Il canneto di Eridu

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«Occhi a specchio»

Vista la scarsa vena scrittoria degli ultimi giorni, saluto il fine settimana postando un racconto a tematica mitologica che fa parte di una vecchia serie che mi pare stia tutto sommato piacendo, riproposta nella cornice del blog.

Stavolta si parla di qualcosa di particolare: la capacità di conoscere, anzi, di riconoscere se stessi, anche al di fuori di se stessi, e l’idea di una voce pura rimasta priva del suo padrone.

Adoro il mito. Il mito è una forma di risposta agli interrogativi più duri, e nella forma del mito le risposte, pur rafinate, appaiono evidenti.

Ora che l’acqua del fiume è più chiara, si possono intravvedere brume di creature lontane nel tempo. Immagini che val la pena di andare a stanare, anche a costo di pattinare con l’avantreno sugli argini ghiaiosi, coi crampi alle gomme, tra campi che solo qualche sera prima sembravano il Gobi, e oggi invece sussurrano «primavera…».
Vale talmente la pena che, sulla mia Ritmo che sussulta come il culo di un ippopotamo in direzione del fiume, vado a cercare una storia che muti in racconto.
Abbandonare il mezzo sul bordo dell’argine e scendere a piedi verso la sponda è un gesto sacro, è un rituale di passaggio in un altro mondo, un mondo dove il fiume è un dio cui tornare. Un ritorno alla terra madre.

Sono al fiume e lascio scivolare lo sguardo sulla corrente. Subito vedo un ragazzo colorato a pastello sull’acqua. Sembra sorpreso quanto me.
– Chi sei? – gli chiedo – libera la tua storia, ti prego: io la pescherò e come araldo del fiume la plasmerò in racconto. Parlerò di te.
– Mi chiamavano Narciso – risponde – ero il più bello della pianura. Non avevo bisogno di guardare il cielo perché le stelle si prendevano a gomitate per baciare per prime la mia fronte in ogni specchio.
Eco mi amava. Era una bella ragazza. Di più: una ninfa. E ho detto tutto. Non è un caso che i satiri, che la sanno lunga, vadano sempre in cerca di ninfe. E anche se Artemide (gran brutto carattere, come tutte le dee) ogni tanto si incazza e scortica i primi che le capitano a tiro, loro ci riprovano sempre.
Mi amava Eco e me ne importava poco. No, dico, vengono a cercarmi tutte le stelle e io mi gioco così, al primo colpo, con la prima ninfa? Non scherziamo.
Ma sai, quando c’è di mezzo una donna, un pensiero logico produce sempre reazioni illogiche, ed Eco soffriva più di quanto si sia mai vista una ninfa soffrire. Ogni giorno, andando a carpe, ero centrato da pianti e lamenti abbandonati al vento dei pioppeti. Mi faceva passare la voglia di pescare. Si consumava, e consumava ogni attimo della sua esistenza nel dolore che la mangiava. Fino al giorno in cui nessuno riuscì più a trovarla: ma la sua voce continuò a seguirmi. Non se ne è più andata.
– Poveretta… – aggiungo prendendo appunti, con le scarpe e il cuore nel fango della sponda.
– Poveretta? Una che sparisce ma non smette di lamentarsi? Poveretta? E io? Di quella stronza sarà pure sopravvissuta solo la voce, ma tanto è bastato per farmi fare una brutta fine, affogato nel fiume come un disperato qualsiasi. Ho scambiato la mia immagine riflessa nell’acqua per una creatura vera, la creatura più bella che ci fosse: non mi sono riconosciuto e cercando di abbracciarmi sono caduto. E crepato. Sai cosa vuol dire “affogato”?
– Sì, capisco, non deve essere un gran bel momento, ma lei che c’entra? – gli chiedo, mentre muovo nelle calze umide gli alluci, sbiancati dal freddo dell’acqua che, per niente ostacolata da larghe cuciture a vista, passa.
– È colpa sua. Sicuramente è andata a raccontare la storia agli dei, Artemide si è incazzata e mi ha ingannato. Altrimenti non avrei potuto non riconoscermi.
– Come se fosse strano – rispondo – non è forse piena la storia di uomini che non si sono riconosciuti? Mi hanno raccontato che gli spagnoli videro gli indigeni sulle coste delle isole caraibiche, e li scambiarono per animali. Gli stessi indigeni scambiarono per dei gli spagnoli, quando li videro scendere da grandi navi, con armature lucenti. Accecati da una missione troppo grande per loro, e senza una guida, molti cavalieri si uccisero tra loro durante la cerca del Graal. Se un uomo incontra un altro uomo e non lo riconosce, come può riconoscere se stesso? E allo stesso tempo, se non è in grado di comprendere nemmeno se stesso, come può comunicare con gli altri?
Narciso mi guarda dall’acqua, occhi narcotici. Pensieri confusi? Freddo del fiume? Di nuovo voce nella mia testa:
– È quindi tutto qui? Non mi sono riconosciuto per colpa mia?
– Non hai mai riconosciuto nulla. Tra il mondo e il modo in cui lo pensi ci sei tu di mezzo. Lo personalizzi nella tua visione, nella tua mente. I tuoi occhi sono solo uno specchio, non è quindi il mondo solo un riflesso? Se non riesci a capirlo finisci per confondere te stesso con la tua immagine riflessa nell’acqua, ed è la tua fine.

