Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

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#61. Urano.

“Il Cielo non ha parenti; tratta egualmente tutti gli uomini.”
[Confucio]

Un oggi di qualcosa di più di qualche anno fa, nel lontano 1781, fu scoperto – fortuitamente, dall’astronomo britannico Herschel – il penultimo pianeta solare destinato a rimanere considerato tale fino ai giorni nostri: il verdazzurro gigante ghiacciato Urano.

Si completava così, con il suo battesimo, il trittico delle divinità supreme greche. Ouranos, Kronos, Zeus. Urano, Saturno, Giove.

Urano, il cielo, nato da Gea, la terra, e poi suo sposo o amante (tutte le mitologie sono costrette a salti mortali per giustificare le prime riproduzioni: qui Urano giace con la madre). La terra gli dà un sacco di figli, primi tra tutti i titani, e d’improvviso Urano è colto dall’atroce sospetto che questi figli-fratellastri vogliano prima o poi fargli la pelle. Decide così di gettarli nel Tartato (nelle viscere della terra, ovvero della madre… ma questo può essere anche una metafora del fatto che giacendo sempre su Gea non permetteva ai suoi figli di venire alla luce). La madre, però, dona un falcetto a Crono (che sarebbe poi il Saturno dei romani), il più giovane dei titani, che mentre Urano fecondava nuovamente Gea lo evirò con il falcetto, e gettò il suo membro in mare. Crono e gli altri titani furono così liberi di uscire dal ventre di madre terra e di vedere la luce, e Crono divenne il nuovo sovrano.

La divinità maschile più antica, il cielo Urano che feconda la terra, viene sostituita dal tempo, Crono. Dalla società che si affida alla natura, a quello che il cielo dona, si passa a una società per la quale conta il tempo. Dal paleolitico, con la sua caccia e raccolta, al neolitico, all’agricoltura, con l’importanza del ri-conoscere il ciclo delle stagioni, i suoi tempi.

Il bravo Crono, degno figlio di Urano, si prese per moglie la sorella Rea (nome opportunamente scelto poi per un satellite di Saturno), e dato che gli venne profetizzata una fine analoga a quella del padre (detronizzato dal figlio) si risolse per un sistema di eliminare i figli ancora più cruenta: decise di mangiarli. Ancora una volta, però, la mitologia greca dà il compito alla donna di salvare la propria prole punendo l’uomo per i suoi delitti, e Rea salva l’ultimo dei suoi figli maschi, Zeus (che poi è Giove), affidandolo alla cura della terra (o, a seconda delle tradizioni, alle ninfe). Zeus, cresciuto, porterà a compimento la profezia. Avvelenerà il padre facendogli vomitare i fratelli, e darà vita a una grande guerra, la Titanomachia, attraverso la quale relegherà i titani nel tartaro e arriverà al potere.

E così dal tempo, si passa a un dio-re, Zeus, signore del giorno, e del tuono, del fulmine, della capacità di comandare e punire. Arriviamo alle società dell’età del bronzo, alla regalità.

Tre sovrani del cielo, Urano (il cielo stesso), Crono (il tempo), Zeus (il giorno, confronta il latino “dies”). Tre pianeti, quelli che fino a quel momento erano i tre pianeti più grandi conosciuti, Urano, Saturno e Giove, dal più piccolo al più grande (ognuno in fondo detronizzato dal successivo), e dal più lontano al più vicino.

Curioso, peraltro, che anche a Zeus fosse stata profetizzata una fine per mano della prole. Decise così di mangiare la figlia Athena, appena avuta da Metis (la saggezza) dopo un concepimento tramite il classico tema mitico della fuga magica (in cui ad ogni trasformazione della fuggitiva l’inseguitore si trasforma a sua volta in qualcosa di più agile, veloce o potente), tema ricorrente in molte mitologie e in quella greca non da meno, come nel caso di Demetra e Poseidone con il concepimento di Persefone/Kore (fanciulla).
Dopo aver divorato la figlia (ricordiamolo, concepita con la saggezza), Zeus è colto da una fortissima emicrania (eh, le figlie danno un sacco di grattacapi), e chiede a Efesto, il fabbro degli dei, un aiuto. Qui il mito è in effetti oscuro, il fatto che non abbia chiesto aiuto a una divinità più morigerata, sapiente, ma a un buzzurro che viveva nell’Etna, la dice lunga anche sui metodi maschili per risolvere i problemi: «Mi fa male la capa». «Ci penso io», risponde Efesto, che con una martellata gli spacca il cranio. Spiccio, Efesto. Dalla testa della divinità emerge quindi, già adulta e armata e perfettamente pronta a rompere i coglioni, Athena. Che vanta un doppio nome, Pallade Athena, per il non trascurabile evento di aver, da giovanissima, accidentalmente ucciso la migliore amica Pallade, decidendo per onorarla di portare con sé per sempre il suo nome.

