Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

Archivio per il tag “Lancillotto”

#32. Traditori.

«Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,
disse ‘l maestro, «è Giuda Scarïotto,
che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
De li altri due c’hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;
e l’altro è Cassio, che par sì membruto.

[Dante Alighieri, “Inferno”, in “Commedia”]

Siamo alla fine del nono cerchio, quello dei traditori. Un Dante quantomeno inquieto – e vorrei ben vedere – si trova dinnanzi a Lucifero in persona, che tradì Dio ed è quindi qui dannato. È alto come un palazzo, per metà conficcato nel ghiaggio, ed ha tre facce, e le tre anime che con le sue tre fauci maciulla sono i peggiori traditori in assoluto: Giuda che tradì Gesù, Bruto e Cassio che tradirono Giulio Cesare. E così Dante unisce perfettamente in una dissacrata foto di gruppo i due traditori di Dio (padre e figlio) e i due traditori dell’Impero (quasi altrettanto grave, essendo Dante ghibellino).
Il nono cerchio, peraltro, è pieno zeppo di traditori (e ci mancherebbe altro) presi dalla cronaca del tempo, dalla storia (ma è clamorosa l’assenza di Efialte, pastore che con il suo tradimento causò la morte degli spartani di Leonida… ma chissà quanto era nota la vicenda nel Trecento) e dalla mitologia. Anche dalla mitologia arturiana. E se fugacemente vi compare Mordred (ribellatosi contro il padre Artù), tra i traditori della propria famiglia o della patria, è vistosa, vistosissima, l’assenza di due personaggi che – per carità, per amore! – una certa esperienza in tradimento l’hanno messa in campo.

Mi riferisco a Lancillotto e Tristano, con le sodali Ginevra e Isotta.
E sì, stiamo per tuffarci in un altro post a tematica arturiana, ma questo l’avevate già capito.

Intanto diciamo che Dante ci parla di questa gente, in realtà. Non li dimentica. Ci parla di Lancillotto e Ginevra nella vicenda di Paolo e Francesca («galeotto fu il libro e chi lo scrisse», tipo «mortacci loro e di chi non glielo dice con la mano alzata»). Ma soprattutto mette all’inferno Tristano, anche se derubrica il tradimento nei confronti della famiglia (re Marco è suo zio), passandolo dal girone dei traditori ad un più lieve secondo cerchio (tra i lussuriosi, travolti da incessante bufera come in vita furono travolti dalle passioni). Ma vediamo di analizzare i due casi, per capire se i quattro amanti potevano anche fare una fine peggiore, o se sono stati ingiustamente accusati.

Tristano e Isotta

La vicenda di Tristano e Isotta è spesso inserita nel grande corpus della materia di Bretagna, ma ne è originariamente distinta. Nelle storie più antiche Tristano non è un cavaliere della tavola rotonda.

I fatti. Tristano è un giovane valentissimo cavaliere, figlio dei signori di Lyonesse/Leonois Meliadus ed Eliabel, oppure Rivalin e Blanzifleur (secondo Thomas e Goffredo di Strasburgo). La madre, avvertendo prossima la morte per le conseguenze del parto, gli dà il nome di Luke Tristano, dacché avrà un’esistenza triste. E non sa nemmeno quanto. Dopo esser stato educato al combattimento e alla musica dallo scudiero Governale, va a prestare servizio dallo zio, re Marco di Cornovaglia che, diciamolo, è un pezzo di merda. Agli occhi del lettore moderno questa già sarebbe una gigantesca attenuante, se non una giustificazione tous court, ma per il sapore antico non era così. Anzi. Più il signore era stronzo, più ci faceva bella figura l’eroe a prestar fede alla stupida promessa fattagli. Così Eracle fa bene a portare a termine le dodici fatiche invece di spezzare le corna a Euristeo per le sue richieste assurde, e Cu Chulainn fa bene a prestare servizio come cane da guardia a Culann per averne ucciso il cane precedente.
E così il buon Tristano aiuta re Marco, al punto che libera la Cornovaglia da un tributo umano dovuto all’Irlanda, uccidendo il fortissimo e gigantesco guerriero Moroldo (anche Morholt), come ogni anno venuto ad esigerlo (vi ricorda mica qualcosa? tipo Teseo?). In questo combattimento, però, rimane ferito, e l’arma avvelenata di Moroldo gli causa una malattia mortale, e quindi chiede di essere deposto su una scialuppa in balia dei flutti, e la scialuppa lo porta, per la legge del culo jedi destino, proprio in Irlanda, dove viene salvato da Isotta la Bionda, principessa d’Irlanda e pure maestra nell’uso di pozioni. Tralasciando una dozzina di capitoli intermedi, Tristano dopo qualche anno torna in Irlanda e vince, per conto di re Marco, la mano della principessa. La madre di Isotta, anch’essa pozionara, prepara un magicissimo filtro d’amore che farà sì che la figlia si innamorerà della prima persona che vedrà dopo aver bevuto, e le consegna il filtro perché lo beva dopo il matrimonio, in camera con re Marco. La sfiga fa sì che la giovane bevva il filtro in nave con Tristano, e scoppia il casino.

