Il canneto di Eridu

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Archivio per il tag “maya”

Almanacco, XLVIII

Quarantottesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
21 dicembre 2012

È il gran giorno, dunque. Infine ci siamo.
Lo so, lo so. Starete dicendo: «ma come, ‘sto pirla si scaglia contro indovini, angelologi, criptoarcheologi e gente convinta che gli inca fossero alieni, entusiasmologi e ciarlatani in genere, e adesso crede nelle profezie dei maya?». E avete anche un briciolo di ragione, a dirla tutta.

Ma no, suvvia. Cerchiamo di sospendere per un attimo l’incredulità. Fingiamo che sia tutto vero e che ne siamo assolutamente certi: alle 11:20 (ora italiana) il mondo finirà con la fine del 133° baktun maya. Non sappiamo ancora come finirà, ma finirà. Alla fine i maya avevano ragione: pensate un po’ ‘sto popolo, dal suo angoletto di mondo scavato in un paio di aree della foresta dello Yucatan ha previsto la fine del mondo, ma non la propria.

Eagioniamo ora di conseguenza: mancano poco più di due ore alla fine del mondo, se foste certi del suo ineluttabile arrivo, cosa fareste in queste due ore? Come immaginate di voler passare le ultime ore di sempre?

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#28. Duemila.

Il motore del 2000 sarà bello e lucente
Sarà veloce e silenzioso, sarà un motore delicato
Avrà lo scarico calibrato e un odore che non inquina.
[Lucio Dalla, “Il motore del Duemila”]

Blood rack barbed wire
Politicians’ funeral pyre
Innocents raped with napalm fire
Twenty first century schizoid man.
[King Crimson, “21st century schizoid man”]

Sono nato nel 1976, e quel numero mi pareva da piccolo tanto complicato e tanto difficilmente distinguibile da tutti gli altri.

Ho un flash della mia prima improvvisa presa di coscienza di qualcosa chiamato “anno”, ed è quando facendo il saputo, a sei anni, giocando sul divano con una macchinina (rappresentante un modello d’epoca) dico a mia madre: «Questa è una macchina antica, è del 1982». E lei mi risponde: «Siamo adesso nel 1982».
Prima di quel ricordo, non ne ho altri che riguardano direttamente una mia consapevolezza dell’anno in corso.
E poi, invece, ne ho. Come quando giocando con amici fingevamo di essere dei corridori di formula uno, e che fosse l’anno 2000, quando avrei avuto 24 anni e sarei stato grande. Nella mia mente si formò l’associazione di idea 2000 = adulto. E ho sempre percepito il 2000 un po’ come la data spartiacque. L’anno zero, il divisorio, tipo avanti Cristo / dopo Cristo.

In realtà il 2000 non ha avuto niente di speciale, anche se da un certo punto di vista è forse proprio dal duemila in poi, finito il servizio civile, con una morosa stabile, con una consapevolezza diversa del lavoro, che ho iniziato a scrollarmi di dosso un’epoca post liceale piuttosto confusa. Ma a parte il significato che ha avuto per me, il 2000 non è stato molto diverso dal 1999 o dal 2001.
Certo, dopo l’ondata millenarista dell’anno mille, con flagellanti, frustate, eretici, ricordatichedevimorire, eccetera, anche il duemila ha avuto il suo rigurgito di finedelmondismo. Non sotto la forma del millennio precedente, ma sotto la bandiera – un po’ ridicola – del Millennium Bug. E poi oggi c’è il nuovo millenarismo maya. Chissà, magari l’anno prossimo toccherà agli etruschi. O ai sarmati. Chissà quando hanno previsto la fine del mondo i pelasgi. Chissà da che pianeta provenivano i loro dei.

La verità è che il mondo non finirà tanto presto, e a meno di colpi di sfiga davvero epocali (una cometa gigantesca, che però vedremmo con un certo margine di anticipo), quando tra qualche miliardo di anni il sole esploderà, l’umanità avrà già lasciato in massa questo sistema solare. E chissà dove sarà diretta.

