. Scandisce ben bene. «Stringiamoci a corte». «Stringiamoci a corte». Vaffanculo, a corte.

A corte un cazzo.

Anche se l’etimo è comune a “corte”, la pedantuccia retorica mameliana de “Il Canto degli italiani” parla di coorte. “Stringiam’ci a coorte”. Coorte. Un’unità militare. Mettiamoci gli uni accanto agli altri, armati, uniti, per liberare/difendere il nostro paese che ci chiama. Non è “stringiamoci a corte”, del tipo «uè ci sta un casino di gente a ‘sta festa, venite stiamo più stretti che magari riusciamo a pigliarci ‘na tartina anche noi».

E sì che non è così difficile. Prendi una “o”, la togli da “stringiamoci” e la metti in mezzo a “corte”, facendo “coorte”. Ecco fatto. Semplice semplice. Che cazzo ci vuole? CHECCAZZOCIVUOLE? Prendi tredici fottutiliardi di soldi all’anno, anche se il tempo è denaro puoi comunque permetterti di sprecare 4 minuti di merda per cercare il testo su internet e leggertelo, prima di giocare alla playstation?

Ora, vi chiederete giustamente: «Come mai ti viene in mente adesso, che gli europei sono passati da mo, archiviati nel cassetto delle sconfitte umilianti, e invece ci aspettano le Olimpiadi, dove in genere nessuno canta e ti potrai godere l’inno in santa pace? Donde ti proviene tutto sto livore?».
Il livore non proviene da nessuna parte, aleggia nell’aria. E tutto questo vasto cappello introduttivo mi sembrava l’ideale per un post che non parlerà assolutamente di calcio, di inni nazionali, di musica, di nazioni.

Infatti qualche giorno fa il buon TalaMax mi ha richiesto un post a tematica arturiana. E io che in quella tematica sguazzo come un porco nel fango non volevo certo tirarmi indietro. Èpperòvero che non sapevo di quale argomento di preciso parlare, e ho pensato di dedicare un pezzo ai cavalieri meno noti di Artù, a tutti quei personaggi, cioè, che pur comparendo in tutti i testi arturiani hanno raramente l’occasione di passare dal ruolo di scenografia al centro della scena. I gregari, i porta-acqua. La corte. E lì m’è venuto in mente dell’inno.

Cominciamo col dire che non parleremo di Artù e Ginevra, né di Lancillotto, Galvano, Tristano e Isotta. Di questo blocco di personaggi avremo modo di discutere prestissimo, in un altro post che sto già maturando. E nemmeno del gruppo del Graal: di Parsifal, Galaad e Bohors non è un gran divertimento discutere, in fondo. E neppure degli antagonisti, che i cattivi in genere durano una storia e fanno una brutta fine, e pochi sono davvero interessanti, a parte Meleagant il Fellone. Di cui parleremo, con Lancillotto e compagnia, oh sì. E qui non parleremo nemmeno del numerosissimo e folto sottobosco di grandi cavalieri ed eroi invincibili che sono in genere protagonisti di un solo romanzo, personaggi esaltati e spesso inventati dall’autore (e non frutto di tradizioni antecedenti) che in genere si confrontano – e sconfiggono, o più spesso pareggiano – con i più importanti cavalieri della tradizione (i succitati Lancillotto, Galvano, Tristano) utilizzati come paragone per misurare il valore del giovane protagonista. Del tipo “è inutile che ti dica quanto è fico Giantomassino, ti basti sapere che financo Lancillotto quando si è misurato con lui ha riconosciuto il suo valore e ha chiuso lo scontro con un onorevole pareggio”.

A questo punto, stabilito chi no, vediamo chi sì.

Keu il Siniscalco. Personaggio fisso della corte, compare quanto Artù, Ginevra e Galvano, e come loro fa parte della famiglia reale. Per sapere chi è occorre ricordarsi dell’origine di Artù, che appena nato viene consegnato a Merlino e da questi fatto allevare da un fedele vassallo, Antor, che fa affidare il figlio a una balia perché Artù abbia il latte della moglie (era credenza che con il latte si trasmettessero qualità, un po’ come i midichlorian per la forza). Quando Artù arriva alla famosa impresa della Spada nella Roccia e diviene Re, Antor racconta ad Artù che è figlio adottivo e che per allevare lui ha fatto allattare il suo vero figlio da una balia, e forse anche per questo è un cazzone avariato. Quindi Artù dovrebbe tenere il figlio di Antor, Keu, con sé, e perdonarlo se non è degno di corte. Artù che è personcina riconoscente e a modo si mette quindi in casa, come siniscalco, il fratello adottivo, un ciarlatano che fa il buzzurro con tutti (non gli è propria la cortesia e fa il grande con i pezzenti, e insulta i nuovi arrivati) ma non vince mai uno scontro (da che io mi ricordi, finisce sempre col culo in terra). Ma che se non altro è spesso buona spalla comica per stemperare i momenti di tensione, è sempre fedele al re e in fondo a volte è anche commovente per come ce la mette tutta.