Ysot ma drue, Ysot mamie
en vus ma mort, en vus ma vie
[Thomas, “Tristan”]

A questo punto il bravo Tristano e la brava Isotta sono belli e fottuti, perché non possono fare più nulla per sottrarsi al loro amaro destino. Che li farà amanti incomparabilmente infelici, bastonati dalla sorte, scoperti, costretti a prove drammatiche. Tristano resterà sempre fedele alla regina. In esilio si sposerà con la sorella dell’amico Kahedin, chiamata Isotta dalle Bianche Mani, impegnandosi però a non toccarla per un anno. E l’anno non scadrà mai, perché un giorno Tristano resta avvelenato, e manda un messo a chiamare Isotta la Bionda per aiutarlo. Dà istruzioni al messo che, sulla via del ritorno, metta vele bianche se Isotta lo ama ancora ed ha acconsentito a venire a curarlo, altrimenti nere (vi ricorda mica qualcosa? tipo Teseo?). Guarda caso, Isotta accorre, ma il messo dimentica di cambiare le vele, Tristano vede le vele nere e muore di dispiacere. Isotta arriva, e muore di dispiacere pure lei. Come ci dice Maria di Francia nel “Lai del Caprifoglio”, se si tenta di separare il nocciolo e il caprifoglio, muoiono entrambi.

Mais ki puis les volt desevrer,
Li codres muert hastivement
Et chevrefoil ensemblement
— Bele amie, si est de nus :
Ne vus sanz mei, ne mei sanz vus.
[Marie de France, “Lai du chèvrefeuille”]

Il verdetto: per l’accusa di tradimento, Tristano e Isotta sono assolti perché il fatto è avvenuto per cause indipendenti dalla loro volontà. Per l’accusa di lussuria, Tristano e Isotta sono assolti perché il fatto è avvenuto per cause indipendenti dalla loro volontà.
Sia che prestiamo fede alla versione di Beroul, per la quale è stato solo il filtro a renderli schiavi dell’amore l’uno per l’altra, sia che si segua quella di Thomas, per cui già si amavano, è comunque il filtro a farli agire contro l’onore loro e di re Marco, non la scelta. Finché hanno libera scelta, infatti, seguendo il loro dovere stanno prestando fede ai giuramente fatti e stanno rispettivamente portando allo zio la sposa come promesso, e andando in moglie al re di Cornovaglia obbedendo ai desideri della famiglia. Non hanno ceduto alla lussuria e non hanno tradito. Fino a quando non sono stati costretti dall’elemento soprannaturale. Tristano, dimostrando nei fatti la sua indole di fedeltà, non tradirà mai neppure Isotta la Bionda, nemmeno quando esiliato si troverà a sposare Isotta dalle Bianche Mani.

Quindi possiamo dire che non solo la loro pena non andava commutata in “nono cerchio”, ma che anche il “secondo” è di troppo. E re Marco è comunque un pezzo di merda, e quindi un po’ se l’è anche meritato, e vaffanculo.