Sorride Narciso, iniziando a svanire, trascinato dall’acqua. Ancora piange un’Eco lontana. Mentre qualche lacrima mischia i colori nei miei occhi ed io, cercando di aiutarlo, mi sporgo, allungo una mano. E non riconoscendomi cado nell’acqua.

#29. Fate.

Ho visto un film d’animazione bello e poetico. Mi riferisco ad Arrietty. Il mondo sotto il pavimento, l’ultima opera dello Studio Ghibli arrivata in Italia.

Per chi stesse osservando un curioso punto di domanda arancione comparsogli una dozzina di centimetri sopra la crapa, urge una breve introduzione. Lo Studio Ghibli è uno studio cinematografico giapponese findato nel 1985 da Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Ecco, se non avete mai visto un anime in grado di stupirvi per la bellezza dei disegni, delle musiche, delle storie, è perché probabilmente non avete mai visto un loro lavoro.

Tra i lavori dello studio Ghibli che ho visto finora, ho avuto la sensazione di riconoscere due generi distinti. Da un lato film più complessi, affascinanti e per certi versi inquietanti, come il premio Oscar La città incantata, La principessa Mononoke, Porco Rosso e Il castello errante di Howl. Dall’altro storie semplici, fiabe raccontate con una delicatezza e una poesia non comuni, come Ponyo sulla scogliera, Il mio vicino Totoro e Kiki consegne a domicilio. E questo nuovo Arrietty.

Se davvero non ne avete visto nemmeno uno è ora di rimediare. La città incantata non va perso. Mi raccomando.

Ma torniamo ad Arrietty. La storia è ispirata ai romanzi della scrittrice londinese Mary Norton (editi in Italia per i tipi di Salani) ed è incentrata su una ragazzina appartenente alla specie dei prendimprestito, dei piccoli uomini che, nascosti nelle case degli umani, vivono delle cose che loro scartano o perdono. Centrale in questa vicenda è l’incontro con un ragazzo umano, Sho, e la storia di un’amicizia che travalica le grandi differenze tra i due e i problemi e i pericoli che dividono umani e prendimprestito.

Questo film riunisce, tra l’altro, due grandi passioni della mia compagna: il Giappone e il “piccolo popolo”, passioni che con il tempo mi hanno contagiato e che ormai condivido.

Intanto cominciamo col dire che il termine italiano “fate” è fuorviante, visto che fa riferimento sia, da un lato, alla fata delle leggende mediterranee (dalla mitologia greca al folklore italiano e francese) – ovvero la donna semi-divina dotata di poteri magici, emersa dal tardo medioevo con tanto di abiti da dame di corte e bacchetta magica – sia alle fairy, le creature celtiche o anglosassoni che costituiscono nel loro insieme il Sidhe, il piccolo popolo, la gente della dea Danu (i Tuatha de Danaan) quando i milesi invasero l’Irlanda e li spinsero a fuggire nel sottosuolo (o nell’Oltretomba, o comunque in luoghi irraggiungibili se non attraverso la smarrimento, attraversando un fiume, una foresta eccetera, comunque metafore della morte).

I nomi di tutte le creature che compongono questo eterogeneo mosaico suoneranno di certo familiari al giocatore di D&D, purtroppo non le loro storie e leggende.