Ma torniamo a questo pianeta, che è tutt’ora vivo e vitale, come diceva De Filippo del teatro. Ormai, arrivati al 2012, superato il primo decennio del millennio, il decennio della moneta unica, il decennio delle torri gemelle, è giunto il momento di fare un po’ il punto della situazione.

Intanto, c’è da dire che siamo parecchio in ritardo. Tramite social network, smart phone con geolocalizzatore, diffusione capillare delle celle telefoniche e delle telecamere di sicurezza, ci stiamo avvicinando a “1984” di Orwell, ma non ci siamo ancora arrivati, e il ritardo è di 28 anni (manca poco, però). Per quanto riguarda la colonizzazione del sistema solare, rispetto a “2001 Odissea nello spazio” (un film che mi è nemico almeno quanto mi è nemico “Il signore degli anelli” come libro… i grandi classici che non sopporto… e non riesco a vincere) il ritardo di 11 anni difficilmente sarà colmato anche solo nei prossimi 40, anche se una base che orbita intorno alla terra c’è, e se non ci fosse stata questa crisi forse saremmo andati oltre. Stiamo a vedere.

Su altre cose, però, andiamo bene. Infatti siamo in ritardo anche sulle previsioni catastrofiste, da quelle sulla fine delle risorse a quelle sul clima. Petrolio ce n’è ancora, il clima si riscalda ma Venezia non è così vicina a sprofondare, i ghiacciai si riducono, ma tutto sommato tengono, e il mondo muore di fame non più di 20 anni fa, semmai un po’ meno. Molti paesi del cosiddetto terzo mondo ormai sono più ricchi di quelli del primo, ed è piuttosto probabile che la partita per il controllo del pianeta, spostatasi prima dal centro dell’Europa a USA e URSS, sia ormai in viaggio verso paesi ancora più – un tempo – periferici. L’Asia, il Brasile. Per l’Africa c’è ancora da aspettare, purtroppo, ma prima o poi ci arriveremo, arriverà anche il riscatto mondiale del continente degli egizi.

Mai, mai scorderai l’attimo, la terra che tremò,
l’aria si incendiò e poi silenzio
E gli avvoltoi sulle case sopra la città,
senza pietà
[Claudio Maioli, “Ken il guerriero”]

Le previsioni di una terza guerra mondiale nucleare fortunatamente sono andate per ora a strafanculo. Ci siamo andati vicini, con la baia dei porci, con la crisi dei missili a Cuba, e con parecchie altre minchiatelle. Ma quando comanda per tutti il soldo, ci saranno sempre guerre periferiche e mai sostanziali. Questo naturalmente se gli europei, che sono notoriamente cazzoni avariati, non decideranno ancora una volta di dimostrare la loro vera natura. Stiamo a vedere anche qui. Per lo meno è finito il boom dei rifugi antiatomici e dei film alla “The day after”. E questo è un peccato, perché lo scenario post-atomico mi è sempre piaciuto assai. In fin dei conti la generazione nata a metà anni Settanta non sarebbe la stessa senza “Mad Max” e “Ken il guerriero”, eccheccazzo.

I sogni, ma di questo si è già assai parlato, di un’Europa unita e dell’uomo su Marte, stanno conoscendo battute di arresto che, per chi aveva straordinaria fiducia nell’uomo, sono piuttosto dure da digerire, ma se ne può uscire, dài.

Con l’avvento degli smart phone moderni siamo arrivati, a mio parere, a un passo dall’umanità 2.0. Un gran numero di capacità vengono sempre più spostate al di fuori dell’essere umano: il sapere, la memoria, l’orientamento, l’esperienza, sono sempre più sostituite dalla capacità tecnica di trovare nello spazio condiviso della rete le informazioni e conoscenze richieste. Abbiamo quindi paradossalmente un essere umano che sa sempre di meno, ma ha a disposizione un numero di informazioni sempre maggiore.
Quando questo accesso sarà più trasparente (ovvero interno e non esterno, con un accesso diretto dal cervello e non a mano tramite uno schermo) arriveremo ad un tipo di civiltà completamente diverso, con prerogative completamente diverse e problemi/potenzialità che al momento diventa addirittura difficile immaginare. Ma potrebbe essere divertente provarci.