Ora, proseguendo nella tappa di avvicinamento al sole, la sorte vuole che, prima di incontrare un altro pianeta vero e proprio, ci si imbatta nella fascia degli asteroidi: detronizzazione andata male, Giove resiste, resta lui il pianeta più grande del sistema solare. Pallade è solo un asteroide della fascia, il secondo in ordine di scoperta, mentre Minerva (l’equivalente romano di Athena) è un sasso carbonaceo di 190 km di diametro. Come a dirci che l’uomo ha rinunciato a soppiantare gli dei con la saggezza, con la filosofia. Curioso, come dicevo. Curioso che manchi il passaggio dalla società del bronzo a una civiltà della saggezza, che sia solo abbozzato, nella nostra storia come nel percorso dal lontano profondo del sistema solare (dalla notte dei tempi) verso la Terra.

Curioso, anche perché questo ha degli effetti: il pianeta successivo, quello più prossimo alla Terra in questo viaggio, è Marte, la guerra. Niente saggezza? Allora guerra.

Sulla saggezza e sul senso del sacro, raccomando la visione di questo filmato.

Almanacco, LXXI

Settantunesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
6 marzo 2013

Ho appena scoperto che il 6 di marzo 1619 è la data di nascita di tal Hercule Savinien de Cyrano de Bergerac, curiosissimo personaggio nel cui cognome avrete di certo riconosciuto quel Cirano de Bergerac immortalato da Edmond Rostand nella celeberrima opera teatrale. Ora, questo personaggio pare veramente curioso, di certo poco imbrigliabile nelle categorie della sua epoca, e arrivò a scrivere opere che potremmo definire precorritrici della fantascienza: “L’altro mondo. O gli stati e gli imperi della Luna” e “Gli stati e gli imperi del Sole”.

E voi, che di certo ne avete letti, in quale testo antecedente al Novecento trovate il germe più antico della fantascienza? Avanti, miei piccoli Kolosimi, ditemi.

Ah, per inciso, oggi si compiange o deride un personaggio politico che di certo ha inciso molto nella storia degli ultimi vent’anni: il capo di stato o dittatore venezuelano Hugo Chavez. Una sua frase voglio qui posizionare, perché viene usata per deriderlo, ma in fondo la trovo tutt’altro che banale: ”Non è da escludere che vi sia stata una qualche forma di civiltà su Marte. Ma forse sul pianeta rosso sono arrivati il capitalismo e l’imperialismo ed hanno distrutto tutto”. Su punti di vista simili a questo sono state scritte alcune tra le opere più poetiche e visionarie della storia della fantascienza.

#43. Viaggio.

“Gira gira insieme a noi ottanta giorni e poi
Il mondo noi l’avremo visto!
Tutto qui si fermerà aspetteranno solamente noi”
[Oliver Onions, “Il giro del mondo di Willy Fog”]

“And you run and you run to catch up with the sun
but it’s sinking,
racing around, to come up behind you again!
The sun is the same in the relative way,
but you’re older,
and shorter of breath, and one day closer to death.
[Pink Floyd, “Time”]

Il “viaggio” è un concetto straordinario.

