Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

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#56. Zampe.

Un amico scrittore, una volta, scrisse in un forum: “Preferisco quando i gatti non tornano”. Si riferiva al fatto che piuttosto che vederli morire preferiva immaginarli lontani. Preferiva pensare sempre che da un momento all’altro, girando per la città, avrebbe potuto fare capolino da un angolo il crapone di un suo vecchio gatto scomparso da tempo, dopo aver vissuto chissà quali avventure.

E io gli risposi che, al contrario, preferisco quando tornano. Quando tornano, quando muoiono in casa. Perché un gatto che non torna, in realtà, il più delle volte vede l’asfalto da troppo pochi centimetri di distanza, e sente odore di sangue, e male ai denti, e odore di benzina. E sente un rumore assordante, e vede le luci rosse di un’auto che se ne va. E ha sempre più freddo, e non ha una carezza, e nessuno a fargli compagnia prima dell’ultimo viaggio. Non ha il suo cuscino, la sua ciotola, né quello strano animale scodinzolante che a volte gli fa paura ma non gli ha mai fatto del male, e che lui a volte si diverte a torturare.
E ha paura, non sa perché ma ha paura. Una fottuta paura.

E non è che la mia immaginazione non sia in grado di inventare avventure e strade da esplorare e gatti randagi da sopraffare. Ci riesco. Ma non mi convinco, e vedo l’asfalto. E sento l’odore delle gomme.
Quindi sì, preferisco quando tornano, e preferisco prendermi la mia parte di dolore per un piccolo compagno di viaggio con le zampe.

Ho cani. Ho un gatto. Ho un furetto. E ho avuto contatti con i criceti (la mia compagna li ha avuti per anni, l’ultimo ci ha lasciati oggi, ciao Pico!). Gli animali domestici hanno da tanti anni un ruolo non trascurabile nella mia vita. Con questo non voglio dire che sono uno di quei cazzoni che trattano gli animali come figli e le persone come animali. Non chiamerò mai un chihuahua Fifì e non gli comprerò un cappottino da trecentottanta euro. Ma mi piace avere gente intorno, e allo stesso modo mi piace avere animali intorno.

E quindi ho un occhio di riguardo per gli animali domestici nei film e nei racconti, nella letteratura e nella leggenda, nella storia. Esercitano in me sempre un certo fascino. Mi commuovo sempre con la storia del falcone di Federigo degli Alberighi, nel Decamerone. E trovo sempre esaltante la vicenda dell’animale “domestico” di Ivano, nientemeno che un leone.
E anche nella fiaba popolare, il gatto con gli stivali ha sempre goduto dei miei favori.
E non parliamo di Jack London! Anzi, no, parliamone, perché Zanna Bianca e Buck sono personaggi che sanno dare emozioni fortissime. Fortissime.

E mi piaceva assai Pip, serpente volante di Flinx del Commonwealth galattico, saga di fantascienza di Alan Dean Foster.

Passando poi alla cinematografia, che dire dei quattro bassotti per un danese del film Disney? E il gatto venuto dallo spazio? E poi da piccolo guardavo i film di Beniamino, un cagnolino estremamente intelligente che trovava soluzione a un sacco di problemi, e c’era un film Disney in cui un pastore tedesco, un gatto e un vecchio cane bianco riuscivano a ritrovare la via di casa con un viaggio di centinaia di kilometri attaverso le Montagne Rocciose (se qualcuno ne ricorda il titolo, mi fa un favore…). E di furetti ce ne sono almeno un paio, da quello di “Taron e la Pentola magica” a quello di Schwarzenegger in “Un poliziotto alle elementari”. Di criceto ricordo quello teledipendente in “Bolt”. E Caramello, in Meterra, romanzo di Andrea Cisi, che è poi lo scrittore di quel forum di cui ho scritto all’inizio del post…
Non sono mai stato, invece, un fan di Rin Tin Tin, Lassie o Flipper. Ma se vogliamo considerarlo una specie di animale domestico, beh, Gizmo, diamine, Gizmo sì.
E Garfield, e Isidoro, e Snoopy & Woodstock: eccellenti, sì, eccellenti, ma potrei adare avanti in eterno, così è tempo di fermarsi, di rallentare, di cedere il passo.