Più insetti? Più mente collettiva? Un po’ già sembra che accada, da un certo punto di vista. Il pensiero unico si va affermando sempre di più, e anche quando è contrario a quello di tendenza è un pensiero unico di controtendenza, con crociate lanciate attraverso i social network che hanno tanta più voce quanto più account vi aderiscono. Potremmo trovarci di fronte al non plus ultra della democrazia, una democrazia diretta e “immediata”, nel senso di “non mediata” dalla politica. Oppure potremmo trovarci di fronte alla fine dell’essere umano come individuo discreto, e alla nascita di una nuova forma sociale continua e fluida il cui comportamento potrebbe forse essere studiato come si trattasse di un unico individuo polinucleato. Tipo formicaio, tipo alveare. Tipo psicostoria di Asimov.

Per concludere, mi immaginavo a correre in formula 1, nel 2000, e invece mi viene da vomitare anche solo coi videogiochi di corse.

Immaginavo grandi passi avanti nella società, o grandi passi indietro: la fine della sofferenza oppure sofferenza in ogni dove, e invece non ci siamo mossi granché e forse la sofferenza è una grandezza fissa sul pianeta, che si sposta ma non muta in proporzione. Immaginavo astronavi, e invece siamo ancora alle automobili, e tendono ad assomigliare sempre più, da fuori, a quelle del passato. Immaginavo computer in ogni dove, ed è così, solo che sono molto più cool di come li credevo, e più piccoli, e più potenti, e più efficienti. Immaginavo i mezzi di informazione in grado di manovrare le persone, e siamo arrivati a vederlo, fino all’esatto contrario, con le persone che creano e plasmano giorno dopo giorno nuovi mezzi di informazione. Come accade con Twitter.

Nota: Così, incidentalmente, 2000 è anche il numero di contatti che questo blog ha raggiunto proprio in questi giorni, e per un blog solo testuale e con pezzi anche piuttosto lunghi, devo dire che è un bel successo, e sono contento, e andrò avanti.

Tra i libri citati, “2001 odissea nello spazio” di Arthur Clarke e “1984” di George Orwell sono i più famosi. Ma forse val la pena di leggere anche qualche romanzetto degli anni Settanta su un possibile olocausto nucleare. Tipo uno che avevo letto, “Non deve accadere”, di una scrittrice italiana di cui ho perso memoria e che avevo letto alle medie. Non era un granché, ma mi è tornato in mente. Il concetto di psicostoriografia – una scienza che studia su basi matematiche gli eventi storici e preconisce il futuro attravers equazioni – è stato introdotto da Isaac Asimov con il ciclo della Fondazione, attraverso lo splendido personaggio di Hari Seldon.

#21. Montagna.

Sarà perché finalmente qualche giorno di vacanza, meritato o meno che sia, comincia a comparire all’orizzonte.
Sarà perché le pappardelle al capriolo costituiscono un’esperienza che permette di trascendere la grezza materia ed apprezzare gradi di realtà altrimenti preclusi.
Sarà che precedentemente avevo toccato l’argomento solo di sponda, e quindi mi era rimasta, in fondo, un po’ di insoddisfazione latente.
Sarà che in questo post ho di nuovo la possibilità di parlare di sumeri, e dovreste ormai aver capito che è argomento ben in grado di titillare la mia lussuria intellettuale, e per non mi lascerò sfuggire l’occasione di mettere un’altra tag appropriata.
Sarà anche che nell’ultimo anno, da Tremonti a Monti di poco altro si sente parlare.
Sarà che sarà quel che sarà, come dicevano i Ricchi e Poveri, e ricchi e poveri sono sempre argomento attuale.
Sarà tutto questo e molto altro ancora, ma come già nel post #15. Prospettiva sono ancora qui a parlare di Montagna.