Ci sono i tetri spriggan, guardiani dei tesori, ladri e mascalzoni che possono gonfiarsi fino a proporzioni mostruose. Ci sono le Gwragedd Annwn, fate delle acque cui si ispira anche la Dama del Lago madrina di Lancillotto nel ciclo arturiano. E gli elfi dei boschi, cui era attribuita la paternità delle punte di freccia in selce che venivano ritrovate. E poi c’è la leggenda dei changeling, i mostruosi bambini delle fate lasciati nella culla al posto dei bambini rapiti.
Il leprecauno è un industrioso elfo irlandese ciabattino, che conosce l’ubicazione di pentole d’oro. E dopo una giornata di lavoro se la spassa facendo casino nei greggi di pecore, ed è noto con il nome di cluricauno. I goblin sono ladri e dispettosi che raggirano gli umani, a volte con i fruttini proibiti del mondo delle fate. I molesti coboldi della tradizione germanica sono minatori, mentre i gallesi li chiamano Coblynau e in Cornovaglia picchiettanti.
I nani della mitologia norrena sono fabbri eccezionali, hanno forgiato Mjolnir, il martello di Thor, e Brisingamen, la collana di Freyja.

Se sei d’aria lascia che la nebbia grigia ti avvolga,
Se di terra lascia che la miniera scura ti accolga,
Affonda il tuo anello se sei un pixie
Cerca la tua sorgente se sei un nixie.
[Walter Scott]

Pixie, urchin, fuochi fatui e spiritelli sono i più piccoli membri del piccolo popolo. Phooka, o Puck, come lo chiama Shakespeare, cambia aspetto ed è un seguace del re degli elfi Oberon. Ci sono poi i molti spiriti che trascinano nelle acque gente incolpe per annegarla, come il kelpie. Le selkie, invece, sono donne che si mutano in foche.

Ci sono poi tutta una serie di elfi domestici – brownies – che aiutano gli uomini nel lavoro. Tra questi il più singolare è probabilmente il kilmoulis, un brownie mugnaio privo di bocca che si nutre cacciandosi il cibo nel naso.

Un’infinità di creature e leggende. Un’infinità di miti. Di storie locali. Create per educare i bambini a star lontani dai fiumi, o dalle miniere, create per spiegare fenomeni o consolare perdite inconsolabili.
Il piccolo popolo non è dissimile da tutte le altre forme che assume la fantasia umana, in questo.

Dissimile è la multiformità che ha assunto, dissimile la diffusione trasversale a qualsiasi barriera linguistica o religiosa, come se il mondo delle fate fosse un insieme i archetipi comuni all’inconscio dell’uomo, al di là delle sue divisioni linguistiche e culturali (basti ricordare che i temi delle fiabe sono ricorrente in tutto l’areale che va dall’Europa, all’Asia, all’Africa e alle Americhe, escludendo la sola Oceania – ce lo dice Kerenyi, in Miti e misteri).

Dài, dài.
Ora inventate una creatura fatata.
Vediamo se riuscite ad essere originali, o se è impossibile sfuggire ai cliché pre-programmati nel nostro encefalo.

Consiglio un libro davvero splendido, sul mondo delle fairy e sulle leggende che lo circondano: si tratta di “Fate”, di Brian Froud e Alan Lee, a cura di David Larkin, corredato da splendide illustrazioni.

C’è un buon film sulla leggenda delle selkie, ed è “Il segreto dell’isola di Roan”, del 1994. E attenzione: se vi venisse voglia di vedere “Changeling” con Angelina Jolie, vedreste un bel film ma che con i figli scambiati dalle fate c’entra solo a livello di metafora.

Di recente ho letto un romanzo davvero strano, dal sapore assai fiabesco, amaro, triste, poetico. Si tratta di “La ragazza dai piedi di vetro” di Ali Shaw.

«Tutti i doni degli dei»

In questo vecchio racconto (siamo nell’inverno del 2004) parlo di uno dei miei perdenti preferiti: Prometeo. Questo non è il mito principale che lo riguarda, quella legata alla nascita dell’uomo e al furto del fuoco, ma è comunque molto interessante.

Mai visto niente di simile. Quando l’hanno consegnata a mio fratello ci sono rimasto di sale. Hai presente quei quattro-cinque secondi di apnea, come un destro alla milza? Occhi sprangati, poi un sospiro: figata. Nient’altro. Non ho respirato per cinque secondi e già la faccia scivolava alla grande verso il blu.

