Il canneto di Eridu

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#53. Fiere.

Nel fine settimana da poco terminato, il 3 e 4 novembre, io e Fiore, la mia compagna, ci siamo concessi una vacanzuola in lunigiana e dintorni, sfruttando l’occasione per indulgere in alcuni dei nostri collezionismi e per vedere qualcosa di bello.

Per cominciare, dopo la solita Cisa – più tranquilla del solito, in vero – approdiamo a Carrara, e la prima meta non può che essere il mare. Il mare, anche (soprattutto?) d’inverno, è come il treno ne Il ragazzo di campagna. Ricordate Artemio e soci di Borgo Tre Case? «aah, il treno è sempre il treno». Eh sì, e il mare è sempre il mare. Guardare il mare non è mai una perdita di tempo, è un confronto con l’infinito, l’orizzonte, la natura. E la senti con gli occhi, col naso, con le orecchie. Un assalto sensoriale che può essere soverchiante se ne sei troppo cosciente.
Funziona ancora di più d’inverno, quando il tempo è un po’ così, e il cielo è un po’ così, e niente ha quel bel colore che dovrebbe avere per tranquillizzarti, quando non c’è gente intorno a te a distrarti, non c’è vocìo, e la sabbia è fredda, e umida. Ecco, è allora che il mare dà il massimo.

Sì, sì, ok, ho capito, basta seghe da poetastro, che dite che è meglio d’estate col sole e i ghiaccioli e i palloni e i costumi da bagno. Punti di vista, punti di vista, dico io. E lo dice anche Obi-Wan. Comunque, mentre mi perdo ad accarezzare la sabbia, la mia lei ne prende un campione per la sua collezione, e qui abbiamo chiuso. Un saluto a padre mare e subito dopo ci tuffiamo…

… Nella fiera di Carrara, naturalmente.

È infatti il penultimo giorno della Fiera dell’Oriente e delle Arti Marziali, e noi, che amiamo soprattutto il Giappone, ma più in generale un po’ tutto il mondo, non ce la vogliamo perdere. E qui, infatti, una volta oltrepassato un enorme padiglione dove la gente si mena nei modi più vari e pittoreschi, vestita nei modi più vari e pittoreschi, badando bene a tenere un basso profilo e a non urtare nessuno per errore passiamo al padiglione successivo. Ce la facciamo, la pellaccia è salva… che qui anche una ragazzina ti prende e ti crocca di botte se le fai girare le palle oltre il dovuto.
Una volta in salvo, in rapida sequenza troviamo incensi indiani e mediorientali, abiti cinesi, resine profumate, tisane d’ogni genere, specialità sarde (non fate domande, non ho risposte da darvi), libri dai titoli più improbabili. E poi candele, suonatori di gong giganti, individui che fanno yoga su una specie di amaca blu con lucine colorate (roba che nemmeno Yoda). Mancano giusto esplosioni verdi o gente che entra ed esce volando. Ma ci fossero, chiamerei la polizia, io.

Ma torniamo ai libri improbabili. Accanto a testi che solleticano la mia curiosità sulle filosofie orientali, e in particolare sullo zen, noto presto cose che mi causano poi sommo detrimento: c’è gente che ti assicura la vera felicità attraverso il tuo angelo (o persino l’angelo di qualcun altro). Ci sono scienze dai nomi più spettacolari che con pretesa di assoluta verità, giunta dalla comunione di antiche saggezze e nuovi metodi scientifici assolutamente all’avanguardia, ti possono garantire una perfetta armonia con il cosmo, il karma, l’universo, la tua psiche, il tuo angelo e con un po’ d’impegno financo il tuo intestino tenue. Ci sono terapie fatte di cristalli, colori, onde sonore, erbe, fiori, tisane, incensi… C’è, in pratica, tutto il condensato del ciarlatanismo new age, mischiato a testi di divulgazione sulle discipline orientali, mischiate a loro volta a libri di ricette.

Riguardo al connubio tra scienza e tradizione, e in particolare a queste nuove forme di sincretismo, mi permetto di esprimere un giudizio. Creare un sincretismo tra sistemi filosofico-religiosi complessi e stratificati è tutt’altro che un’operazione banale. Farlo male significa creare chimere che non possono sopravvivere, mostri in cui la testa di capra innestata su una scimmia porta alla morte della capra e della scimmia. È difficile unire sistemi lontani, diversi, che hanno presupposti diversi e significati opposti: se ben fatto, però, c’è la possibilità di creare un modello di pensiero universale. Finora, secondo me, non c’è riuscito nessuno, e ogni tentativo ha soltanto finito per creare ulteriori ciarlatanerie.