Cominciamo col considerare che l’idea di montagna come luogo di turismo sportivo è recente, ma allo stesso tempo ha radici antiche. Fin dalla preistoria gli uomini si spinsero in alta montagna con motivazioni legate alla sussistenza (caccia, allevamento, raccolta) o a particolari riti, oppure a viaggi/traversate. L’uomo del Similaun, Ötzi (la cui salma “riposa” in una speciale sala/ghiacciaia del Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano) in un periodo compreso tra il 3200 e il 3300 a.C. (più di 5000 anni fa, dunque), attraversava un ghiacciaio a quota 3200 m s.l.m., e morì perché assassinato, non certo per le condizioni ambientali. Forse è il più antico “scalatore” di cui abbiamo traccia, ma ci interessa di più il fatto che in epoca romana abbiamo notizia da Erodoto e altri storici di diverse imprese alpinistiche: questi sono i primi uomini di cui abbiamo una qualche informazione, che decisero di misurarsi con la montagna, come dire, di misurarsi con i giganti, e con il cielo stesso.

Certo, perché da sempre la montagna appare come una scala verso il cielo. Ma ne parleremo dopo.

Perché nel frattempo, saltando il medioevo (nel quale abbiamo comunque notizie di sporadiche imprese alpinistiche, come la salita di un monte di poco meno di 2000 metri in Provenza da parte di Petrarca e di suo fratello), arriviamo alla fine del ‘700, e precisamente al 1786, quando con la prima scalata al Monte Bianco viene fatta coincidere la nascita dell’alpinismo, pratica che prende il nome dalle montagne che per prime sono state teatro delle imprese: nell’arco di un secolo tutte le vette principali delle Alpi vengono raggiunte.

Ma se il misurarsi con la montagna è un misurarsi col gigante, col cielo, e in fondo infine con se stessi, non poteva passare molto tempo prima che nuove imprese venissero tentate. E così abbiamo la prima scalata dell’Everest, il monte più alto del pianeta, e poi del K2, e poi di tutti gli 8000 (sono 14, e prima del 1935 alcune di queste vette, come il K2, l’Annapurna e il Nanga Parbat, avevano una percentuale di decessi durante i tentativi di scalata davvero impressionanti, addirittura il 77% per il Nanga Parbat).
E poi riprovarle tutte in stile alpino, senza bombole di ossigeno. E poi tutte in inverno. Ecco, a questo proposito sappiate che ci sono ancora tre vette sul pianeta terra che nessuno è mai riuscito a scalare d’inverno fino alla cima. Si tratta del K2, del Nanga Parbat e del Broad Peak. Se ci volete provare, avete l’occasione per sfidare il vostro gigante. E perdere, probabilmente.

Reinhold Messner da Bressanone, un uomo che è sinonimo di montagna, di impresa, è stato il primo a riuscire nella scalata di tutti gli 8000. E poi non si è fermato, perché un uomo del genere non è che poi lo puoi mettere a fare l’impiegato, o a gestire un troiaio in un posto di villeggiatura per vips debosciati. E così nel 1990 è stato con Arved Fuchs il primo essere umano ad attraversare l’Antartide a piedi, senza motoslitte o cani, passando per il polo sud. E nel 2004, a sessant’anni, ha attraversato il deserto del Gobi a piedi. Come dire attraversare il parco Po in bici per me. Per dire, ecco.
Ho avuto l’occasione di fare una piccola escursione con lui, e cercare di carpire come un uomo può essere così in sintonia con la montagna, e soprattutto così in sintonia con il concetto di sfida. Purtroppo quel giorno in albergo c’era la carbonara, e nell’indecisione ho optato per sfidare gli spaghetti, facendo sfumare l’occasione. Ma devo confessare che spesso ho la sensazione di aver fatto una minchiata di rara proporzione. Di quelle che possono cambiare la direzione di una vita. O forse è proprio da questo che mi hanno salvato gli spaghetti.
Già. Perché la montagna ti dà tantissimo, ma è un’amante esigente che pretende davvero molto. A Messner ha preso molto. Dita. Vita. Anche dei fratelli. Ma deve avergli reso davvero tantissimo se ne è ancora così innamorato, se le dedica ancora tutto se stesso.