A dirla tutta sentivo qualcosa di strano. Fin da piccolo ho sempre avuto una vista esagerata, tanto esagerata che riuscivo a vedere le cose prima che accadessero. E qui vedevo fosco.

– Sta calmo – dicevo e ripetevo a mio fratello – pensaci su. Se ti arriva un regalo da quelli c’è sotto qualcosa. Perché avrebbero dovuto fare un regalo a te?
Parole utili: non mi ascoltava nemmeno. I fratelli minori pensano subito che sei geloso. Ragionano meno di una cimice. Sì, perché almeno la cimice, tra una craniata e l’altra contro il lampadario, si ferma qualche secondo aggrappata al soffitto a pensarci su, perplessa, colta da improvvisa dismemoria del motivo degli attacchi. Sembra quasi umana. I fratelli minori invece no, loro si buttano. Basta dire stai attento e si fa solo in tempo a vedere che si sono già tuffati. Bestie.

Ricordo quando l’hanno consegnata. Mio fratello è corso da me che sembrava un bufalo cafro. Bam bam bam bam! Anche nel più profondo dei sonni riesci subito a capire che la tua porta non reggerà un altro colpo come quello. Conviene rotolare fuori dal letto.
– Apri! – mi urlava – Vieni a vedere, corri! È un regalo! Per me!
Prima di allora credevo fosse impossibile trovare uno così deficiente da accettare un regalo da chi lo vuole morto. Più tardi l’avrebbero rifatto i troiani, e sì che avevano Cassandra che sapeva vedere lontano. Capita sempre.
– Pensi sempre alle gabole tu! Pensa a divertirti!
Sì, io penso sempre alle gabole, ma non faccio casini.
– Devi vedere, dai corri!
Eh, sì, corri. Certo che corro. Ai ripari, corro.
Ma poi ci sono andato ed era davvero un regalo da non credere: una ragazza elegante, dolce, così bella nelle sue vesti intessute con fili d’argento. Così bella, con i capelli intrecciati in ghirlande di boccioli di campo. Con quegli occhi grandi e sognanti, diresti che racchiudono il mondo intero. Veniva proprio da pensare che tutti i doni fossero in lei. Ed erano per lui, e per una volta tutte le mie previsioni sembravano smentite, tutto chiaro come una notte di luna piena.
Amico mio, mi sono detto quella sera, stavolta ti sei proprio sbagliato. Hanno mandato davvero un regalo incredibile. Quasi mi pento di quel piccolo furto… quasi. Ero ancora un po’ sospettoso, ma, si sa, io penso sempre alle gabole…

Un giorno, però, la ragazza fece un casino, e si scoprì dove erano davvero tutti i doni degli dei, tutti i doni nascosti nel suo nome, Pandora: erano nel bel vaso di bronzo che gli dei avevano consegnato alla giovane. Il vaso che lei, donata dagli dei a mio fratello, portava con sé al suo arrivo e che presto aprì, vinta dalla curiosità. Eccoli lì tutti i bei doni: dolori, paure, tragedie, preoccupazioni, persino le cimici. Tutto è uscito da lì.

La luce delle notti di luna piena è la mia preferita. Per distinguere sei costretto a metterci un po’ del tuo, e vedi qualcosa di diverso, che di giorno non vedi. Vedi un po’ di quello che c’è là fuori, ma anche un po’ di quello che hai dentro. E non è la realtà ad adagiarsi su di te, ma sei tu ad andarla a prendere, a possederla.
Le mie previsioni non erano smentite, erano solo visioni di una notte di luna piena. Visioni lontane: nessun dono arriverà mai dagli dei senza un prezzo da pagare.

Il fratellino se la spassa. Certo, sono io che ho provato a correre per il mondo, insieme ai miei seguaci, per cercare di recuperare tutti i mali che la sua bella ha seminato. Abbiamo tirato a sorte, un male per ogni cercatore, a me è capitata la sfiga. Facile no? In giro ce n’è un sacco, sembra dappertutto. Ma appena sono convinto di averla presa, la stringo tra le mani come il collo di una gallina e subito vedo che poco distante c’è qualcuno che ne ha più di me. E la perdo.
La inseguo ogni giorno, penso di averla presa: foro una gomma della Ritmo, che sfiga, sì, stavolta l’ho presa davvero! E subito nell’autostrada di fianco un vomito di lamiere e sogni spaccati sorge dal nulla, e un cumulo di orfani me la sfila dalle mani.
Perdo una lotteria per un solo, schifoso, misero numero: che sfiga! Sì, stavolta è mia, la posso quasi accarezzare. Poi vedo chi nemmeno ha potuto comprarsi il biglietto.
Nemmeno della sfiga ci si può più fidare.