Sagremor l’Impetuoso. Citato alternativamente come del casato del Re d’Ungheria, o dell’Imperatore di Costantinopoli, è un nobile giovane cavaliere quando arriva a Camelot attirato dalle voci delle imprese di Re Artù, e si pone al suo servizio. Viene subito battezzato “il morto di fame” da Keu perché, a causa di una malattia, se si mette a combattere o fare grandi sforzi senza aver mangiato, sviene. Da questo appellativo deriva grande onta a Keu, e Sagremor viene ribattezzato “l’Impetuoso” per l’ardore in battaglia. Prende parte a tutte le avventure di gruppo dei cavalieri.

Lucano il Coppiere. Personaggio sempre presente, fratello di Sir Bedivere. È uno dei due sopravvissuti – con Giflet – allo scontro finale tra le schiere di Artù e quelle di Mordred a Camlann (Salesberies, Salisbury, a seconda della compilazione). Alla fine della battaglia incontra Artù mortalmente ferito, e questi, felice finalmente di incontrare un suo cavaliere in vita, lo abbraccia, ma la stretta di Artù è fatale a Lucano. È davvero uno degli episodi più singolari della fase finale della vicenda, e probabilmente si è perso il significato di qualche allegoria nascosta nella vicenda.

Giflet figlio di Do. Cavaliere sempre presente della corte, è l’altro sopravvissuto allo “scontro finale”. Dopo la morte di Lucano, Artù gli ordina di gettare la sua spada nel lago. Dopo un paio di tentativi in cui ritorna fingendo di averlo fatto, e un paio di volte in cui Artù lo sgama, obbedisce al re e getta la spada, che viene afferrata al volo da un braccio emerso dal lago. Poi vede arrivare una barca, con a bordo Morgana, che porta via il re. I tempi mitici sono finiti, Giflet entra in monastero e morirà di lì a breve.
Secondo alcuni studiosi sarebbe da identificare con Jaufré figlio di Dovon, protagonista di quello che è probabilmente l’unico romanzo arturiano in lingua occitanica.

Sir Bedivere. Conestabile. Per Sir Thomas Malory è lui il sopravvissuto alla battaglia finale che riporta la spada di Artù alla Dama del Lago.

Dodinel il Selvaggio. Inizialmente un uomo abitante in una regione lontana, nei boschi, che vive una sorta di era antica-mitica, come accade a Perceval, ma anche ad esempio a Enkidu, diviene poi un cavaliere della Tavola Rotonda, presente stabilmente nelle avventure di gruppo come quella della Dolorosa Guardia.

A questi personaggi, che sono la corte in senso stretto, potremmo poi aggiungere i fratelli di Galvano (che vanno a completare quello che potremmo definire il clan familiare di Artù, essendo imparentati, visto che la loro madre è sorella di Artù, e visto che sono quelli che gli saranno fedeli nella fase finale della vicenda). Il migliore è di certo Gareth/Gueheriet, uno dei migliori cavalieri della Tavola Rotonda e involontariamente quello che darà il via al suo definitivo e tragico disfacimento. Poi abbiamo Gaheris/Guerrehet, il classico anonimo, e infine Agravain, colui che darà inizio, volontariamete, alla sciagura della guerra tra i cavalieri.

E poi i loro cugini, Ivano il Grande e il fratellastro Ivano il Bastardo.
Ivano il Grande, figlio di Urien, secondo a corte al solo Galvano per valore, e anche per linea di successione al trono (che cito anche se non sarebbe questo il suo posto, avendo alcune opere a lui dedicate tra i quali di certo non da ultimo viene il bellissimo romanzo “Ivano o il cavaliere del leone” di Chrétien de Troyes), cavaliere valentissimo e cortese, che vorrebbe passare più tempo con l’amica Laudine ma viene da Galvano spesso trascinato di avventura in avventura. Al primo Ivano, tra l’altro, è facile attribuire collegamente con un personaggio storico, Owein, figlio di Urien (anch’egli personaggio storico) presente nei racconti gallesi del Mabinogion. A uno dei due Ivano, alternativamente a seconda della fonte, è attribuito il compito di farmi venire il magone ogni volta che leggo la vicenda della sua morte per mano di Galvano al ritorno dalla cerca del Graal.