Cominciamo col parlare del viaggio più semplice, quello letterale, quello che ci richiama le vacanze, per intenderci. Di fronte alla domanda «Quale posto al mondo vorreste tanto, tanto, tanto visitare, e in che condizioni, in che situazioni, in che tipo di viaggio (da solo, con l’amore, con gli amici, con perfetti sconosciuti, viaggio di lavoro, turistico classico, escursionistico, reportage, in barca, in aereo, in treno, a piedi coi sandali o a dorso di mulo…)», che ho posto agli amici su un social network e dal vivo, mi sono arrivate alcune risposte simpatiche. C’è chi vuole andare in una grande capitale, chi su un’isola esotica, chi vuole visitare grandi spazi o natura selvaggia. C’è anche chi, nella totale indecisione, o forse nella disperazione di non poter includere tutto il mondo (ché tutto il mondo varrebbe la pena di essere visitato), mi ha indicato un clamoroso viaggio che attraverso tre continenti lo porterebbe a vedere una bella fetta di pianeta.
Poi c’è chi ha esteso un po’ il concetto. Cisi, giovin (più o meno) scrittore cremonese che in genere ama ritrarre il mondo underground di operai e giovani in cerca di lavoro, si è staccato di prepotenza dal suo habitat puntando molto in alto: la conquista di un 8000, alla ricerca degli dei. Del resto si sa che gli scrittori sanno volare in alto.

Personalmente, dovendo scegliere uno ed un unico viaggio (la categoricità del linguaggio matematico è impareggiabile), e trovandomi come l’amico di poco sopra in grave difficoltà dovendo scegliere tra i vari posti del mondo, penso che sarei costretto a cercare un viaggio metaforico, un viaggio in grado di portarmi lontano da qui (luogo), ma al contempo profondamente in grado di farmi andare qui in profondità, facendomi scavare dentro me stesso. C’è chi dice che il posto giusto è l’India, anche se io credo che luoghi desolati e spaziosi come la steppa mongolica siano più adatti ad un viaggio interiore. Ma in fondo, se il viaggio deve essere interiore, la destinazione fisica è quasi irrilevante, serve solo un luogo in grado di dare lo spunto, il calcio in culo verso se stessi.

E allora, ecco che ci viene in aiuto ancora una volta la materia di Bretagna. Ci viene in aiuto perché lì il viaggio è sempre l’inizio di un’avventura, e l’approdo dell’avventura può essere raggiunto solo attraverso lo smarrimento. Solo quando si perde, in pratica, l’eroe può fare un incontro speciale, e misurare la sua forza, il suo coraggio, può sentire i suoi stimoli interiori, ed affrontarli. Solo quando si perde l’eroe può inseguire i suoi fantasmi, siano essi la lealtà messa alla prova (Galvano e il Cavaliere verde, nel quale Galvano dopo essersi perso approda ad un castello dove viene messa alla prova la sua lealtà, che egli dimostra), o l’amore (Ivano o il cavaliere del leone, nel quale l’eroe solo perdendosi può trovare l’avventura più grande e l’amore), oppure la morte e l’oltretomba (il Castello delle Pulzelle, misterioso luogo dove gli eroi arturiani incontrano le donne che ritenevano morte).

La morte poi è un concetto strettamente legato al viaggio. In fondo la vita non è il viaggio che tutti percorriamo, e non è identico per tutti solo l’approdo? E quindi non possiamo, attraverso questa metafora, sostenere che quello che conta non è la destinazione, ma il viaggio? Pena la sopravvalutazione della morte rispetto alla vita.

Ebbene, la giusta risposta è, come spesso accade: «dipende dal punto di vista» (ah, maledetto Obi Wan). L’esempio è il viaggio più grande che, per ora, l’umanità possa concepire (o meglio, concepire di realizzare), ovvero la missione per mettere il piede su Marte. Ebbene, in quel caso il viaggio è tutto finalizzato alla meta, e la meta è molto oltre il pianeta rosso. La meta è una nuova umanità, non più legata alla sua Terra natale, un’umanità nuova e vecchia allo stesso tempo, con nuove frontiere, nuove terre da esplorare e rendere umane. È solo un sogno fatto per vendere libri di fantascienza? Non credo, è lo stesso sogno che l’umanità ha sempre avuto. È il vero e più antico sogno americano, in fondo. Quello di un nuovo posto, un nuovo mondo dove costruire una civiltà più libera e più giusta, una civiltà in grado di offrire a tutti un’opportunità. Ma è anche la voglia di conoscere, di conquistare, di raggiungere i confini (connaturata all’uomo, che in quanto finito è costretto a commisurarsi con uno spazio infinito del quale cerca gli inesistenti confini). La voglia che avevano anche i grandi viaggiatori, e i vichinghi, e Alessandro, e i fenici, e i cretesi. La voglia che aveva l’ominide quando se ne andò da Olduvai, o quale che fosse la terra di origine, e si spinse in tutto il mondo e divenne uomo.