Lancillotto e Ginevra

La vicenda di Lancillotto – a prima vista assimilabile – è in realtà molto diversa. Intanto dobbiamo verificarne il contesto storico. La storia di Tristano è di derivazione molto antica (la storia si radica in similitudini con miti che vanno dalle vicende del ciclo celtico dell’Ulster fino alle antiche mitologie dell’antica Grecia e oltre). Al contrario la mancanza di riscontri antecedenti ci porta a ritenere Lancillotto un’invenzione di Chrétien de Troyes, ed è quindi databile al XII secolo. Chrétien scriveva alla corte di Marie de Champagne, una donna viva e brillante, amante delle arti e della letteratura in particolare, figlia di Eleonora d’Aquitania. Pare che Marie fosse una profonda sostenitrice dell’amor cortese (e lasciamo al lettore trarre le conclusioni su cosa questo significasse in pratica). Cosa si intende con amor cortese? Si parte dalla convinzione che l’amore nobiliti il cuore che lo porta, e lo nobiliti a causa della tensione causata dall’equilibrio tra profonda gioia e disperata disperazione, grande fervore, vicina intimità e distanza incolmabile. In pratica, l’amor cortese è impossibile all’interno del matrimonio, ed è adulterino per sua stessa natura. E radicale è la distinzione tra matrimonio e amore. Ovvio quindi che in questa corte nasca il personaggio di Lancillotto (o almeno che prenda la forma a noi più nota), e la relazione adulterina per antonomasia, quella tra il cavaliere e la regina Ginevra.

I fatti. Figlio di re Ban di Benoic, alleato di Artù nell’epoca in cui questi deve unificare il regno contro i baroni ribelli (tra i quali il più acerrimo è re Lot di Orkney, padre di Galvano e marito di Morgause o Morcadès, sorella maggiore di Artù), Lancillotto, a seguito della caduta e morte del padre, viene allevato e cresciuto da un’incantatrice, nota come la Dama del Lago, insieme ai cugini Lionello e Bohors.
La Dama è la stessa che dà Excalibur al re, in cambio della promessa che il re, un giorno, avrebbe esaudito un suo desiderio. E questo desiderio si presenta quando la Dama manda alla corte del re Lancillotto, cresciuto, perché sia armato cavaliere ed entro al suo servizio.
Artù nel frattempo ha unificato e consolidato il regno, ha nominato il suo primo cavaliere – il giovane Galvano, suo nipote (che è anche il primo in linea dinastica per una eventuale successione). Segnamoci questa cosa, perché è importante.
Lancillotto si presenta a corte, viene accolto, e deve essere fatto cavaliere. Nonappena lui e Ginevra si vedono, si innamorano l’uno dell’altra, e così il giovane fa di tutto per riuscire, con un escamotage, a farsi nominare cavaliere dalla regina anziché dal re, e riceve da lei la sua spada. Anche questo è importante, segnamocelo.
Lancillotto non è cavaliere molto presente a corte, tutt’altro. Preferisce camuffarsi e partire errante, e senza farsi riconoscere partecipare a imprese e tornei, nei quali ottiene grandi lodi e onori, e sparisce prima di ritirare il premio per non farsi scoprire.
Dalle Isole Lontane, però, cala Galehaut (Galeotto, lui, non il libro), “figlio della bella gigantessa”, con il suo esercito. Costui – identificato pseudo-storicamente come un invasore vichingo – ha deciso di sottomettere trenta re, e gli manca solo Artù per portare a termine l’impresa. Ma quando Galehaut sembra avere ormai in mano la vittoria, le imprese di Lancillotto cambiano le sorti della battaglia, e lo stesso Galehaut visto il grande coraggio e la prodezza del cavaliere decide di arrendersi a lui, diviene il suo più grande amico e consegna il suo regno ad Artù. Fa anche da internediario e organizza il primo incontro clandestino tra Ginevra e Lancillotto, ed è per insistenza della stessa regina che Galehaut, Lancillotto e il suo fratellastro Estor delle Paludi diventano cavalieri della Tavola Rotonda.
Tralasciando anche qui le mille imprese che costituiscono il corpus del Lancelot en prose e dei mille altri testi che ne descrivono la gloria, ricordiamo solo che è Lancillotto il cavaliere che salva Ginevra, caduta – per imprudenza del re – nelle mani di Meleagant il fellone.