Ma si continua. Troviamo infatti ogni genere di massaggio (dal vibrante amazzonico al lumi lumi hawaiiano, e sì, lo so, c’entrano come le specialità sarde), e uno stand di cucina koreana dove il cuoco in persona ti porge le sue specialità guardando in basso, come se si vergognasse di disturbarti. C’è un incredibile artista vestito da santone indiano che fa dei mandala meravigliosi, che ci vuole una pazienza difficilmente misurabile già solo a guardarli, figuratevi a farli. E poi le bamboline giapponesi, i kimono, i ramen istantanei (e ti aspetti Lamù a fulminarti da un momento all’altro).

E poi arrivo allo stand del Go, il millenario gioco orientale decantato come il top dai giocatori di tutto il mondo. Roba che la sacra triade dei giochi a zero fortuna, più tosti, più spremi cervello (che comprende gli scacchi e il gioco in scatola moderno Caylus) vede il suo vertice proprio nel Go, lo shogun dei giochi. Ebbene, da amante del gioco non posso sottrarmi alla chiamata degli dei del sol levante, e mi siedo. Il gentilissimo espositore (un giocatore che partecipa a tornei in giro, di mestiere maestro elementare) mi insegna le regole base, e si parte. E mentre lui gioca cercando di creare situazioni attraverso le quali spiegarmi i casi tipici, io muovo alle spalle e inaspettatamente vinco la mia prima partita di Go (in campo ridotto 9×9), al primo tentativo. Figata. Ma immediatamente il maestro mi mostra che è stata una distrazione, perché alla seconda sta attento e mi asfalta senza troppi complimenti. Imparato qualcosa anche oggi: mai offrire la rivincita, dice il saggio Cestinante.
Comunque finalmente uno stand di gioco da cui vado via con qualcosa in più della voglia di acquistare. L’obiettivo infatti era diffondere il gioco, e farlo conoscere, non venderlo. E infatti gli espositori sono più interessati a darti materiale esplicativo e a invitarti a provare ad andare alle loro associazioni sul territorio e a partecipare a tornei, piuttosto che a venderti il gioco. Esperienza molto positiva, grazie.

C’è ancora tempo per qualche acquisto, in fiera. C’è tempo per portare a casa oggettistica davvero graziosa, e per guardare una magnifica fontana giapponese che sarebbe stata così bene nel mio giardino. Ma il mio portafogli mi ha suggerito di recedere dall’idea dell’acquisto.

Finito tutto quanto, si recupera lungo la strada un altro campione di sabbia (a poche centinaia di metri dalla prima, ma già in territorio ligure) e poi via, a vedere gli scavi archeologici della città romana di Luni, che da il nome alla lunigiana. I musei archeologici di questo genere, purtroppo, si somigliano un po’ tutti, ma qui c’è la possibilità di vedere gli scavi, ed è interessante.

Dopo serata & notte nella bella cittadina di Sarzana, il mattino seguente ci svegliamo e siamo avvolti da pioggia torrenziale e nuvole a bassa quota. Saliamo al castello di Fosdinovo, un rocca dei Malaspina poco distante, e sarebbe uno spettacolo eccezionale se si vedesse qualcosa, avvolti come siamo dalla nube, dalla nebbia, dalla pioggia. Bella la visita al castello, comunque.
Ma il maltempo ci sconsiglia di proseguire sulla linea che avevamo in mente, ovvero una visita alle grotte del vento, e decidiamo di tentare una graaande impresa: la doppia fiera in due giorni.