Ma il viaggio, comunque, contiene in se il germe del ritorno. E così l’uomo se ne andò dall’Africa un paio di milioni di anni fa, ed è comunissimo ancora oggi per chi ritorna in Africa dall’Europa sentire una specie di richiamo, di mal d’Africa, che lo richiama ancora e ancora…

E così, se il ritorno è contenuto nel viaggio, è interessante anche la domanda posta dall’equipaggio di Mars500 a chi li seguiva su twitter. Intanto dovete sapere che Mars-500 è una straordinaria missione organizzata dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) in cooperazione con quella russa, nella quale 6 astronauti hanno simulato, chiusi in una finta astronave, il viaggio Terra-Marte-Terra, registrando le variazioni di stress, del carico ormonale, le risposte del sistema immunitario e altri parametri fisici. Un passaggio importante, in vista della conquista della nuova frontiera.
La domanda, dicevamo, che hanno posto, è sostanzialmente questa: qual è la prima cosa che fareste una volta tornati sulla terra da un viaggio di 520 giorni nello spazio?
La mia risposta (che ha portato un sorriso sull’astronave, mi ha detto l’astronauta italiano Diego Urbina che ha partecipato alla missione) è stata: la pipì contro una pianta, o nel mare giù dagli scogli. Semplicemente non avrei saputo pensare a una cosa più umana e al contempo più terrestre…

#28. Duemila.

Il motore del 2000 sarà bello e lucente
Sarà veloce e silenzioso, sarà un motore delicato
Avrà lo scarico calibrato e un odore che non inquina.
[Lucio Dalla, “Il motore del Duemila”]

Blood rack barbed wire
Politicians’ funeral pyre
Innocents raped with napalm fire
Twenty first century schizoid man.
[King Crimson, “21st century schizoid man”]

Sono nato nel 1976, e quel numero mi pareva da piccolo tanto complicato e tanto difficilmente distinguibile da tutti gli altri.

Ho un flash della mia prima improvvisa presa di coscienza di qualcosa chiamato “anno”, ed è quando facendo il saputo, a sei anni, giocando sul divano con una macchinina (rappresentante un modello d’epoca) dico a mia madre: «Questa è una macchina antica, è del 1982». E lei mi risponde: «Siamo adesso nel 1982».
Prima di quel ricordo, non ne ho altri che riguardano direttamente una mia consapevolezza dell’anno in corso.
E poi, invece, ne ho. Come quando giocando con amici fingevamo di essere dei corridori di formula uno, e che fosse l’anno 2000, quando avrei avuto 24 anni e sarei stato grande. Nella mia mente si formò l’associazione di idea 2000 = adulto. E ho sempre percepito il 2000 un po’ come la data spartiacque. L’anno zero, il divisorio, tipo avanti Cristo / dopo Cristo.

In realtà il 2000 non ha avuto niente di speciale, anche se da un certo punto di vista è forse proprio dal duemila in poi, finito il servizio civile, con una morosa stabile, con una consapevolezza diversa del lavoro, che ho iniziato a scrollarmi di dosso un’epoca post liceale piuttosto confusa. Ma a parte il significato che ha avuto per me, il 2000 non è stato molto diverso dal 1999 o dal 2001.
Certo, dopo l’ondata millenarista dell’anno mille, con flagellanti, frustate, eretici, ricordatichedevimorire, eccetera, anche il duemila ha avuto il suo rigurgito di finedelmondismo. Non sotto la forma del millennio precedente, ma sotto la bandiera – un po’ ridicola – del Millennium Bug. E poi oggi c’è il nuovo millenarismo maya. Chissà, magari l’anno prossimo toccherà agli etruschi. O ai sarmati. Chissà quando hanno previsto la fine del mondo i pelasgi. Chissà da che pianeta provenivano i loro dei.

La verità è che il mondo non finirà tanto presto, e a meno di colpi di sfiga davvero epocali (una cometa gigantesca, che però vedremmo con un certo margine di anticipo), quando tra qualche miliardo di anni il sole esploderà, l’umanità avrà già lasciato in massa questo sistema solare. E chissà dove sarà diretta.