Alla fine di tutta la vicenda, i due amanti vengono scoperti da Agravain, il fratello scarso e poco acuto di Galvano, e da questo si ingenera la fine della tavola rotonda. A seguito della formalizzazione dell’accusa alla regina – episodio al quale Galvano, pur di non prender parte a un’azione tanto orrenda, non partecipa – Lancillotto e il suo clan irrompono per liberare la regina, e in questa azione l’amante di Ginevra, non riconoscendolo, uccide alle spalle un disarmato Gueheriet, fratello di Galvano oltre che uno dei cavalieri più forti ed amati della tavola rotonda. Questa azione scatena l’ira di Galvano, e da qui partirà la guerra tra i due più forti cavalieri del mondo, guerra che condurrà alla fine dell’era arturiana.

Ora, riprendiamo un attimo quei due punti segnalati prima. Galvano e Lancillotto, i due cavalieri più forti, più nobili e più famosi della corte di Artù, non sono assolutamente due personaggi equivalenti o interscambiabili.
Galvano è un personaggio solare, la sua forza cresce all’approssimarsi di mezzogiorno, orario al quale diventa invincibile, non nega mai il suo nome e non si presenta mai sotto false insegne.
E come eroe solare è legato al re (è il primo cavaliere fatto da Artù, ed è anche primo cavaliere e difensore del regno. È il cavaliere del re.
Al contrario Lancillotto è un personaggio lunare, cede alla follia, si presenta spesso mascherando le insegne o nascondendo il nome, sia volontariamente che in episodi come quello della Carretta. E soprattutto è il cavaliere della regina, è da lei fatto cavaliere, da lei riceve la spada, in suo nome compie le proprie imprese e sempre in sua difesa si erge quando ella abbisogna di un campione per un giudizio di Dio.
Anche l’adesione alla tavola rotonda di Lancillotto è richiesta dalla regina.

Il verdetto. Lancillotto è scagionato dall’accusa di tradimento nei confronti di Artù per il cavilloso fatto che in realtà alla regina, e non al re, deve tutto, e della regina è cavaliere. I suoi feudi gli derivano per eredità paterna da Ban di Benoic che non era vassallo di Artù. Sarebbe colpevole di tradimento verso l’amico (Artù, ma anche Galvano), ma qui si va nel fumoso. L’amicizia con il re non è mai chiarissima, è più che altro una certa stima, e pare un po’ poco. E con Galvano c’è amicizia, ma non è Galvano che tradisce, in fondo, e cerca anche di evitare lo scontro finale.
È però colpevole per quanto riguarda l’accusa di lussuria: la passione lo travolge al punto di mettere a repentaglio tutto il regno di Logres. Diciamo che il piazzamento (anche se non direttamente, ma solo per nomina) di Dante è corretto, quindi. Potremmo anche accusarlo di falsa testimonianza, quando difende l’onore della regina in un giudizio di Dio.

Ginevra, viceversa, non è solo colpevole di lussuria, ma anche di tradimento. Lei non ha la scusante di Isotta, non ha bevuto alcun filtro. Decide deliberatamente del suo destino, e la sua scelta condurrà alla tragedia non tanto / non solo lei e Lancillotto (tra i pochi a sopravvivere alla fine di tutto, seppur ritirati in conventi), ma tutto il mondo arturiano

Ma quindi, Lancillotto la sfanga? Si becca solo le accuse minori, mentre Ginevra viene fregata? Eh sì, è furbo il ragazzo. Si è messo a posto la coscienza e con la legge attraverso i magheggi e i trucchetti sul fatto di essere cavaliere della regina, ma ha inguaiato la sua dama. Non sarà traditore, ma resta comunque un pezzo di merda, moralmente…

Il corpus della letteratura arturiana, riguardo i temi trattati, è veramente vasto.