Infatti eccoci lanciati, nel primissimo pomeriggio, verso il Lucca Comics & Games, la più grande fiera italiana di fumetti, giochi, cartoni animati, videogiochi, nerdware e bimbominkiate in assoluto. La fauna che vi partecipa è vastissima e pittoresca, il cosplay regna sovrano indisturbato. Potrebbe capitarvi di guardare dei giochi in scatola tra Gollum, Go-go Yubari e Batman. E non vi sentireste fuori posto.
Nel corso degli anni è cresciuta in maniera esponenziale, arrivando ad occupare vaste porzioni dell’intero centro storico di Lucca. Dato il poco tempo a disposizione ci siamo dedicati solo a due aree: il Japan Palace (dove l’oggettisica – sia tradizionale che moderna – giapponese era in quantità e bellezza straripante anche rispetto alla fiera dell’oriente) e il padiglione dei giochi in scatola.
In entrambi l’indice di antropizzazione tendeva a più infinito, la densità tremenda: ho avvertito distitamente a causa della pressione molti dei miei elettroni che si schiantavano ingloriosamente sul nucleo atomico, annichilendo. Ho iniziato a pulsare ed emettere radiazione gamma. Credo che per svariate ore la terra sia stata percepita come una piccola pulsar nel nostro ramo di galassia.

Ma in fondo ne è valsa la pena.

Perché mentre dei foglietti fruscianti e dei dischetti metallici rapidi fuoriuscivano dal mio portavalori da tasca, qualcosa rimaneva attaccato al fondo della mia borsina, e l’espansione del cooperativo (ovvero un gioco in cui i giocatori, alleati, devono battere il nemico comune costituito dal sistema di gioco) Yggdrasil – gran bel gioco per me – già da sola mi procura un certo sottile appagamento, ma figuratevi a questo punto cosa può “1969”, gioco in scatola ben recensito sulla corsa allo spazio degli anni Sessanta! Potevo farmelo mancare? Proprio io, che della mancanza dell’allunaggio nell’arco della mia vita faccioda sempre un cruccio, un vuoto incolmabile? Sia mai!

E così, eccoci qua, sopravvissuti alle intemperie e a due fiere in due giorni, mentre facciamo rotta verso casa, mentre di nuovo affrontiamo la Cisa. La Cisa. La Cisa bagassa, boddana e meretrice, con i suoi lavoro fantasma e le sue code, e le quattro fottute ore e mezza (invece di due e venti) impiegate per rincasare…

#36. Agosto.

“Luke, scoprirai che molte delle verità che affermiamo, talvolta,
dipendono dal nostro punto di vista.”
Obi-Wan Kenobi, in “Guerre Stellari. Episodio V: L’impero colpisce ancora”

Sono nato in agosto, trentasei (anzi, #36.) anni fa tra due giorni. E mi è sempre piaciuto il mio compleanno. E no, non provo mestizia e tristezza e magone all’approssimarsi di un giorno in cui qualcuno mi dedica un pensiero o mi fa un regalo, e francamente fatico molto a capire perché dovrebbe. Già, perché? Eppure vi garantisco che per alcuni è così.

Si avvicina il loro compleanno e… kablam! si tuffano nella mestizia come uno stronzo si tuffa nell’acqua del cesso, cioè così, ci cadono, ci si lasciano cadere, senza nemmeno l’enfasi del gesto teatrale.
Alcuni per la terribile e atterrente consapevolezza dell’invecchiamento. Eppure si invecchia ogni istante. Alcuni invece approfittano del compleanno per fare tristi bilanci di periodicità annuale di tutto quanto non gli funziona, quando lo si potrebbe fare in qualsiasi altro periodo dell’anno tranne questo giorno, questo giorno in cui, per tradizione, per convenzione, gli si dedica un pensiero. E non vedo perché dovremmo pisciare sulla “convenzione”, dacché è una convenzione anche il linguaggio, e se disprezzassi la convenzione disprezzerei il linguaggio, e potrei quindi evitare di star qui a farmi sto blog di minchia.

Semmai, semmai, è quando il compleanno finisce che un po’ di mestizia inizia a illanguidire il mio spirito (vedi #16. Festa.).

Quindi, in definitiva, mi piace il mio compleanno, e tra pochissimi giorni lo sarà. E il mio compleanno è in agosto, e forse proprio per questo agosto mi è sempre piaciuto.

E fin da piccolo, con agosto, mi sono sempre piaciute tutte quelle cose ad agosto legate. Ad esempio le vacanze, e il mare. Il mare mi piace, sì (vedi #15. Prospettiva.).

Ma anche il numero 8, quello del mese sul datario. Quando a nove/dieci anni debuttai nel mondo del calcio (mondo che poi lasciai pochi anni dopo), lo feci con una bella maglietta lanosa, come si usava ancora, granata, con un bell’otto giallo sulla schiena.

E dopo la mia nascita, visto che ero del segno del leone, mia mamma comprò un leoncino di gomma, che fu anche il primo gioco, e che compare nel quadro che dipinse a festeggiare la mia nascita, e quindi anche il leone mi piace.