E del resto, quando vedete le foto di montagne come il K2, ma anche come il Cervino, non sentite d’improvviso l’aria farsi più sottile, un leggero peso al petto, e d’improvviso la sensazione che se non l’affronterete non avrete mai davvero superato un ostacolo? Io sì. A volte, almeno. Ed ho ben chiaro che quelle vette mi saranno precluse per sempre, perché già non sfiderò nemmanco traguardi più semplici. E poi tra l’altro sfidare traguardi più semplici sapendo cosa c’è dietro da affrontare… che dire, sarebbe quasi umiliante. Resterò mesto mesto in trattoria, ordinando ancora una porzione di canederli.

Ma le montagne da sfidare non sono solo quelle di pietra e neve. Quelle sono solo l’espressione più immediata, che ci dà la natura, di scale verso il cielo. Se toltechi, maya e aztechi si sono sentiti in dovere di edificare montagne di pietra per avvicinarsi agli dei, vuol dire che questo moto è antico. Vuol dire che è insito nell’animo umano, se dall’altra parte del pianeta i greci, il popolo che ha detto tutto prima di noi, posero i loro dei sull’Olimpo, il monte più alto della Grecia. E se è su una montagna che Dio si manifestò a Mosè dandogli le tavole della legge.
E soprattutto, se i sumeri e i loro vicini, in assiria, susiana, e nella zona di Jiroft, costruirono montagne di pietra a più livelli. Come se ogni livello fosse al contempo un traguardo e una base di partenza. Come se raggiunto l’obiettivo di una certa altezza, si fossero resi conto di non essere ancora arrivati al cielo, di non essere ancora al livello degli dei. C’è anche una teoria che vede nell’abitudine di costruire Ziqqurat una presunta prova dell’origine montana e non autoctona dei sumeri, ma sinceramente non mi convince, visto il vasto areale sul quale la costruzione di montagne di pietra è diffusa.
Alla più famosa di queste torri/montagna, a Etemenanki di Babele (Babilonia, o secondo alcuni autori in realtà si tratterebbe di Eridu, e questa seconda ipotesi, che ci volete fare, mi affascina…) è legato uno splendido mito, quello per il quale Dio, vedendo che gli uomini edificano una torre per raggiungerlo (una torre edificata però anche per riconoscersi e non disperdersi sulla terra, una torre per acquistare nome e fama), decide di abbatterla e di disperderli sulla terra, confondendo le loro lingue. E sempre su un monte, l’Ararat, l’uomo scende dall’arca per quella che appare una seconda creazione.

E del resto sono molte, moltissime altre le civiltà che pongono dei, paradisi, luoghi epocali sulle cime delle montagne. E moltissime le civiltà che ricostruiscono montagne di pietra e vi pongono i loro idoli. Procedendo verso oriente: musulmani (e in modo particolare i sufi) induisti, le genti cambogiane di Angkor Vat, buddhisti, taoisti. Addirittura la montagna sacra Kun’Lun dei cinesi, altro non è che la testa, il luogo apicale del corpo, dal quale poi, salendo in vetta, si trascende questo mondo.

E cosa c’è di più ovvio, quindi, della ricerca della trascendenza del proprio spirito dalla propria materia, e quindi in definitiva di se stessi, attraverso l’ascesa, la scalata, i silenzi, la fatica, la sfida della montagna?

Consiglio sul tema simbolistico della montagna nelle culture e nelle religioni, per avere un punto di partenza da cui partire per approfondire temi che ho solo accennato e banalizzato, di leggere la voce corrispondente sul “Dizionario dei simboli” di Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, pubblicato in bella e pratica edizione da BUR – Rizzoli.

Rimando al bel sito del Museo Archeologico dell’Alto Adige per ulteriori informazioni circa Ötzi.

Qui, invece, il sito del Museo della Montagna, uno dei lavori di Reinhold Messner che può dare una dimensione della sua passione. Se capitate nei dintorni di Bolzano, può essere un’idea interessante farci un giro.

Inutile che vi dica un’altra volta di leggere “Sumeri”, di Pettinato. Anzi, no, non è inutile. Leggetelo.

Per concludere, sondaggione:
Sto valutando se inserire nel blog, oltre alle mie deliranti elucubrazioni, anche i miei deliranti racconti. Che ne dite?

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