Qui si è parlato delle tre opere su Tristano di Thomas, Beroul e Goffredo di Strasburgo.
La versione di Béroul (giullare normanno del XII secolo) – della quale ci sono rimaste poche migliaia di versi – è considerata la versione più aderente alla leggenda primitiva ed è matrice di molte traduzioni e versioni successive, tra cui il “Tristrant” tedesco di Eilhart d’Oberg e il “Tristano in prosa” (che comprende anche molte altre vicende oltre a quelle di Béroul. In italiano il Tristano di Béroul è pubblicato da Jaca Book.
La versione anglo-normanna di Thomas (anglo-normanno vissuto alla corte di Enrico II ed Eleonora d’Aquitania), altrettanto mutila di quella di Béroul (ne abbiamo sostanzialmente solo la conclusione), è considerata la versione “cortese”, quella che introduce più elementi rispetto al sostrato celtico. In Italia è pubblicato da Garzanti.
La sua versione della vicenda ci è nota anche grazie a Goffredo di Strasburgo, che nel primo decennio del Duecento ne compila una traduzione in tedesco. Anche il suo romanzo (edito in Italia negli Oscar Mondandori) ci è giunto mutilo, ma la benevolenza della sorte fa sì che la parte perduta sia in questo caso proprio il finale che manca in Thomas, per cui con i due testi riusciamo a coprire l’intera storia (peraltro ripresa anche in traduzione norvegese da Frate Roberto, 1226).

Si è poi parlaro si Lancillotto, e di Chrétien che gli ha dedicato il suo “Lancillotto o il cavaliere della carretta”, probabilmente il primo, il più famoso e il più bello dei romanzi che riportano l’intera vicenda degli amori di Lancillotto e Ginevra.
Altro opera fondamentale è l’anonimo “Lancillotto in prosa”, o “Ciclo vulgato”. Corpus estremamente complesso e intrecciato, con le vicende che scorrono parallele intrecciandosi le une alle altre come in un romanzo moderno – ma con un certo disamore verso una cronologicità coerente – il Ciclo vulgato è pienamente godibile per il pubblico moderno anche attraverso la rielaborazione moderna di Jacques Boulenger, versione che mi piace molto.

Un lavoro che prende tutte le storie e le mette insieme, Tristano incluso, è la “Storia di re Artù e dei suoi cavalieri” di Thomas Malory. Ma è opera più recente (XV secolo) e molto interpolata, e anche se bellissimo (e avente il merito di approfondire in maniera originale le vicende di Gareth (Gueheriet), fratello di Galvano, lo amo meno di altre opere. In Italia lo troviamo edito negli Oscar Mondadori.

#29. Fate.

Ho visto un film d’animazione bello e poetico. Mi riferisco ad Arrietty. Il mondo sotto il pavimento, l’ultima opera dello Studio Ghibli arrivata in Italia.

Per chi stesse osservando un curioso punto di domanda arancione comparsogli una dozzina di centimetri sopra la crapa, urge una breve introduzione. Lo Studio Ghibli è uno studio cinematografico giapponese findato nel 1985 da Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Ecco, se non avete mai visto un anime in grado di stupirvi per la bellezza dei disegni, delle musiche, delle storie, è perché probabilmente non avete mai visto un loro lavoro.

Tra i lavori dello studio Ghibli che ho visto finora, ho avuto la sensazione di riconoscere due generi distinti. Da un lato film più complessi, affascinanti e per certi versi inquietanti, come il premio Oscar La città incantata, La principessa Mononoke, Porco Rosso e Il castello errante di Howl. Dall’altro storie semplici, fiabe raccontate con una delicatezza e una poesia non comuni, come Ponyo sulla scogliera, Il mio vicino Totoro e Kiki consegne a domicilio. E questo nuovo Arrietty.

Se davvero non ne avete visto nemmeno uno è ora di rimediare. La città incantata non va perso. Mi raccomando.

Ma torniamo ad Arrietty. La storia è ispirata ai romanzi della scrittrice londinese Mary Norton (editi in Italia per i tipi di Salani) ed è incentrata su una ragazzina appartenente alla specie dei prendimprestito, dei piccoli uomini che, nascosti nelle case degli umani, vivono delle cose che loro scartano o perdono. Centrale in questa vicenda è l’incontro con un ragazzo umano, Sho, e la storia di un’amicizia che travalica le grandi differenze tra i due e i problemi e i pericoli che dividono umani e prendimprestito.

Questo film riunisce, tra l’altro, due grandi passioni della mia compagna: il Giappone e il “piccolo popolo”, passioni che con il tempo mi hanno contagiato e che ormai condivido.