E mi piace il sole, e il caldo, e mi piacciono i colori del sole e del caldo. Mi piace da sempre l’arancione, che era il colore di agosto e del numero otto nei posterini in classe alle elementari (e la tigre che, arancione e nera, da piccolo era il mio animale preferito) e mi piace il giallo, che è il colore che scelgo sempre quando partecipo a qualche gioco in cui devi scegliere il colore delle pedine da utilizzare.

E il giallo è proprio un bel colore. Che poi, sarà anche vero che il colore più bello, il colore più forte, più violento e più leggibile sono tutti funzione del colore di sfondo, ma su sfondo nero (che è uno dei due più comuni) il giallo spacca di bestia.

E il giallo, l’arancione, il mare, il sole, il caldo, le vacanze, il gelato, il leone e la tigre, le sere calde in cui si esce tutti, gli amici, il compleanno, la festa e la gente che si ricorda di me, sono tutte cose fiche.

Agosto è come i girasoli, il mare, la pizza. Come il Natale.
Se li odi è colpa tua, non loro.

#15. Prospettiva.

“Dopo l’istante magico in cui i miei occhi si sono aperti nel mare, non mi è stato più possibile vedere, pensare, vivere come prima.”
Jacques-Yves Cousteau

“… un certo modo di scalare che non è sport, è un’altra cosa. È una filosofia, sono valori, è un pensare a tutto”
Reinhold Messner

Adoro il mare, e adoro la montagna. Non solo perché per me, incallito abitante della pianura padana, sono sempre stati sinonimo di vacanza. E non solo per saraghi e caprioli.

Amo il mare. Non le sale giochi, le sdraio, la gente in costume, i tuffi, la coca-cola ghiacciata o le biglie che corrono sulla sabbia. Amo il mare, proprio lui, amo fissare a lungo quel blu illimitato. Calmo o in tempesta, al mio occhio il mare è come una finestra sull’infinito, un contrasto stridente con la finitezza umana: travalica il limite insito nella nostra condizione.
E va rispettato, perché è pericoloso: non puoi trattarlo da pari, ti ci devi avvicinare con prudenza. Di più: con riverenza.
Il mare è un piano blu. Le onde disegnano mille ostacoli, mille valichi, mille traiettorie. E mille volte mille sono le rotte che si possono disegnare. Alzare gli occhi, guardare l’orizzonte: un gesto non banale, per chi è abituato a vivere la città. Un esercizio quasi pesante per la mente, che si affatica a comprendere la vastità degli spazi e delle prospettive.
E nel rumore delle onde, il suono primigenio della vita, la voce dei primi organismi, l’uovo da cui tutti proveniamo.
Slanci verso l’infinito spaziale, echi dall’infinito temporale. Prospettive.

Amo la montagna. Non intendo le piste da sci o gli eventi mondani dei “posti da vips” con tanto di Casino, e neppure i “posti da shopping” ai piedi dei monti oltrefrontiera. No.
Amo salire. Cercare il sentiero, calpestare aghi di pino o roccia, uscire dal bosco. E vedere man mano l’ambiente che cambia intorno a me, il mondo che si schiude diventando cielo, le pareti di roccia che si aprono rivelando paesaggi nuovi dopo ogni curva. Le prospettive ingannano, a volte, ma quando le sai padroneggiare sai anche porti un traguardo e raggiungerlo.
E quando superi una salita e ti si apre un altipiano cintato di vette, e sai che dovrai passare quelle vette per arrivare a un nuovo altipiano, non riesci a pensare ad altro che a tutta la bellezza che hai davanti, al mare verde orizzontale che ti riempie gli occhi, e a quello bianco verticale che lo segue, nelle lingue del ghiacciaio che lambiscono i laghi.
Verde, e poi grigio, e poi bianco, e poi solo il cielo. Prospettive.

Perdersi guardando le immensità del mare, o le alpi da un rifugio. Ecco un esercizio che dovrebbe essere obbligatorio, di tanto in tanto, per la gente di città.
E a maggior ragione per i politici. Una settimana di mare e una di montagna, ogni anno. Ma non in mare su uno yacht da dodici metri con due puttanoni in costume leopardato. Mare ascetico, in un faro, o semplicemente sugli scogli, a guardare e riflettere.
E montagna, a faticare e arrancare sulle salite, per guadagnare la cima.