All’opposto del clan di Artù c’è il clan dei francesi, composto da Lancillotto e dai membri del suo lignaggio, provenienti dalla Bretagna. Tra questi l’impavido e tumultuoso Lionello dal cuore senza freni, un simpatico e valoroso cazzone da prima mischia, ed Estor delle Paludi / Ettore di Marès, fratellastro di Lancillotto.

A chi desiderasse provare il sapore della letteratura arturiana per la prima volta, non posso che consigliare “I romanzi della Tavola Rotonda”. Si tratta di un ottimo lavoro curato dal medievalista e scrittore francese Jacques Boulenger. Una riedizione del corposo ciclo vulgato in prosa francese del Duecento, sfrondandolo di rami secchi e contraddizioni, riproponendolo “tradotto” in una lingua più moderna ancorché con un certo sapore arcaico. In italiano, pubblicato negli Oscar Mondadori, è preceduto da un saggio ad opera di Gabriella Agrati e Maria Letizia Maggini che permette di capire quanto elaborato e stratificato è il sostrato mitico e letterario delle storie arturiane.

Nello scrivere questo post mi sono avvalso dell’aiuto del “Dizionario del ciclo di Re Artù” di Carlos Alvar, indispensabile carta nautica del mare arturiano.

Nel post ho citato i seguenti testi:
Thomas Malory, “Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri”, 2 voll., in Oscar Mondadori
Chrétien de Troyes, “Ivano o il cavaliere del leone”, in “Romanzi cortesi”, 5 voll., in Oscar Mondadori
“Jaufre”, a cura di C. Lee, in Biblioteca Medievale Carocci.

#19. Unioni.

Qual è il parassita più resistente? Un batterio? Un virus? Una tenia intestinale? […] Un’idea. Resistente, altamente contagiosa. Una volta che un’idea si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla. Un’idea pienamente formata, pienamente compresa si avvinghia, qui da qualche parte.”
[Dom Cobb / Leonardo Di Caprio, in Inception]

Premetto che l’idea di un’unione politica dell’Europa mi è stato impiantato fin dai tempi delle elementari. Avevo una maestra anziana, una donna d’altri tempi, che con la mia classe ha chiuso la sua carriera. Questa donna di ferro ha vissuto la guerra, ha vissuto il tentato suicidio dell’Europa. Aveva un fratello giornalista a Bruxelles che le inviava un sacco di materiale, tra cui adesivi dell’Unione, e ricordo che vissi quasi come una vittoria l’ingresso nell’allora CEE di Spagna e Portogallo, nel 1986, per quella che diventò l’Europa dei 12. Anche perché ho sempre percepito che quella era la strada giusta per due obiettivi: 1) mai più guerre sul suolo europeo; 2) più peso nel mondo, per spezzare la logica della guerra fredda e della paura dell’inverno nucleare.

Anche se ho avuto momenti di alti e bassi, e un calo di intensità di questo amore europeista negli anni del crollo del dualismo USA-URSS e della rinascita delle ideologie iper-secessioniste in tutta Europa (sulle ali della libertà delle repubbliche baltiche, per esempio), devo dire che in fondo sono europeista da sempre.

Ho esultato nel 92, ho esultato per Maastricht, per Schengen. E sono stato felice fin quasi alle lacrime per l’Euro. Se c’è una sola moneta, ci sarà presto un solo stato, mi dicevo, stolto che non ero altro. Anzi, illuso. Illuso che i popoli della civilissima Europa avessero capito che la divisione porta conflitto, che l’unione dovuta alla sopraffazione porta rivolte, e che invece la condivisione democratica di diritti e doveri porta lontano, lontanissimo, alle stelle. Ero convinto che i passi sarebbero doverosamente seguiti, uno in fila all’altro, da Comunità Economica Europea a Unione Europea, e da Unione Europea ad Europa.

Ero un illuso, non uno stolto. Stolti sono stati i politici europei, che hanno seguito le paure dei loro popoli, o le hanno sfruttate, per una fetta di torta in più. Invece di dipanarle, di spiegare ai popoli cos’è l’Europa. Più facile accusarla dei problemi che riconoscerle i meriti. Più facile affossare il progetto di Costituzione per il mancato inserimento di radici religiose o per non voler “cedere sovranità”. Che è poi una stoltaggine impressionante, perché non si cede una sovranità a qualcun altro, dacché si eleggerebbero gli organismi europei, e quindi si continuerebbe a votare chi poi gestisce quella sovranità.