Intanto cominciamo col dire che il termine italiano “fate” è fuorviante, visto che fa riferimento sia, da un lato, alla fata delle leggende mediterranee (dalla mitologia greca al folklore italiano e francese) – ovvero la donna semi-divina dotata di poteri magici, emersa dal tardo medioevo con tanto di abiti da dame di corte e bacchetta magica – sia alle fairy, le creature celtiche o anglosassoni che costituiscono nel loro insieme il Sidhe, il piccolo popolo, la gente della dea Danu (i Tuatha de Danaan) quando i milesi invasero l’Irlanda e li spinsero a fuggire nel sottosuolo (o nell’Oltretomba, o comunque in luoghi irraggiungibili se non attraverso la smarrimento, attraversando un fiume, una foresta eccetera, comunque metafore della morte).

I nomi di tutte le creature che compongono questo eterogeneo mosaico suoneranno di certo familiari al giocatore di D&D, purtroppo non le loro storie e leggende.

Ci sono i tetri spriggan, guardiani dei tesori, ladri e mascalzoni che possono gonfiarsi fino a proporzioni mostruose. Ci sono le Gwragedd Annwn, fate delle acque cui si ispira anche la Dama del Lago madrina di Lancillotto nel ciclo arturiano. E gli elfi dei boschi, cui era attribuita la paternità delle punte di freccia in selce che venivano ritrovate. E poi c’è la leggenda dei changeling, i mostruosi bambini delle fate lasciati nella culla al posto dei bambini rapiti.
Il leprecauno è un industrioso elfo irlandese ciabattino, che conosce l’ubicazione di pentole d’oro. E dopo una giornata di lavoro se la spassa facendo casino nei greggi di pecore, ed è noto con il nome di cluricauno. I goblin sono ladri e dispettosi che raggirano gli umani, a volte con i fruttini proibiti del mondo delle fate. I molesti coboldi della tradizione germanica sono minatori, mentre i gallesi li chiamano Coblynau e in Cornovaglia picchiettanti.
I nani della mitologia norrena sono fabbri eccezionali, hanno forgiato Mjolnir, il martello di Thor, e Brisingamen, la collana di Freyja.

Se sei d’aria lascia che la nebbia grigia ti avvolga,
Se di terra lascia che la miniera scura ti accolga,
Affonda il tuo anello se sei un pixie
Cerca la tua sorgente se sei un nixie.
[Walter Scott]

Pixie, urchin, fuochi fatui e spiritelli sono i più piccoli membri del piccolo popolo. Phooka, o Puck, come lo chiama Shakespeare, cambia aspetto ed è un seguace del re degli elfi Oberon. Ci sono poi i molti spiriti che trascinano nelle acque gente incolpe per annegarla, come il kelpie. Le selkie, invece, sono donne che si mutano in foche.

Ci sono poi tutta una serie di elfi domestici – brownies – che aiutano gli uomini nel lavoro. Tra questi il più singolare è probabilmente il kilmoulis, un brownie mugnaio privo di bocca che si nutre cacciandosi il cibo nel naso.

Un’infinità di creature e leggende. Un’infinità di miti. Di storie locali. Create per educare i bambini a star lontani dai fiumi, o dalle miniere, create per spiegare fenomeni o consolare perdite inconsolabili.
Il piccolo popolo non è dissimile da tutte le altre forme che assume la fantasia umana, in questo.

Dissimile è la multiformità che ha assunto, dissimile la diffusione trasversale a qualsiasi barriera linguistica o religiosa, come se il mondo delle fate fosse un insieme i archetipi comuni all’inconscio dell’uomo, al di là delle sue divisioni linguistiche e culturali (basti ricordare che i temi delle fiabe sono ricorrente in tutto l’areale che va dall’Europa, all’Asia, all’Africa e alle Americhe, escludendo la sola Oceania – ce lo dice Kerenyi, in Miti e misteri).

Dài, dài.
Ora inventate una creatura fatata.
Vediamo se riuscite ad essere originali, o se è impossibile sfuggire ai cliché pre-programmati nel nostro encefalo.

Consiglio un libro davvero splendido, sul mondo delle fairy e sulle leggende che lo circondano: si tratta di “Fate”, di Brian Froud e Alan Lee, a cura di David Larkin, corredato da splendide illustrazioni.