Perché i nostri politici, e con nostri non intendo solo italiani, perché è una triste condizione diffusa, mancano di prospettiva, e hanno bisogno di ritrovarla.
Mancano della capacità di guardare lontano, e si fermano alle prossime elezioni. Si fermano al negozio all’angolo. Guardano solo il truogolo, come i maiali. E invece devono imparare a spaziare con lo sguardo in lontananza, come guardando il mare. E capire che le distanze sono importanti. E guardare verso l’alto, verso la vetta, l’obiettivo, e imparare a cercare strade per raggiungerlo.

Perché ho davvero tanto la sensazione che in questa crisi non sappiano che accidenti fare, e proseguano di giorno in giorno mettendo un cerotto qua e uno là. Convinto di aver fatto un passo avanti raggiungendo un punto che regolarmete i mercati hanno superato da giorni. E tengono fermi punti granitici che sono capisaldi solo nelle loro menti ottuse.

Ed ho davvero la sensazione che questa Europa l’abbiano ereditata da gente che le prospettive le vedeva eccome, ma loro non sanno che farci. Non hanno deciso dove portarla eppure ogni giorno camminano a cazzo, come chi va in montagna senza mappa e senza conoscere il posto, e rischia la vita a ogni pie’ sospinto (la sua e quella di chi dovrà soccorrerlo).

E ho la sensazione che anche tutta questa antipolitica serva solo a dirci che i politici sono cazzoni (come fosse difficile da intuire), ma nelle proposte, pur spesso sagge nella loro banalità, manca sempre la prospettiva, quella che permette di segnare un punto lontano, e trovare rotte o sentieri per raggiungerlo.

#11. Meraviglia.

Meraviglia. Come quella che si può provare di fronte a qualcosa che proprio non sembrava possibile. O a qualcosa che sapevamo benissimo possibile, eppure ci stupisce lo stesso.

La prima è la meraviglia dell’incredibile che si fa realtà, il manufatto che va al di là di quanto fa parte dell’esperienza in virtù di misure, proporzioni o bellezza. È la meraviglia di fronte all’opera splendida, o colossale, o inaspettata.

La seconda è la meraviglia di fronte a qualcosa che hai sempre visto, eppure non manca di scioglierti il cuore. Come quande verso le sette e mezza tutti se ne vanno un po’ a strafanculo a prepararsi per l’happy hour e per la prima volta nella giornata vedi il mare. L’hai avuto sotto gli occhi tutto il giorno, ma non importa, hai appena scoperto quanto cazzo è bello. Oppure la cascata che hai appena raggiunto dopo 4 ore di camminata, deve essere bella per forza dopo tutta ‘sta fatica, ma così bella, eh no, non eri pronto, davvero. O il manto di una pantera, ma è davvero così bello? Ma ha davvero quegli occhi? Non è la prima volta che capita nel raggio d’azione dei tuoi dispositivi visivi, eppure…
Ma più ancora, questa è la meraviglia che si prova di fronte a una vita che sboccia, che sembra ogni volta impossibile si possa fare davvero. Sembra una di quelle azioni da divinità, da libri di mitologia, e invece quella donna che hai davanti è la dea che ha compiuto l’impresa, e tu ti senti così inadeguato e trascurabile, e ogni tua impresa non ha più valore al cospetto dell’atto creativo della dea.

Ebbene, non siamo qui per occuparci del secondo tipo di meraviglia, ma del primo. Non dell’atto della divinità, ma dell’uomo.

Da piccoli, tra le prime cose da imparare per esercitare la memoria, ci sono i sette giorni della settimana. Le sette note musicali. I dodici mesi. L’alfabeto. La formazione del Milan.

Io preferisco le sette meraviglie del mondo antico. La piramide di Cheope, i giardini pensili di Babilonia, la statua di Zeus a Olimpia, il tempio di Artemide a Efeso, il Mausoleo di Alicarnasso, il colosso di Rodi, il Faro di Alessandria. Nomi sospesi tra la storia e il mito.