Ma torniamo a questo pianeta, che è tutt’ora vivo e vitale, come diceva De Filippo del teatro. Ormai, arrivati al 2012, superato il primo decennio del millennio, il decennio della moneta unica, il decennio delle torri gemelle, è giunto il momento di fare un po’ il punto della situazione.

Intanto, c’è da dire che siamo parecchio in ritardo. Tramite social network, smart phone con geolocalizzatore, diffusione capillare delle celle telefoniche e delle telecamere di sicurezza, ci stiamo avvicinando a “1984” di Orwell, ma non ci siamo ancora arrivati, e il ritardo è di 28 anni (manca poco, però). Per quanto riguarda la colonizzazione del sistema solare, rispetto a “2001 Odissea nello spazio” (un film che mi è nemico almeno quanto mi è nemico “Il signore degli anelli” come libro… i grandi classici che non sopporto… e non riesco a vincere) il ritardo di 11 anni difficilmente sarà colmato anche solo nei prossimi 40, anche se una base che orbita intorno alla terra c’è, e se non ci fosse stata questa crisi forse saremmo andati oltre. Stiamo a vedere.

Su altre cose, però, andiamo bene. Infatti siamo in ritardo anche sulle previsioni catastrofiste, da quelle sulla fine delle risorse a quelle sul clima. Petrolio ce n’è ancora, il clima si riscalda ma Venezia non è così vicina a sprofondare, i ghiacciai si riducono, ma tutto sommato tengono, e il mondo muore di fame non più di 20 anni fa, semmai un po’ meno. Molti paesi del cosiddetto terzo mondo ormai sono più ricchi di quelli del primo, ed è piuttosto probabile che la partita per il controllo del pianeta, spostatasi prima dal centro dell’Europa a USA e URSS, sia ormai in viaggio verso paesi ancora più – un tempo – periferici. L’Asia, il Brasile. Per l’Africa c’è ancora da aspettare, purtroppo, ma prima o poi ci arriveremo, arriverà anche il riscatto mondiale del continente degli egizi.

Mai, mai scorderai l’attimo, la terra che tremò,
l’aria si incendiò e poi silenzio
E gli avvoltoi sulle case sopra la città,
senza pietà
[Claudio Maioli, “Ken il guerriero”]

Le previsioni di una terza guerra mondiale nucleare fortunatamente sono andate per ora a strafanculo. Ci siamo andati vicini, con la baia dei porci, con la crisi dei missili a Cuba, e con parecchie altre minchiatelle. Ma quando comanda per tutti il soldo, ci saranno sempre guerre periferiche e mai sostanziali. Questo naturalmente se gli europei, che sono notoriamente cazzoni avariati, non decideranno ancora una volta di dimostrare la loro vera natura. Stiamo a vedere anche qui. Per lo meno è finito il boom dei rifugi antiatomici e dei film alla “The day after”. E questo è un peccato, perché lo scenario post-atomico mi è sempre piaciuto assai. In fin dei conti la generazione nata a metà anni Settanta non sarebbe la stessa senza “Mad Max” e “Ken il guerriero”, eccheccazzo.

I sogni, ma di questo si è già assai parlato, di un’Europa unita e dell’uomo su Marte, stanno conoscendo battute di arresto che, per chi aveva straordinaria fiducia nell’uomo, sono piuttosto dure da digerire, ma se ne può uscire, dài.

Con l’avvento degli smart phone moderni siamo arrivati, a mio parere, a un passo dall’umanità 2.0. Un gran numero di capacità vengono sempre più spostate al di fuori dell’essere umano: il sapere, la memoria, l’orientamento, l’esperienza, sono sempre più sostituite dalla capacità tecnica di trovare nello spazio condiviso della rete le informazioni e conoscenze richieste. Abbiamo quindi paradossalmente un essere umano che sa sempre di meno, ma ha a disposizione un numero di informazioni sempre maggiore.
Quando questo accesso sarà più trasparente (ovvero interno e non esterno, con un accesso diretto dal cervello e non a mano tramite uno schermo) arriveremo ad un tipo di civiltà completamente diverso, con prerogative completamente diverse e problemi/potenzialità che al momento diventa addirittura difficile immaginare. Ma potrebbe essere divertente provarci.