C’è un buon film sulla leggenda delle selkie, ed è “Il segreto dell’isola di Roan”, del 1994. E attenzione: se vi venisse voglia di vedere “Changeling” con Angelina Jolie, vedreste un bel film ma che con i figli scambiati dalle fate c’entra solo a livello di metafora.

Di recente ho letto un romanzo davvero strano, dal sapore assai fiabesco, amaro, triste, poetico. Si tratta di “La ragazza dai piedi di vetro” di Ali Shaw.

#2. Tre.

È il mio secondo giorno da blogger (certo che ‘sta parola ha un suono tremendo) e mi sposto avanti di qualche migliaio di anni rispetto al post di ieri.

La letteratura medievale è uno dei miei più grandi amori. Un amore struggente, appassionato. Di quelli che a volte sanno anche far soffrire. E all’interno dello sconfinato mare che i bravi amanuensi ci hanno conservato, ho il vezzo di una predilezione superiore per la Materia di Bretagna.

Ne sont que trois matières a nul home antandant
De France et de Bretaigne et de Rome la grant

Così ci dice il giullare francese Jean Bodel (fine 1100 – inizi 1200), intendendo che se un uomo vuole occuparsi di qualche vicenda, o ascoltare una bella storia, in questi tre calderoni deve andare a cercare.
Questo non può che farmi pensare alle storture del diritto d’autore. Se fosse esistito qualcosa di simile ai tempi di Bodel, oggi non avremo la materia di Bretagna, quel corposo insieme di romanzi, poemi, lais, rappresentazioni, che dal basso medioevo attraverso i secoli si è strutturato così bene e così in grande, fino alle produzioni cinematografiche dei giorni nostri.
Non avremmo personaggi radicati nell’immaginario collettivo come Ginevra, Artù, Tristano, Merlino, e compagnia spadante e amoreggiante.

E inoltre, non potremmo vedere come i cambiamenti nei gusti dell’ambiente in cui le vicende venivano lette e raccontate, e i cambiamenti nella morale della loro epoca, hanno influito sulle alterne fortune dei personaggi.
Per esempio nei testi del 1100-1200 i personaggi più in vista sono spesso i cavalieri del lignaggio di Artù (perché lu re è pur sempre lu re), ovvero Galvano e Ivano, che altro non sono che quei Gawain e Owein di cui già si parla nelle leggende gallesi del Mabinogion. Personaggi quasi pagani, con doti ereditate di certo da mitologie anteriori (si pensi a Galvano come eroe solare, la cui forza aumenta all’avvicinarsi del mezzodì). Personaggi che amano smodatamente la patata, tanto da gustarla ovunque ella si trovi. Personaggi, per finire, soprattutto Galvano, difensore del regno, che anche a costo di incorrere nella sfiga suprema, fa vanto nel non aver mai negato o nascosto il proprio nome (e anche questo è un retaggio arcaico di una civiltà senza scrittura, in cui il nome e l’affermarlo – la parola orale – ha un peso enorme, retaggio forse solo ricordato all’epoca di Chretièn).

Ebbene, passano i decenni, passano i gusti, e le vicende cortesi diventano di certo più interessanti dell’onore del lignaggio reale, per cui Galvano è offuscato da Lancillotto. In Mallory addirittura Galvano diventa un personaggio meschino, un traditore.

E poi anche Lancillotto, l’eroe dell’amore cortese, cade in disgrazia, offuscato dai cavalieri del Graal, i casti, puri, immacolati (e anche un po’ tanto ottusi) Perceval, Bors, Galaad. Che è tempo di pensare a fare delle crociate, mica correr dietro a sottane e pastorelle, che tutti sti cadetti in giro a cazzo per l’Europa a piantar casino devono farsi templari…

Beh, com’è, come non è, tutto questo non lo si potrebbe vedere. E io non potrei commuovermi ogni volta che Galvano e Ivano non si riconoscono di ritorno dalla cerca del Graal, e Ivano muore, e io mi ritrovo ogni volta col magone.

Voi avete qualche punto, di qualche storia, che ogni volta sapete già cosa sta per accadere, eppure ogni volta vi magoneggia assai?

Per l’evoluzione del personaggio di Galvano, vedi:
Gabriella Agrati, M.L. Maggini, (a cura di), “Galvano, il primo cavaliere”

Navigazione articolo