A voi, naturalmente. Qual è l’animale domestico che preferite, nella letteratura, nella storia o nella leggenda?

La novella di Federigo degli Alberighi è raccontata da Fiammetta nel quinto giorno, nona novella. Ovviamente mi riferisco al Decamerone del Boccaccio.

La vicenda del leone e di Ivano è narrata in Ivano o il cavaliere del leone, di Chrétièn de Troyes.

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#43. Viaggio.

“Gira gira insieme a noi ottanta giorni e poi
Il mondo noi l’avremo visto!
Tutto qui si fermerà aspetteranno solamente noi”
[Oliver Onions, “Il giro del mondo di Willy Fog”]

“And you run and you run to catch up with the sun
but it’s sinking,
racing around, to come up behind you again!
The sun is the same in the relative way,
but you’re older,
and shorter of breath, and one day closer to death.
[Pink Floyd, “Time”]

Il “viaggio” è un concetto straordinario.

Cominciamo col parlare del viaggio più semplice, quello letterale, quello che ci richiama le vacanze, per intenderci. Di fronte alla domanda «Quale posto al mondo vorreste tanto, tanto, tanto visitare, e in che condizioni, in che situazioni, in che tipo di viaggio (da solo, con l’amore, con gli amici, con perfetti sconosciuti, viaggio di lavoro, turistico classico, escursionistico, reportage, in barca, in aereo, in treno, a piedi coi sandali o a dorso di mulo…)», che ho posto agli amici su un social network e dal vivo, mi sono arrivate alcune risposte simpatiche. C’è chi vuole andare in una grande capitale, chi su un’isola esotica, chi vuole visitare grandi spazi o natura selvaggia. C’è anche chi, nella totale indecisione, o forse nella disperazione di non poter includere tutto il mondo (ché tutto il mondo varrebbe la pena di essere visitato), mi ha indicato un clamoroso viaggio che attraverso tre continenti lo porterebbe a vedere una bella fetta di pianeta.
Poi c’è chi ha esteso un po’ il concetto. Cisi, giovin (più o meno) scrittore cremonese che in genere ama ritrarre il mondo underground di operai e giovani in cerca di lavoro, si è staccato di prepotenza dal suo habitat puntando molto in alto: la conquista di un 8000, alla ricerca degli dei. Del resto si sa che gli scrittori sanno volare in alto.

Personalmente, dovendo scegliere uno ed un unico viaggio (la categoricità del linguaggio matematico è impareggiabile), e trovandomi come l’amico di poco sopra in grave difficoltà dovendo scegliere tra i vari posti del mondo, penso che sarei costretto a cercare un viaggio metaforico, un viaggio in grado di portarmi lontano da qui (luogo), ma al contempo profondamente in grado di farmi andare qui in profondità, facendomi scavare dentro me stesso. C’è chi dice che il posto giusto è l’India, anche se io credo che luoghi desolati e spaziosi come la steppa mongolica siano più adatti ad un viaggio interiore. Ma in fondo, se il viaggio deve essere interiore, la destinazione fisica è quasi irrilevante, serve solo un luogo in grado di dare lo spunto, il calcio in culo verso se stessi.

E allora, ecco che ci viene in aiuto ancora una volta la materia di Bretagna. Ci viene in aiuto perché lì il viaggio è sempre l’inizio di un’avventura, e l’approdo dell’avventura può essere raggiunto solo attraverso lo smarrimento. Solo quando si perde, in pratica, l’eroe può fare un incontro speciale, e misurare la sua forza, il suo coraggio, può sentire i suoi stimoli interiori, ed affrontarli. Solo quando si perde l’eroe può inseguire i suoi fantasmi, siano essi la lealtà messa alla prova (Galvano e il Cavaliere verde, nel quale Galvano dopo essersi perso approda ad un castello dove viene messa alla prova la sua lealtà, che egli dimostra), o l’amore (Ivano o il cavaliere del leone, nel quale l’eroe solo perdendosi può trovare l’avventura più grande e l’amore), oppure la morte e l’oltretomba (il Castello delle Pulzelle, misterioso luogo dove gli eroi arturiani incontrano le donne che ritenevano morte).