Un dubbio, però, mi è venuto.
Di fronte alla critica sulle troppe differenze tra gli stati per poterli unire, un dubbio mi è venuto. Di fronte all’ingresso nell’Unione di un sacco di stati prima che l’Unione facesse grossi passi avanti verso l’unificazione dei sistemi economici, legislativi, giudiziari, sociali, prima dell’unificazione della diplomazia e della difesa.

Il dubbio è: è meglio procedere con un’Unione in tantissimi, cercando di andare tutti d’accordo da zero, oppure procedere attraverso Unioni successive?

Non sarebbe stato meglio per esempio che Belgio, Olanda e Lussemburgo si unissero in un unico stato per parlare con un’unica voce e un unico rappresentante? E Spagna e Portogallo? Germania e Austria? Paesi centroeuropei? Repubbliche baltiche? Scandinavia?

E quale sarebbe stata la pre-unione ideale per la nostra Italia?

Ora, lo so, mi prenderete per pazzo. Ma io credo che il nostro partner ideale siano i tradizionalmente e scambievolmente odiati cugini transalpini. Vuoi per la bandiera simile, vuoi per la maglia della nazionale simile…
Ma soprattutto perché siamo due popoli neolatini, e straordinariamente più affini di quanto entrambi desiderebbero ammettere. Non credo sia un caso se Italia e Francia sono entrambe celeberrime nel mondo per la moda, l’arte, per i vini, i formaggi e la cucina in genere. È perché ci piacciono le stesse cose, siamo originali, fantasiosi, sappiamo vivere bene e abbiamo stile. Tutte cose che ci differenziano dai tedeschi, per esempio, e che renderebbero più facile un’unione coll’Oltralpe. Spesso abbiamo avuto interessi in conflitto: la sponda meridionale del Mediterraneo, per esempio, e il ruolo di paese di spicco nel campo dello spazio (la Francia gestisce le basi di lancio dell’ESA a Kourou, in Guyana; l’Italia è stato il terzo paese dopo russi e americani a mandare satelliti in orbita, e ha prodotto la maggior parte delle parti abitabili della ISS).
Francia e Italia hanno straordinarie similitudini anche in altri campi: hanno isole di lingue diverse dalla madrepatria (Corsica e Sardegna) che pure sono parti fondamentali e importanti dei rispettivi stati. Italia e Francia sono state sedi imperiali (romano e franco) e papali (Roma e Avignone).
E hanno anche problemi simili: hanno le macchine burocratiche statali più grosse e invasive d’Europa, e le mafie celebri (siciliani e marsigliesi sono personaggi stereotipati dei film di gangster americani).
Hanno porti importanti sul Mediterraneo.
Hanno le due corse ciclistiche a tappe più importanti, e i circuiti automobilistici più storici.
E l’Abbagnato è étoile a Parigi. E la Fennech è stata abbastanza stellazza in Italia…

E in fondo abbiamo mire di grandeur militare eccessive per i nostri bisogni, se consideriamo che siamo i due paesi rispettivamente con la portaerei più grossa (la Francia) e con più portaerei (l’Italia) d’Europa.

Troppe le similitudini per non riconoscerci, e capire che forse è più facile unirsi tra noi in primis, per poi ridurre le differenze con popoli più lontani come i germanici o gli scandinavi.

Forse è davvero tempo che ci unisca qualcosa di più di una controversa ferrovia, o qualche coppia celebre (Sarkozy-Bruni, Cassel-Bellucci, Accorsi-Casta… per dire, francesi e italiani forse già si piacciono in fondo).

E ho anche già una doppia capitale pronta.

Aosta, città italiana ma bilingue e autonoma, città di montagna tra le vette più alte del continente, e vicino al tunnel più celebre. Città in cui i politici possono concentrarsi sulle prospettive più alte, senza le distrazioni della Ville Lumière o della Dolce Vita.

E Nizza, per gli orizzonti marini e mediterranei. Città francese ma che fu italiana e diede i natali a Garibaldi, e tramite la cui cessione ai transalpini si diede il via all’unificazione italiana.

Troppo tardi per una strada europeista a blocchi. Ormai è stata seguita un’altra strada. Ma chissà se sarebbe andata meglio così.

Vive l’Italie, evviva la Francia!

Nota: secondo post nato da un input, stavolta dal Foggio, che mi ha esortato a spiegare più dettagliatamente un provocatorio messaggio che ho lanciato su un social network.

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