Il canneto di Eridu

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#3. Diamante.

Sfogliando a caso giornali virtuali senza alcuna enfasi, e senza alcuna brama, accanto a titoli del tipo “Torna a casa Messi” (con la sua spocchiosissima squadra di perfettini), negli ultimi giorni non ho potuto che incappare nella entüsiasmante querelle leghista, con l’ex tesoriere Belsito accusato ora di essersi intascato un diamante tra quelli acquistati con i soldi dei rimborsi elettorali.

Ora, di certo non potevo lasciar correre la fantasia sulla politica italiana, che di fantasia ne ha fin troppa e quindi lascia ben poco spazio a quella del povero blogger (che schifo di parola, davvero… urge trovare un surrogato moralmente e foneticamente accettabile). E così non ho potuto fare a meno che collegare la parola diamante a due elementi: Sudafrica e Pink Floyd. Visto che sul Sudafrica, posto meraviglioso e terribile, vorrei dire molto, ma mai ci ho messo piede, preferisco collegarmi ai Pink Floyd e parlare un po’ di musica.

Se escludiamo una momentanea follia di seconda media, quando ascoltavo cose come Faccia da pirla oppure le canzoni di Francesco Salvi, i Pink Floyd sono stati (grazie a Delicate Sound of Thunder, live onnipresente nel mangiacassette dell’autoradio di mio papà) il mio primo infatuamento musicale serio. Li amo forte, davvero. Li amo soprattutto nella loro incarnazione d’oro, quella famosa, quella del periodo di Roger Waters come leader, di The dark side of the moon, Wish you were here, The wall. Li amo facile, insomma.

Ma sul secondo disco che ho nominato, disco dedicato all’ “assenza”, c’è una canzone (divisa in due parti per un totale di 26 minuti, forse canzone è un termine inappropriato, ma suite mi fa stracacare) dal titolo splendido: Shine on you crazy diamond.

Remember when you were young
You shone like the sun.

Si parla di Syd Barrett. E chi cazzo è Syd Barrett, mi chiesi la prima volta, stolto, ingenuo, sacrilego, come solo un cazzone di 16 anni che crede di sapere tutto può essere. E così, siccome ero un cazzone sì, ma curioso, mi comprai un libello e iniziai a leggere la storia di questa persona.
Syd, anzi, Roger Keith (il suo vero nome) suscitò così in me un fascino travolgente, il fascino (per usare le parole del mio allora professore di filosofia) che la psicopatologia ha su chi ne legge, più che su chi la vive.
Roger Keith Barrett era un giovane studente che, con Nick Mason, Roger Waters e Richard Wright, fondò i Pink Floyd. Un giovane brillante, simpatico, geniale, un giovane che potremmo definire uno dei simboli viventi della Londra psichedelica di quegli anni. Divenne l’uomo immagine, con il doppio ruolo di cantante e chitarrista, nonché di autore di punta, del gruppo.
Purtroppo la sua fragilità, o forse una psicopatologia latente, o forse semplicemente l’abuso di LSD, ne fecero da un lato un personaggio maledetto – il folle sul lato oscuro della luna che trasforma in musica incubi e allucinazioni, il poeta pazzo protagonista di mille aneddoti a volte esaltanti, a volte agghiaccianti, a volte esilaranti, ma sempre amari – dall’altro ne fecero un personaggio scomodo e ingestibile per il gruppo, che si trovò così di fronte alla scelta: finire con Syd Barrett, o provare a continuare senza di lui.

Lo misero alla porta.

Fortunatamente, da un certo punto di vista, altrimenti quei Pink Floyd che amo alla follia non sarebbero mai esistiti. Niente lato oscuro della luna, niente muro, niente vorrei che tu fossi qua. Niente.
Ma mi sono sempre chiesto se i compagni, a cui nel frattempo si era aggiunto David Gilmour, hanno mai potuto perdonare loro stessi per quell’abbandono, e in fondo credo che la risposta sia «no», se ancora nel ’75, sei anni dopo, si sentirono di scrivere quella canzone, e se al Live 8, in quell’incredibile reunion, fu così commosso il saluto a quel ragazzo col quale suonarono solo qualche anno, e che nel frattempo oltre a loro aveva lasciato anche questo mondo per andare nel suo canneto di Eridu, tra gnomi, spaventapasseri ed elefanti effervescenti.

Sulla figura di Syd Barrett, cfr:
Luca Ferrari, “Tatuato sul muro”

Consiglio anche l’ascolto di un disco:
Syd Barrett, “Barrett”

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