La morte poi è un concetto strettamente legato al viaggio. In fondo la vita non è il viaggio che tutti percorriamo, e non è identico per tutti solo l’approdo? E quindi non possiamo, attraverso questa metafora, sostenere che quello che conta non è la destinazione, ma il viaggio? Pena la sopravvalutazione della morte rispetto alla vita.

Ebbene, la giusta risposta è, come spesso accade: «dipende dal punto di vista» (ah, maledetto Obi Wan). L’esempio è il viaggio più grande che, per ora, l’umanità possa concepire (o meglio, concepire di realizzare), ovvero la missione per mettere il piede su Marte. Ebbene, in quel caso il viaggio è tutto finalizzato alla meta, e la meta è molto oltre il pianeta rosso. La meta è una nuova umanità, non più legata alla sua Terra natale, un’umanità nuova e vecchia allo stesso tempo, con nuove frontiere, nuove terre da esplorare e rendere umane. È solo un sogno fatto per vendere libri di fantascienza? Non credo, è lo stesso sogno che l’umanità ha sempre avuto. È il vero e più antico sogno americano, in fondo. Quello di un nuovo posto, un nuovo mondo dove costruire una civiltà più libera e più giusta, una civiltà in grado di offrire a tutti un’opportunità. Ma è anche la voglia di conoscere, di conquistare, di raggiungere i confini (connaturata all’uomo, che in quanto finito è costretto a commisurarsi con uno spazio infinito del quale cerca gli inesistenti confini). La voglia che avevano anche i grandi viaggiatori, e i vichinghi, e Alessandro, e i fenici, e i cretesi. La voglia che aveva l’ominide quando se ne andò da Olduvai, o quale che fosse la terra di origine, e si spinse in tutto il mondo e divenne uomo.

Ma il viaggio, comunque, contiene in se il germe del ritorno. E così l’uomo se ne andò dall’Africa un paio di milioni di anni fa, ed è comunissimo ancora oggi per chi ritorna in Africa dall’Europa sentire una specie di richiamo, di mal d’Africa, che lo richiama ancora e ancora…

E così, se il ritorno è contenuto nel viaggio, è interessante anche la domanda posta dall’equipaggio di Mars500 a chi li seguiva su twitter. Intanto dovete sapere che Mars-500 è una straordinaria missione organizzata dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) in cooperazione con quella russa, nella quale 6 astronauti hanno simulato, chiusi in una finta astronave, il viaggio Terra-Marte-Terra, registrando le variazioni di stress, del carico ormonale, le risposte del sistema immunitario e altri parametri fisici. Un passaggio importante, in vista della conquista della nuova frontiera.
La domanda, dicevamo, che hanno posto, è sostanzialmente questa: qual è la prima cosa che fareste una volta tornati sulla terra da un viaggio di 520 giorni nello spazio?
La mia risposta (che ha portato un sorriso sull’astronave, mi ha detto l’astronauta italiano Diego Urbina che ha partecipato alla missione) è stata: la pipì contro una pianta, o nel mare giù dagli scogli. Semplicemente non avrei saputo pensare a una cosa più umana e al contempo più terrestre…

#31. Corte.

Campionato europeo di calcio, c’è di mezzo una partita dell’Italia. E partono gli inni.

Da che mondo e mondo gli inni nazionali sono uno dei momenti più emozionanti degli eventi sportivi. Il doppio inno tedesco e italiano che accompagnava le vittorie di Schumacher è stato il leit-motiv di un’epoca. Gli occhi lucidi dei campioni olimpici quando parte la musica che ti ricorda che una nazione esulta con te, e che una vita di sacrifici e allenamenti ti ha appena ripagato di tutti gli sforzi che ci hai buttato.

E il bello di sentire la maestosità dell’inno tedesco che porta la Germania sopra tutto, la nobiltà di quello inglese che parla di Dio e Regina, la popolarità della marsigliese che invoca il popolo contro la tirannia. E devo dire che è bello anche l’inno spagnolo. Sono dei precisini della fungia, ma hanno un gran bell’inno. C’è poi da dire che il crollo del comunismo ha cancellato uno dei miei inni preferiti, quello della vecchia DDR, la Germania est. E ha modificato il testo (che peraltro mi è oscuro) del mio inno preferito in assoluto, quello dell’URSS – ora della Russia. E poi c’è l’inno statunitense, che conosciamo tutti ed è bello. E molto americano.