Più insetti? Più mente collettiva? Un po’ già sembra che accada, da un certo punto di vista. Il pensiero unico si va affermando sempre di più, e anche quando è contrario a quello di tendenza è un pensiero unico di controtendenza, con crociate lanciate attraverso i social network che hanno tanta più voce quanto più account vi aderiscono. Potremmo trovarci di fronte al non plus ultra della democrazia, una democrazia diretta e “immediata”, nel senso di “non mediata” dalla politica. Oppure potremmo trovarci di fronte alla fine dell’essere umano come individuo discreto, e alla nascita di una nuova forma sociale continua e fluida il cui comportamento potrebbe forse essere studiato come si trattasse di un unico individuo polinucleato. Tipo formicaio, tipo alveare. Tipo psicostoria di Asimov.

Per concludere, mi immaginavo a correre in formula 1, nel 2000, e invece mi viene da vomitare anche solo coi videogiochi di corse.

Immaginavo grandi passi avanti nella società, o grandi passi indietro: la fine della sofferenza oppure sofferenza in ogni dove, e invece non ci siamo mossi granché e forse la sofferenza è una grandezza fissa sul pianeta, che si sposta ma non muta in proporzione. Immaginavo astronavi, e invece siamo ancora alle automobili, e tendono ad assomigliare sempre più, da fuori, a quelle del passato. Immaginavo computer in ogni dove, ed è così, solo che sono molto più cool di come li credevo, e più piccoli, e più potenti, e più efficienti. Immaginavo i mezzi di informazione in grado di manovrare le persone, e siamo arrivati a vederlo, fino all’esatto contrario, con le persone che creano e plasmano giorno dopo giorno nuovi mezzi di informazione. Come accade con Twitter.

Nota: Così, incidentalmente, 2000 è anche il numero di contatti che questo blog ha raggiunto proprio in questi giorni, e per un blog solo testuale e con pezzi anche piuttosto lunghi, devo dire che è un bel successo, e sono contento, e andrò avanti.

Tra i libri citati, “2001 odissea nello spazio” di Arthur Clarke e “1984” di George Orwell sono i più famosi. Ma forse val la pena di leggere anche qualche romanzetto degli anni Settanta su un possibile olocausto nucleare. Tipo uno che avevo letto, “Non deve accadere”, di una scrittrice italiana di cui ho perso memoria e che avevo letto alle medie. Non era un granché, ma mi è tornato in mente. Il concetto di psicostoriografia – una scienza che studia su basi matematiche gli eventi storici e preconisce il futuro attravers equazioni – è stato introdotto da Isaac Asimov con il ciclo della Fondazione, attraverso lo splendido personaggio di Hari Seldon.

#26. Speranza.

Ma la speranza è l’ultima a morire
Chi visse sperando morì, non si può dire
[Litfiba, “Gioconda”]

C’è molta speranza, ma nessuna per noi
[Franz Kafka]

Ecco, c’è davvero molto da dire, ma la voglia di farlo non è tantissima.

C’è che viene da chiedersi come è possibile che facciano ogni volta mille conti, mille tagli, mille tasse, mille operazioni per recuperare X miliardi di euro, perché ne servono X-1 e X è per la sicurezza, e poi dopo tre mesi ne servono altri X+5. Cosa è successo? Avete sbagliato i conti? Oppure c’è che, e a un certo bel punto occorrerà pure ammetterlo, non ci state capendo una beata gran fava imperiale decorata ambulante di nulla, e andate avanti dando calci in culo al buio sperando di trovare l’uscita del labirinto?
Lasciatevelo dire: così non funziona. Non ha funzionato in passato, remoto o recente che fosse, e non ha funzionato per la Grecia, nel presente. Prima di trovare soluzioni, occorre capire il problema, e se non ci state capendo la suddetta fava poliaggettivata, beh, lasciate stare.

C’è da dire che c’è stata una grande guerra. E dopo la grande guerra un grande sogno: quello di costruire una casa in cui stare tutti insieme e non fare mai più una grande guerra. E ci sono state le crisi economiche, che ci hanno fatto capire che non avremmo mai avuto una macchina come la volevamo, o che avremmo perso la casa che ci eravamo guadagnati, ma stavolta è la prima volta che una crisi ci fa capire che possiamo perdere anche un grande sogno.

