Il canneto di Eridu

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«Il giorno del labirinto»

Alla fine mi sono deciso. Con una sola voce contraria – ma con argomentazioni che un po’ condivido, se erano le stesse che mi facevano essere dubbioso! – ha vinto il sì, e quindi posterò d’ora innanzi anche racconti. Quello che segue non è un testo nuovo, l’ho scritto nel 2005, ma trovo che accompagni perfettamente il post che l’ha preceduto su questo blog. Buona lettura!

L’alba esplode improvvisa, scagliando ovunque fotoni eccitati. Impossibile reggere la vista di tutti quei raggi che mi si schiantano sulle cornee. Chiudo gli occhi. Il giorno del labirinto è appena cominciato.
Accartoccio involontariamente il vecchio biglietto da visita con l’indirizzo e respiro a fondo, fino alle lacrime. Il giorno è arrivato e lo voglio respirare tutto. Salto sulla mia Ritmo, adesivata a linci e leopardi, e la faccio correre come piace a lei, inebriato dall’aria che sfonda i finestrini falciandomi i capelli con un urlo.
Arrivo presto. Il parcheggio è vuoto, ma piazzo la Ritmo lontana, nascosta. Non farò come Teseo. Entrerò da una porta secondaria, come un tombarolo, come una supposta. Niente ingresso con insegna luminosa o fanciulle che gettano petali.
Entrerò senza la consacrazione della nobile impresa, senza cavalcare speranze da giovane ateniese. Non ho i consigli di Dedalo né l’aiuto della pura Arianna. Non so neppure cosa mi spinga a entrare.
A volte è così, si va con l’istinto, come a cercare qualcosa. Non è necessario avere uno scopo alla partenza, sarà il viaggio a rivelarlo. Il viaggio è l’anima del mondo, il movimento crea la vita. L’uomo, per diventare uomo, se ne è dovuto andare dalla
gola di Olduvai. Non aveva quell’obiettivo, ma non l’avrebbe mai raggiunto se non fosse partito. Il cucciolo non se ne va dalla tana per diventare adulto, ma non lo diventerebbe se restasse.
Così faccio anch’io. Me ne sono andato, sono entrato nel labirinto attraverso una fenditura e mi trovo in un non-luogo. Non posso più fermarmi. La strada non è un luogo. La vita non è un quando. M’incammino tranquillo, la mente gira a vuoto, e mi
guardo intorno, perché le scene dipinte sulle pareti sono la fine del mondo. Lotte di dei e titani, amori di donne, Prometeo che porta agli uomini il fuoco divino: visioni che rapiscono. Sembra di non poter scegliere la via, sembra che basti camminare,
seguire i dipinti, facile dimenticare la strada, e perderla. E perdere se stessi.
Ma i dipinti chiariscono le idee. Da un segno, forse dalla bellezza stessa, si può essere ispirati. Teseo non guardava i dipinti. Sapeva esattamente dove andare e una volta ucciso il minotauro sapeva come uscire, complice Arianna. Uno scopo e una donna: due luci. Due fari: abbagliato, non ha visto il mare.
Io lo guardo, il mare. E quei dipinti, che mi hanno portato fuori strada quando li guardavo attonito, ora mi illuminano: non devo raggiungere il centro, lo devo spostare dentro di me! Lo grido come un pazzo, ridendo, saltando, fino a quando una vena sul collo mi costringe alla prudenza.
– Il centro è in me – sussurro, pacato.
Buio. Apro gli occhi: una stanza. Un faretto mette in luce una carcassa. È il minotauro, la bestia nel cuore del labirinto. Il volto è scarnificato, un teschio riconoscibile solo per le grandi corna. Mi sembra di sentirlo parlare.
– Teseo? – chiede.
– No rispondo – Teseo se ne è andato. Ti ha ucciso.
– No, Teseo ha ucciso il suo minotauro, io sono il tuo. Se sono morto o no, dipende da te.
Non gli rispondo. Rapido e deciso prendo il cranio e lo indosso come elmo. Mi porto un po’ di minotauro.
Ora, ora trovo la via del ritorno. Nel mio labirinto non ho ucciso e non ho perso nulla, anzi, mi ritrovo con un cranio, raro, di minotauro. La via, prima ingarbugliata, ora si scioglie davanti a me come un enigma. Sento di conoscere i tracciati dove prima
brancolavo. Non ho in mano i segreti di Dedalo l’Artefice, non ho guide, non ho gomitoli. Da solo, trovo la mia strada. Vedrò il tramonto: un’autentica lussuria, da scardinarmi le mascelle per la meraviglia.
Ma forse c’è ancora qualcosa da fare. Il giorno del labirinto è quasi finito, è vero, ma finché c’è carburante nell’anima si può andare avanti, e io ne ho da vendere.
Guidiamo a turno, io e il caso, e insieme finiamo per arrivare a Dia, un posto quasi sconosciuto dove Teseo è convinto di aver abbandonato Arianna. In realtà l’ha persa.
Ha ucciso un mostro violento, fatto di solo istinto, l’ha soffocato in nome della civiltà. Ma Arianna e il minotauro erano fratellastri. Purezza e istinto lo sono spesso.
Con un solo colpo l’idiota ha perso entrambi.
– Chi sei? – mi chiede la ragazza, mentre ancora piange.
– Ti porto da bere. Sorridi. Hai perso solo mezzo uomo.

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