E le pagine oscure, quando andava di moda da parte di cialtroni di ogni luogo del mondo fischiare gli inni altrui. Una merdata passata di moda, grazie agli dei di ogni ordine e grado. Era ora.
Purtroppo, però, è stata sostituita da un’altra moda, percepita peraltro come particolarmente edificante e patriottica. Sto parlando dei calciatori che cantano a squarciagola l’inno nazionale. Stonandolo. Storpiandolo. Stuprandolo. E danneggiando in primo luogo il mio udito, e in secondo luogo il mio godimento degli inni a inizio partita, parte integrante del più generale godimento che mi spinge a guardare una partita di calcio.

Campionato europeo di calcio, dicevamo. C’è di mezzo una partita dell’Italia, dicevamo. E c’è che stavolta sì, li vedo carichi, determinati, li vedo cantare l’inno con la veemenza di chi vuole entrare in campo e spaccare tutto. E per un attimo dimentico le loro voci ignobili, e l’ignobile idea che lo spettatore desideri ascoltarle e non preferisca vedere le immagini dei giocatori con la voce di tutto lo stadio che canta, molto epica e maestosa. Me ne dimentico.
Ma a un certo punto, eccolo lì. Già l’inno di Mameli non ha un testo degno della nostra letteratura millenaria, e vabbhè. Già la voce e l’andare a tempo sono indecorosi. Ecco la faccia di Buffon, che dal goal di Muntari in poi mi ispira la stessa simpatia di un centopiedi che mi cammina sulla spalla. Ma poi lo vedo, lo sento. Scandisce ben bene. «Stringiamoci a corte». «Stringiamoci a corte». Vaffanculo, a corte.

A corte un cazzo.

Anche se l’etimo è comune a “corte”, la pedantuccia retorica mameliana de “Il Canto degli italiani” parla di coorte. “Stringiam’ci a coorte”. Coorte. Un’unità militare. Mettiamoci gli uni accanto agli altri, armati, uniti, per liberare/difendere il nostro paese che ci chiama. Non è “stringiamoci a corte”, del tipo «uè ci sta un casino di gente a ‘sta festa, venite stiamo più stretti che magari riusciamo a pigliarci ‘na tartina anche noi».

E sì che non è così difficile. Prendi una “o”, la togli da “stringiamoci” e la metti in mezzo a “corte”, facendo “coorte”. Ecco fatto. Semplice semplice. Che cazzo ci vuole? CHECCAZZOCIVUOLE? Prendi tredici fottutiliardi di soldi all’anno, anche se il tempo è denaro puoi comunque permetterti di sprecare 4 minuti di merda per cercare il testo su internet e leggertelo, prima di giocare alla playstation?

Ora, vi chiederete giustamente: «Come mai ti viene in mente adesso, che gli europei sono passati da mo, archiviati nel cassetto delle sconfitte umilianti, e invece ci aspettano le Olimpiadi, dove in genere nessuno canta e ti potrai godere l’inno in santa pace? Donde ti proviene tutto sto livore?».
Il livore non proviene da nessuna parte, aleggia nell’aria. E tutto questo vasto cappello introduttivo mi sembrava l’ideale per un post che non parlerà assolutamente di calcio, di inni nazionali, di musica, di nazioni.

Infatti qualche giorno fa il buon TalaMax mi ha richiesto un post a tematica arturiana. E io che in quella tematica sguazzo come un porco nel fango non volevo certo tirarmi indietro. Èpperòvero che non sapevo di quale argomento di preciso parlare, e ho pensato di dedicare un pezzo ai cavalieri meno noti di Artù, a tutti quei personaggi, cioè, che pur comparendo in tutti i testi arturiani hanno raramente l’occasione di passare dal ruolo di scenografia al centro della scena. I gregari, i porta-acqua. La corte. E lì m’è venuto in mente dell’inno.