C’è da dire che se nel 1994, quando dopo tangentopoli c’era la speranza di costruire un’Italia diversa, a pochi mesi dalle elezioni fossero saltati fuori Craxi e Forlani dicendo: «Uè, ci ricandidiamo, e la sapete l’ultima? Secondo i sondaggi prendiamo pure il 30%, tricchetricchetracche!», beh, la speranza sarebbe andata a dar via il culo ma proprio di gran carriera, eh. E invece stavolta succede così.
Ci eravamo convinti che per quanto di merda fosse ridotta la nostra politica, almeno non ci sarebbe stato più di mezzo un elemento di quel genere, che non voglio nemmeno citare per tema che mi porti sfiga, e invece eccolollì, a volte ritornano.
Solo che di solito gli zombie che ritornano non hanno su il cerone, e si può liberarsi di loro definitivamente, in un modo o nell’altro. Qui niente sembra funzionare.

C’è da dire che le agenzie di rating hanno rotto la minchia come e più dei centrocampisti spagnoli nella finale degli europei. Ok, a volte ritornano, ma c’è bisogno di grattugiarci subito i maroni? Magari nemmeno ritorna, alla fine, dai.

C’è che il bosone di Higgs è proprio una bella scoperta, un risultato scientifico straordinario, ma che dire. In primis è poetico ed immaginifico come un’equazione differenziale. E poi a mala pena pareggia la delusione della scoperta che i neutrini non viaggiano più veloci della luce. Era tutta una bufala. Come il tunnel Gelmini.
Bosone di Higgs, ok. Ma andare su Marte è roba di un altro pianeta. Spero che almeno New Horizon (la sonda in viaggio verso Plutone, che dovrebbe arrivare nel 2015) abbia la forza di affascinarmi che ebbe a suo tempo il Voyager 2, quando solleticò Urano e poi baciò Nettuno. Ricordo la serata di Urano, con la diretta su Quark preceduta da 2001 Odissea nello Spazio (un film di cui non ho mai capito una suddetta fava, un po’ come i politici di questa crisi).
Ma avevamo scoperto nuovi pianeti e poi l’Unione Astronomica ha cambiato idea, non erano pianeti, e per buona misura ci hanno tolto anche Plutone (astrologi puppate, peraltro).

C’è anche che «il popolo molte volte desidera la rovina sua ingannato da una falsa specie di bene» (Machiavelli) è una frase che i politici conoscono troppo bene, e i popoli troppo poco. E questo è un fottuto problema, perché non è una frase che fan studiare a scuola.

C’è crisi. Non c’è speranza. Rassegnazione, forse, non speranza. Convinzione che in un modo o nell’altro finirà, anche solo per sfinimento, non speranza. Speranza no.
Gran brutto circolo vizioso, quello sì.

Vorrà dire che ci distrarremo coi circensi. Tra un po’ ci sono le Olimpiadi, e potremo far finta che esiste un mondo di pace e fratellanza e sana competizione sportiva in cui in fondo l’importante è esserci, che è bello anche solo sentire tanti inni nazionali. Non costa niente. Più o meno.

#4. Nave.

He’s in the best selling show
Is there life on Mars?
[David Bowie, “Life on Mars”]

Da piccolo adoravo le navi spaziali.
Intanto ascoltavo il disco della sigla del cartone animato Blue Noah in heavy rotation, e questo poteva già essere un indizio. E sulla valigetta coi dischi avevo incollato gli adesivi di Capitan Harlock. E poi adoravo anche Star Blazers, Starzinger, e mi piaceva molto anche Legoland Spazio.
Ricordo anche che avevo fatto tutta una serie di disegni di navi spaziali, che dovevano essere ciascuna l’ammiraglia della flotta di un pianeta del sistema solare. E siccome all’epoca il mio pianeta preferito era Nettuno, la “Arizona V2”, come avevo battezzato la nave più fica che mi era venuta, era la nave di Nettuno. Non ho idea di che fino abbiano fatto quei disegni, ricordo solo che la “Arizona V2” era una tamarrata colossale, con un cannone frontale stile Argo ma in foggia di testa di tigre, naturalmente tutta tigrata. Era l’equivalente spaziale di una 106 rally leopardata, ribassata, coi cerchi dorati e l’alettone.