La grande piramide, accompagnata dalle due sorelle e soprattutto dalla sfinge (potremmo in effetti dire che l’intero complesso è un’unica, stupefacente meraviglia) è in effetti l’unica  che, pur soggetta a uno scorrer di tempo maggiore, è ancora lì nel deserto a far mostra dello splendore e della grandezza della quarta dinastia egizia, e dell’abilità del suo artefice, l’architetto Hemiunu cui è tradizionalmente attribuita.
Due meraviglie sono andate perdute, e di esse nulla ci rimane, tanto che ci si chiede ancora se fossero mito o realtà. Il colosso di Rodi, una gigantesca statua bronzea del dio Helios posta all’ingresso del porto dell’isola, dopo 56 anni dalla sua costruzione venne abbattuta da un terremoto, e ancora per 800 anni rimase sdraiata nell’acqua, fino a quando fu fatta a pezzi e “deportata” dagli arabi. I giardini pensili di Babilonia sono stati assorbiti dal tempo e dal mistero. Molte teorie sono state avanzate, e diversi edifici negli scavi dell’antica capitale sono stati identificati con la base dei giardini. Ma al giorno d’oggi gli studiosi non concordano praticamente su nulla, se non sul re babilonese Nabuccodonosor II, sotto il cui regno vennero edificati, a dispetto della tradizione che li attribuisce al volere della regina assira Semiramide.
Solo vestigia ci restano delle rimanenti 4 meraviglie.
Il Mausoleo di Alicarnasso, tomba del satrapo Mausolo, voluta e fatta erigere dalla moglie-sorella Artemisia, doveva suscitare un impressione grandiosa se ancora oggi il termine mausoleo si applica per i monumenti funebri. Il Mausoleo, alla cui realizzazione lavorarono gli artisti più importanti dell’epoca, come Prassitele e Skopas, venne abbattuto da un terremoto. La struttura in rovina venne definitivamente distrutta dai crociati, gente per bene rispettosa del culto e della storia.
Sempre in Asia Minore, ma nella città di Efeso, sorgeva l’Artemision, il grande santuario della dea Artemide. Venne edificato da re Creso, al quale la pecunia non mancava, e poi distrutto da un mitomane nel 356 a.C.… avete capito bene, venne distrutto da un mitomane, che desiderava passare alla storia, e il cui nome non riporterò per non contribuire nel mio piccolo alla perpetuazione della fama di quell’immenso idiota. Possa essere per sempre dimenticato, lui e la sua stirpe. Circostanza piuttosto curiosa, gli dei ci fecero la grazia di un evento in grado di offuscare il misfatto persino tra gli eventi salienti di quel giorno. Infatti in quelle stesse ore nasceva Alessandro Magno, l’uomo che avrebbe riscritto la geografia, la storia, la cultura e quantocazzo altro dell’Occidente e dell’Oriente.
Fidia, forse il più grande scultore greco, fu l’autore della statua di Zeus nel santuario di Olimpia. Un’immensa opera di avorio e oro, che rimase al suo posto per 800 anni prima di trovare l’ennesimo cazzone: in questo caso con buon proposito di conservarla, il funzionario bizantino eunuco Lauso la deportò nella sua collezione di arte pagana in un palazzo di Costantinopoli, che venne distrutto da un incendio portando con sé l’opera.
E finisco questa carrellata, che intendevo più rapida di quanto è stata, con il faro di Alessandria. Anche in questo caso si tratta di un’opera che ha finito per dare il proprio nome a tutta una categoria di oggetti, dacché il faro prende il nome dall’isola di Pharos su cui era posto. Anche qui il colpevole della distruzione fu un terremoto, come per il mausoleo e il colosso, e se parte della sua struttura venne utilizzato per la costruzione di un forte, molte pietre e statue sono state “conservate” per noi dal mare.