Cominciamo col dire che non parleremo di Artù e Ginevra, né di Lancillotto, Galvano, Tristano e Isotta. Di questo blocco di personaggi avremo modo di discutere prestissimo, in un altro post che sto già maturando. E nemmeno del gruppo del Graal: di Parsifal, Galaad e Bohors non è un gran divertimento discutere, in fondo. E neppure degli antagonisti, che i cattivi in genere durano una storia e fanno una brutta fine, e pochi sono davvero interessanti, a parte Meleagant il Fellone. Di cui parleremo, con Lancillotto e compagnia, oh sì. E qui non parleremo nemmeno del numerosissimo e folto sottobosco di grandi cavalieri ed eroi invincibili che sono in genere protagonisti di un solo romanzo, personaggi esaltati e spesso inventati dall’autore (e non frutto di tradizioni antecedenti) che in genere si confrontano – e sconfiggono, o più spesso pareggiano – con i più importanti cavalieri della tradizione (i succitati Lancillotto, Galvano, Tristano) utilizzati come paragone per misurare il valore del giovane protagonista. Del tipo “è inutile che ti dica quanto è fico Giantomassino, ti basti sapere che financo Lancillotto quando si è misurato con lui ha riconosciuto il suo valore e ha chiuso lo scontro con un onorevole pareggio”.

A questo punto, stabilito chi no, vediamo chi sì.

Keu il Siniscalco. Personaggio fisso della corte, compare quanto Artù, Ginevra e Galvano, e come loro fa parte della famiglia reale. Per sapere chi è occorre ricordarsi dell’origine di Artù, che appena nato viene consegnato a Merlino e da questi fatto allevare da un fedele vassallo, Antor, che fa affidare il figlio a una balia perché Artù abbia il latte della moglie (era credenza che con il latte si trasmettessero qualità, un po’ come i midichlorian per la forza). Quando Artù arriva alla famosa impresa della Spada nella Roccia e diviene Re, Antor racconta ad Artù che è figlio adottivo e che per allevare lui ha fatto allattare il suo vero figlio da una balia, e forse anche per questo è un cazzone avariato. Quindi Artù dovrebbe tenere il figlio di Antor, Keu, con sé, e perdonarlo se non è degno di corte. Artù che è personcina riconoscente e a modo si mette quindi in casa, come siniscalco, il fratello adottivo, un ciarlatano che fa il buzzurro con tutti (non gli è propria la cortesia e fa il grande con i pezzenti, e insulta i nuovi arrivati) ma non vince mai uno scontro (da che io mi ricordi, finisce sempre col culo in terra). Ma che se non altro è spesso buona spalla comica per stemperare i momenti di tensione, è sempre fedele al re e in fondo a volte è anche commovente per come ce la mette tutta.

Sagremor l’Impetuoso. Citato alternativamente come del casato del Re d’Ungheria, o dell’Imperatore di Costantinopoli, è un nobile giovane cavaliere quando arriva a Camelot attirato dalle voci delle imprese di Re Artù, e si pone al suo servizio. Viene subito battezzato “il morto di fame” da Keu perché, a causa di una malattia, se si mette a combattere o fare grandi sforzi senza aver mangiato, sviene. Da questo appellativo deriva grande onta a Keu, e Sagremor viene ribattezzato “l’Impetuoso” per l’ardore in battaglia. Prende parte a tutte le avventure di gruppo dei cavalieri.

Lucano il Coppiere. Personaggio sempre presente, fratello di Sir Bedivere. È uno dei due sopravvissuti – con Giflet – allo scontro finale tra le schiere di Artù e quelle di Mordred a Camlann (Salesberies, Salisbury, a seconda della compilazione). Alla fine della battaglia incontra Artù mortalmente ferito, e questi, felice finalmente di incontrare un suo cavaliere in vita, lo abbraccia, ma la stretta di Artù è fatale a Lucano. È davvero uno degli episodi più singolari della fase finale della vicenda, e probabilmente si è perso il significato di qualche allegoria nascosta nella vicenda.