Poi sono cresciuto, e ho cominciato a interessarmi dello spazio vero, di astronomia, e di esplorazione spaziale. E di Shuttle.

Come dice Paolini nello splendido spettacolo sulla tragedia del Vajont, esiste un’età in cui tutti i maschi guardano con gli occhi sgranati e ammirati una diga, una portaerei, una centrale nucleare, un qualsiasi prodotto della tecnologia, purché bello grosso. E per me l’età era quella, i dieci anni non ancora compiuti, gli anni in cui leggevo sulle riviste scientifiche di mio papà di shuttle e di acceleratori di particelle. Era l’età in cui avevo la più cieca fiducia nell’uomo e nel fatto che bene o male avrebbe prima o poi passato tutte le frontiere pensabili. E naturalmente restai scioccato il 28 gennaio del 1986, quando il Challenger si trasformò in una palla di fuoco in volo durante il lancio della sua decima missione (un altro duro colpo fu il 26 aprile dello stesso anno, quando i reattori nucleari di Černobyl’ sembravano preannunciare un possibile inverno nucleare, ma è un’altra storia e raccontarla oggi, che è l’anniversario, sarebbe davvero banale).

Sono passati 26 anni e qualche mese e quell’immagine, quei pennacchi di fumo, mi sono rimasti così impressi che ricordo ancora bene quel giorno, quel telegiornale a casa di mia nonna. Ricordo ancora che mi chiesi che cosa poteva significare essere disintegrati, come quegli astronauti (allora non sapevo ancora, l’ho scoperto da poco in verità, che la cabina degli astronauti resse alla rottura del serbatoio esterno e si schiantò, con tre astronauti forse ancora vivi, ma probabilmente incoscienti, a 330 km/h contro il muro d’acqua dell’oceano).

Ciònonostante, dopo un attimo di scoramento, non persi fiducia nella tecnologia e nelle capacità dell’uomo, anche se cominciai a pensare che forse qualche intoppo alla colonizzazione dello spazio prima poi avremmo potuto incontrarlo. Ripresi fiducia con lo splendido progetto della ISS, una stazione spaziale orbitale le cui immagini ancora oggi mi aprono il cuore (forse ho ancora 10 anni, da qualche parte dentro di me). E la ripersi nel 2003, con la tragedia del Columbia, distrutto dalla fallacia di una piastrella di ceramica. Ma confesso che gli ultimi 4 anni sono quelli che più mi hanno demoralizzato.

Soprattutto il 2011.

Soprattutto il 2011, con i cari vecchi space shuttle mandati in pensione, e con la soppressione del progetto destinato a sostituirli, per cui attualmente l’umanità si trova senza una sola navetta capace di raggiungere la sua stazione spaziale orbitante e fare ritorno, ed è costretta ad affidarsi alle provvidenziali, ma vetuste, navette russe Sojuz, che si rifà ancora, per quanto modificata, alla Sojuz 7K-0K del 1967…
Soprattutto il 2011, dicevo, con le continue finte allusioni di potenziali eligendi a cariche importanti circa future colonizzazioni (o almeno basi) lunari, o viaggi su asteroidi o su Marte, autentiche chimere che mi trafiggono il cuore, perché sì, davvero, invidio la generazione che ha visto Armstrong sparpagliare col tallone polvere di luna.

E non credo che togliere pacchi di soldi alla NASA o ai programmi spaziali sia il metodo migliore per organizzarci a piantare una tenda sul pianeta rosso. E che cancellare il Progetto Constellation (una nuova frontiera dell’esplorazione spaziale statunitense, che non vedrà la luce) sia stata una buona idea. E che la decisione del Senato di non seguire Obama nella cancellazione totale dello sviluppo delle nuove navette Orion sia sufficiente ad avere ancora fiducia. E che “tecnologia” sia un iPhone sulla terra e non un piede umano su Marte.

E non credo che costruire portaerei sia un così bel modo di spendere soldi. E che il pianeta migliorerà togliendo fondi ai sogni e alla scienza, per darli agli speculatori e alle banche.

Per approfondire sul disastro del Challenger, in inglese sul sito della NASA:
Il rapporto Kerwin sulla tragedia del Challenger

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