Ora, intanto possiamo dire che le sette meraviglie vennero codificate relativamente tardi nella sequenza che poi si è affermata, tanto che in precedenza molti altri elenchi di questo tipo erano stati tentati e mai ebbero una fortuna culturale come l’elenco classico. Possiamo dire che queste furono le meraviglie che erano in piedi tra il 250 e il 226 a.C., dacché solo per quei 25 anni furono tutte in piedi contemporaneamente, e questo è un dato davvero curioso, se pensiamo invece alla durata e al successo dell’idea di “sette meraviglie” e dell’elenco delle stesse.
Nel mondo antico ben altre e molte furono le meraviglie andate distrutte prima o edificate dopo quel venticinquennio, oppure che videro la luce in zone del pianeta troppo lontane. Penso alla porta di Ishtar di Babilonia, alla stessa Etemenanki, poi identificata con la torre di Babele. E poi la ziqqurat di Ur-Nammu ad Ur, le moschee di Samarcanda, Santa Sofia a Costantinopoli, i templi di Abu Simbel, Stonehenge, i moai dell’Isola di Pasqua, il complesso di Chichen Itza, le piramidi del sole e della luna a Teotihuacan, Macchu Picchu, Petra, il colosseo, la muraglia cinese, la città proibita a Pechino, Angkor Vat, il Taj Mahal, San Pietro, la cappella Sistina, i dipinti rupestri delle grotte di Altamira, il palazzo di Cnosso, il tempio di Salomone… tutte opere che destarono chissà quale riverenza e rispetto negli uomini dell’epoca, se ne destano ancora così tanto oggi. E chissà quante altre dobbiamo ancora identificarne, se le fortezze indo-arie dei Veda sono state localizzate solo nell’ultimo trentennio nell’area dell’Oxus.
Negli ultimi anni, poi, il desiderio di codificare altre liste di meraviglie è rispuntato, al punto che in occasione delle Olimpiadi di Atene 2004 fu l’Unesco a proporre una specie di sondaggio globale per scegliere una nuova lista.

Ma cos’è in definitiva una meraviglia? È un’opera che finisce per caratterizzare da sola 3000 anni di civiltà, come la piramide, oppure è semplicemente qualcosa che stupisce, costringendoti a sgranare gli occhi?
E quali opere moderne, degli ultimi centocinquant’anni, insomma, potrebbero a ben diritto essere definite meraviglie? Io vi do una mia lista, di sole sei meraviglie, con motivazioni. Gradirei vostri pareri e proposte, se volete. Perché il concorso dell’Unesco era ancora rivolto al passato, e quello che invece voglio capire io è quali delle opere del nostro tempo saranno ricordate tra duemila anni come le meraviglie dei nostri secoli.

1) La ISS. Di sicuro la Stazione Spaziale Internazionale si presta più di tutte le altre ad entrare nell’elenco. Intanto si tratta di una meraviglia che staziona in cielo, e questo le fa dare della merda a tutte le altre. E poi rappresenta lo spirito di comunità internazionale che permette di raggiungere traguardi incredibili. Poi si tratta di una meraviglia con scopi scientifici. E poi, accidenti, da lassù sì che la vista spacca il fiato.

2) La Tour Eiffel. Niente a che vedere come stupore in grado di suscitare e come meraviglia tecnica con la ISS. Ma è un simbolo. Cosa che la ISS non è riuscita ad essere, anche per questioni puramente estetiche. Rappresenta da sola una città e una nazione, e forse, fuori dall’Europa, è uno dei simboli più riconoscibili dell’intera Europa stessa.

3) La Statua della Libertà. Vale tutto quanto detto per la torre parigina, con in più lo spirito che rappresenta (una gemellanza di intenti e di obiettivi che le democrazie occidentali delle due sponde dell’Atlantico dovrebbero condividere, e non parlo di figa e petrolio).

4) Le Twin Towers del WTC. È vero, non ci sono più. E non erano poi nemmeno tanto belle. Torri alte, torri grosse, moderne, va bene. Allora sono più belle quelle di Kuala Lumpur, e di sicuro nei prossimi anni ne faranno di ancora più belle. Difficilmente, però, esisteranno mai due torri in grado di influenzare più di quelle del WTC, per la loro storia, la loro fine e quello che poi ne è conseguito, la storia del pianeta.

5) Il Nido d’uccello e il Cubo d’acqua. Con i giochi olimpici di Pechino 2008 la Cina, da paese emergente, ha iniziato ad affermarsi come potenza di primo piano del pianeta, iniziando di fatto la rincorsa agli Stati Uniti. Lo stadio e il centro acquatico, con il loro aspetto straordinario, hanno comunicato al mondo che la Cina ha soldi, ha potere, ha forza, ha stile, ha gusto, e non è disposta ad avere un ruolo secondario.

6) La Sagrada Familia di Gaudí. Iniziata a fine Ottocento e ancora in costruzione fino probabilmente al 2026, per un totale di 150 anni, è un’opera d’altri tempi. Anche perché cattedrali, ed opere religiose in generale, che siano state costruite nel nostro tempo e si mettano a sfidare opere di 400 anni fa, che ne sono poche.

Per le sette meraviglie antiche, vedi:
Peter Clayton e Martin Price, “Le sette meraviglie del mondo”

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