Giflet figlio di Do. Cavaliere sempre presente della corte, è l’altro sopravvissuto allo “scontro finale”. Dopo la morte di Lucano, Artù gli ordina di gettare la sua spada nel lago. Dopo un paio di tentativi in cui ritorna fingendo di averlo fatto, e un paio di volte in cui Artù lo sgama, obbedisce al re e getta la spada, che viene afferrata al volo da un braccio emerso dal lago. Poi vede arrivare una barca, con a bordo Morgana, che porta via il re. I tempi mitici sono finiti, Giflet entra in monastero e morirà di lì a breve.
Secondo alcuni studiosi sarebbe da identificare con Jaufré figlio di Dovon, protagonista di quello che è probabilmente l’unico romanzo arturiano in lingua occitanica.

Sir Bedivere. Conestabile. Per Sir Thomas Malory è lui il sopravvissuto alla battaglia finale che riporta la spada di Artù alla Dama del Lago.

Dodinel il Selvaggio. Inizialmente un uomo abitante in una regione lontana, nei boschi, che vive una sorta di era antica-mitica, come accade a Perceval, ma anche ad esempio a Enkidu, diviene poi un cavaliere della Tavola Rotonda, presente stabilmente nelle avventure di gruppo come quella della Dolorosa Guardia.

A questi personaggi, che sono la corte in senso stretto, potremmo poi aggiungere i fratelli di Galvano (che vanno a completare quello che potremmo definire il clan familiare di Artù, essendo imparentati, visto che la loro madre è sorella di Artù, e visto che sono quelli che gli saranno fedeli nella fase finale della vicenda). Il migliore è di certo Gareth/Gueheriet, uno dei migliori cavalieri della Tavola Rotonda e involontariamente quello che darà il via al suo definitivo e tragico disfacimento. Poi abbiamo Gaheris/Guerrehet, il classico anonimo, e infine Agravain, colui che darà inizio, volontariamete, alla sciagura della guerra tra i cavalieri.

E poi i loro cugini, Ivano il Grande e il fratellastro Ivano il Bastardo.
Ivano il Grande, figlio di Urien, secondo a corte al solo Galvano per valore, e anche per linea di successione al trono (che cito anche se non sarebbe questo il suo posto, avendo alcune opere a lui dedicate tra i quali di certo non da ultimo viene il bellissimo romanzo “Ivano o il cavaliere del leone” di Chrétien de Troyes), cavaliere valentissimo e cortese, che vorrebbe passare più tempo con l’amica Laudine ma viene da Galvano spesso trascinato di avventura in avventura. Al primo Ivano, tra l’altro, è facile attribuire collegamente con un personaggio storico, Owein, figlio di Urien (anch’egli personaggio storico) presente nei racconti gallesi del Mabinogion. A uno dei due Ivano, alternativamente a seconda della fonte, è attribuito il compito di farmi venire il magone ogni volta che leggo la vicenda della sua morte per mano di Galvano al ritorno dalla cerca del Graal.

All’opposto del clan di Artù c’è il clan dei francesi, composto da Lancillotto e dai membri del suo lignaggio, provenienti dalla Bretagna. Tra questi l’impavido e tumultuoso Lionello dal cuore senza freni, un simpatico e valoroso cazzone da prima mischia, ed Estor delle Paludi / Ettore di Marès, fratellastro di Lancillotto.

A chi desiderasse provare il sapore della letteratura arturiana per la prima volta, non posso che consigliare “I romanzi della Tavola Rotonda”. Si tratta di un ottimo lavoro curato dal medievalista e scrittore francese Jacques Boulenger. Una riedizione del corposo ciclo vulgato in prosa francese del Duecento, sfrondandolo di rami secchi e contraddizioni, riproponendolo “tradotto” in una lingua più moderna ancorché con un certo sapore arcaico. In italiano, pubblicato negli Oscar Mondadori, è preceduto da un saggio ad opera di Gabriella Agrati e Maria Letizia Maggini che permette di capire quanto elaborato e stratificato è il sostrato mitico e letterario delle storie arturiane.

Nello scrivere questo post mi sono avvalso dell’aiuto del “Dizionario del ciclo di Re Artù” di Carlos Alvar, indispensabile carta nautica del mare arturiano.