No, ragazzi miei, non vi posso più aiutare, è andata. I doni degli dei ormai sono dappertutto, li avete sotto il cuscino. Cosa volete da me, non posso recuperarli tutti io, in fondo. Tornerò a casa, e andrò a suonare il citofono di Zeus.
– Ehi! – gli griderò – Almeno fanne una per me, tutta mia! Dovrò mica rincorrere per sempre i mali di un altro!

«Elioforo a tradimento»

Ancora un vecchio racconto, scritto nell’estate del 2004, ma – strano a dirsi – non era assolutamente prevista la sua pubblicazione sul blog proprio oggi. Ma, che dire, mi sono reso conto rileggendolo che parlava d’estate e figurine, e quindi pare molto adatto a seguire il post che trovate più sotto. Spero sia di vostro gradimento.

Come sono finito qui, a mollo nelle acque eridanee, con i piedi a grattar la schiena ai pescigatto?
È presto detto.

Pigro e rilassato, semidio nel mio mondo, non mi opponevo allo scorrere del tempo, scandito da ghiaccioli e CD. Vivevo di piccole libidini quotidiane: una fetta di sole o un rutto dirompente.

Vuoi per le voci noiose di chi non mi riteneva capace di grande impresa, vuoi per l’emula di Afrodite di turno, in sei e sei dodici ideo, progetto, e porto a compimento un gran furto, uno di quelli che ti sparano negli album delle figurine.
Aspetto che Selene sia in cielo a ispirare lupi e innamorati e subito, scaltro come un ratto, mi calo oltre l’orizzonte con una scala di corda, sacco dell’immondizia alla mano e coltello in bocca.
Padrone della metis del cospiratore, maschera nera sulla faccia e sguardo cattivo, inforco l’ingresso dei bastioni di Elio e gli ciulo il sole, infilandolo nel sacco. E me la rido.
Poi via, scavalco l’orizzonte e mi confondo tra gli innamorati che salutano Selene, piangendo per finta all’arrivo dell’alba, sospirando a tutto andare i loro “addio”.

Nessuno mi vede, nascosto nel mio garage a righe verdi e arancio, mentre modifico la possente Ritmo Abarth adattandola al suo nuovo alto (altissimo) utilizzo, ma tutti restano abbagliati dal mio fulgore quando finalmente posso gridare: Io albeggio!
Da domatore di cavalli, sprono verso il cielo i 200 della Ritmo, diversi dai due stupidi fienivori del carro solare. Guardo il mondo, dalla terra degli iperborei fin verso quella delle esperidi: ah, nani lontani, ora mi vedete nel mio splendore, ora mi ammirate, ora stupiti volgete gli occhi a guardar… no, forse in effetti non mi vedono, anzi, sembrano più interessati a vestirsi sempre di più.
No, ostia, sono troppo in alto! Perdi quota, diamine, maledetto sole, che se no non ci vede nessuno!
Scendo sempre più, sorvolo il mare che quasi tocco, e viro verso l’alto. Appena il tempo di accendere l’autoradio e sento un tipo che grida ed ali in fiamme vola in mare. Maledizione, ero troppo basso, vero, ma mica per tanto. Pazienza: negherò tutto e dirò che era lui a volare troppo alto, troppo vicino a me. Niente testimoni, sono in cassaforte.

Ma no che non è vero. Un testimone c’è, e figurati se si fa i cazzi suoi. Mi avrà preso col multavelox, che ne so, fatto sta che, quando sono ormai a due passi dalla terra d’occidente, una gragnuola di fulmini mi centra l’ipotalamo, facendomi finire con un carpiato nel Po. Vedo la Ritmo schiantarsi contro il cielo di cartone, scrollando le stelle che sembra il 10 agosto, gettando il sole al suo posto, oltre l’orizzonte.

Si, sono qui per una cazzata, come tanti. Pigro e rilassato, non mi oppongo al mesto scorrere del tempo, scandito da schiuma gialla e pescigatto. Vivo di piccole libidini quotidiane, come le eliadi tramutate in pioppi che cantano per me, o come un sorso d’acqua meno amaro degli altri, un sorso che forse sì, davvero, arriva diretto dal Monviso.

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