Nel post ho citato i seguenti testi:
Thomas Malory, “Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri”, 2 voll., in Oscar Mondadori
Chrétien de Troyes, “Ivano o il cavaliere del leone”, in “Romanzi cortesi”, 5 voll., in Oscar Mondadori
“Jaufre”, a cura di C. Lee, in Biblioteca Medievale Carocci.

#2. Tre.

È il mio secondo giorno da blogger (certo che ‘sta parola ha un suono tremendo) e mi sposto avanti di qualche migliaio di anni rispetto al post di ieri.

La letteratura medievale è uno dei miei più grandi amori. Un amore struggente, appassionato. Di quelli che a volte sanno anche far soffrire. E all’interno dello sconfinato mare che i bravi amanuensi ci hanno conservato, ho il vezzo di una predilezione superiore per la Materia di Bretagna.

Ne sont que trois matières a nul home antandant
De France et de Bretaigne et de Rome la grant

Così ci dice il giullare francese Jean Bodel (fine 1100 – inizi 1200), intendendo che se un uomo vuole occuparsi di qualche vicenda, o ascoltare una bella storia, in questi tre calderoni deve andare a cercare.
Questo non può che farmi pensare alle storture del diritto d’autore. Se fosse esistito qualcosa di simile ai tempi di Bodel, oggi non avremo la materia di Bretagna, quel corposo insieme di romanzi, poemi, lais, rappresentazioni, che dal basso medioevo attraverso i secoli si è strutturato così bene e così in grande, fino alle produzioni cinematografiche dei giorni nostri.
Non avremmo personaggi radicati nell’immaginario collettivo come Ginevra, Artù, Tristano, Merlino, e compagnia spadante e amoreggiante.

E inoltre, non potremmo vedere come i cambiamenti nei gusti dell’ambiente in cui le vicende venivano lette e raccontate, e i cambiamenti nella morale della loro epoca, hanno influito sulle alterne fortune dei personaggi.
Per esempio nei testi del 1100-1200 i personaggi più in vista sono spesso i cavalieri del lignaggio di Artù (perché lu re è pur sempre lu re), ovvero Galvano e Ivano, che altro non sono che quei Gawain e Owein di cui già si parla nelle leggende gallesi del Mabinogion. Personaggi quasi pagani, con doti ereditate di certo da mitologie anteriori (si pensi a Galvano come eroe solare, la cui forza aumenta all’avvicinarsi del mezzodì). Personaggi che amano smodatamente la patata, tanto da gustarla ovunque ella si trovi. Personaggi, per finire, soprattutto Galvano, difensore del regno, che anche a costo di incorrere nella sfiga suprema, fa vanto nel non aver mai negato o nascosto il proprio nome (e anche questo è un retaggio arcaico di una civiltà senza scrittura, in cui il nome e l’affermarlo – la parola orale – ha un peso enorme, retaggio forse solo ricordato all’epoca di Chretièn).

Ebbene, passano i decenni, passano i gusti, e le vicende cortesi diventano di certo più interessanti dell’onore del lignaggio reale, per cui Galvano è offuscato da Lancillotto. In Mallory addirittura Galvano diventa un personaggio meschino, un traditore.

E poi anche Lancillotto, l’eroe dell’amore cortese, cade in disgrazia, offuscato dai cavalieri del Graal, i casti, puri, immacolati (e anche un po’ tanto ottusi) Perceval, Bors, Galaad. Che è tempo di pensare a fare delle crociate, mica correr dietro a sottane e pastorelle, che tutti sti cadetti in giro a cazzo per l’Europa a piantar casino devono farsi templari…

Beh, com’è, come non è, tutto questo non lo si potrebbe vedere. E io non potrei commuovermi ogni volta che Galvano e Ivano non si riconoscono di ritorno dalla cerca del Graal, e Ivano muore, e io mi ritrovo ogni volta col magone.

Voi avete qualche punto, di qualche storia, che ogni volta sapete già cosa sta per accadere, eppure ogni volta vi magoneggia assai?

Per l’evoluzione del personaggio di Galvano, vedi:
Gabriella Agrati, M.L. Maggini, (a cura di), “Galvano, il primo cavaliere”

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