Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

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«Cinquantotto centimetri»

La tradizione ormai si è messa in pari con me: siamo all’8 di dicembre, e anche per lei è iniziato il periodo natalizio. È infatti l’Immacolata il giorno in cui si addobba l’albero, o si fa il presepe. A proposito, quale dei due preferite?

In questo mio vecchio racconto si parla del presepe. E di una statuetta in particolare.

Quattrocentosettantatre euro, investiti in qualcosa con uno sgradevole aroma di gamberi e nespola acerba, e in fondo, cercando bene, profumo di zucchero filato acrilico.
Il tutto là sotto. Perché qua dietro si sente solo la puzza di una cimice che ha deciso di tirare le cuoia proprio qui. Tutti gli anni è così… crepassero almeno senza frangere i maroni uno ci potrebbe fare l’abitudine.
E qui dietro ci stiamo anche dieci giorni, io e gli altri due, aspettando che venga il nostro turno. Allora, dopo tutto questo buio, ci toccherà subire cromie improbabili, in intermittenza secondo schemi da geometria analitica. E ogni anno ne aggiungono.
Ma fosse solo quello. Quando siamo sul tavolo, invariabilmente, quello vicino alla pastorella scalza non sono mai io. Chissà perché.
Finisco sempre in quello schifo di muschio pieno di terra. Mai che lo raccolgano bene.
Quello con l’oro lo mettono sempre davanti, in prima fila, poi quello con l’incenso.
Figurati se si curano della mirra… mi mettono dietro anche al cammello.
Ma no, prego, scusatemi voi, non vorrei disturbare.
Una volta mi hanno confuso con un pescatore: alla fine lui è stato messo davanti alla capanna, io sono rimasto in riva al lago di carta stagnola. Magari hanno apprezzato più i pesci della mirra, chissà, forse costano di più. Ha anche più senso per la storia: non è lui che poi li ha moltiplicati?
Ogni volta che mi spostano cado tre volte. Stamattina mi hanno fatto finire addosso al cane del pastore; cercando di tirare su il cane hanno abbattuto due pecore, poi il carretto. Per mettere tutto a posto ci hanno messo mezz’ora e hanno sparpagliato i sassi bianchi. È venuto uno schifo…
Maledetti sassi bianchi! Che per risparmiare tempo li prendono sempre dalla lettiera del gatto! Poi è normale che il gatto si vendichi. È chiaro. Ma perché si deve vendicare proprio a due passi da me?
Mi piacerebbe il posto del vinaiolo. Lo mettono sempre vicino al pozzo di cartapesta, con le lavandaie. Sta fermo lì, lontano dalla lettiera del gatto, bello tranquillo. Non deve mai essere spostato. Gli ho chiesto di fare cambio ma non mi ha nemmeno risposto.
Sarà ubriaco. Sarà stronzo.
Sono sempre affascinato dalle palle dell’enorme albero laggiù in fondo. Luccicanti, colorate, bellissime, e con una vita da brivido: basta cadere una volta e ciao, finita. Queste sono emozioni.
Non come la nostra routine. Giusto ieri, come tutti, tutti gli anni, si sono accorti di aver messo troppe pecore davanti alla grotta e hanno cominciato a spostarle per quando arriveremo noi.
– Oh che pasticcio! – hanno detto – quest’anno abbiamo proprio esagerato con le pecorelle!
Con quegli avanzi di gregge hanno esagerato fin dalla prima volta, poi ne hanno comprati almeno tre ogni anno. Ma lasciamo perdere, che intanto hanno risistemato tutto: guarda che bello spiazzo, ci starà comodo anche il cammello. Peccato che siano stati costretti a cacciare pecore un po’ ovunque. Ce ne sono anche nel lago di stagnola, anche in mezzo alle lavandaie, anche nella neve di cotone. Una è finita sulla capanna, vicino all’angelo con la veste verde, quello che l’anno scorso mi è caduto sulla crapa.
Non vedo l’ora di arrivare alla fine. Oggi hanno tolto di mezzo l’aroma che veniva da là sotto, poi hanno messo il bambino nella culla. Significa che mancano ancora quasi due settimane. Prima però mi subirò la “serata del morto”. C’è ogni anno, e ogni anno riesco a non capirne il senso.
A un certo punto della serata, non si sa bene perché, sparano un affare di sughero, da questa parte per non colpire il televisore. Puntualmente uno di noi viene centrato e finisce nel baratro. Il rumore è inquietante, e l’anno dopo il centrato non c’è più… l’anno scorso è toccato al pastore vecchio col bastone. Tanto era vecchio.
Finalmente è il giorno.
Superati il grassone delle frittelle e la donna che fila, girato l’angolo del nuovo baracchino di legno, siamo arrivati.
A questo punto mi gira sempre la testa, sudo freddo come i vetri appannati della cucina. Viaggio ogni anno da là dietro alla capanna. Per arrivare davanti a un bambino. Non è brutto, è fatto meglio del bue, e poi ha una strana cosa brillantosa dietro la testa.
Ma preferisco la pastorella scalza.
Mah… arrivare qui ogni anno, e mai una risposta.
Dimmi qualcosa, bambino, almeno tu. Perché qui non parla nessun altro, e nessuno mi spiega, nessuno risponde. Perché mi hanno inventato? Solo per percorrere questi cinquantotto centimetri ogni anno? Solo per rischiare di essere investito da un tappo di sughero, o usato come cesso da un gatto? Solo per sfiorare la pastorella scalza?
Perché non rispondi?

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«Vangelo apocrifo»

Si va verso il Natale. C’è chi lo ama e chi solo a sentirlo nominare si irrita, ma resta il fatto che per un mese e mezzo luci colorate, addobbi e auguri, e scaffali di giocattoli nei supermercati, prenderanno il posto di grigiume e spentume e rapidi saluti e cartoleria economica. E tutto ciò, in fondo, mi illuderà che sulla terra si sta un po’ meglio.

Detto questo vi propongo un racconto che si situa proprio su quel bordo sottile, quella membrana impalpabile che divide l’inverno senza luce, il novembre dei morti, dall’inverno illuminato, il dicembre del Natale.

Certe gocce fredde centrano l’anima e inchiodano alla vita. Gocce di nebbia, sporche, che fanno gracchiare i tergicristalli. Gocce di pioggia invernale, sottili, che si infilano nei vestiti e nel cuore. Non arrivano con la furiosa arroganza del temporale che grida, sbraita, sfida a corrergli dentro, a respirare l’euforia elettrica che scarica sul mondo.
No. D’inverno è tutto diverso. Il buio è già dentro. La goccia arriva e chiude un testo già scritto. Non c’è voglia di reagire, non c’è rabbia da gridare. Solo inverno.

Agli uomini piace, l’inverno, più che agli angeli. Gli uomini hanno case, famiglie. Hanno fuochi e luci che allungano ombre in tutte le direzioni. Eppure si costruiscono intorno dei muri, sperando di chiudere fuori il male. Creature ingenue, creature ostinate, gli uomini, circondati da ombre che riescono ad ignorare piantando gli occhi nel fuoco. Creature sempre alla ricerca di fogli di cartone per coprire la realtà.

È inverno. Tempo fa. Trascino sulla riva ali sporche e spada brunita. Gli occhi frugano tra i veli di un grigio tramonto di metà pomeriggio. Non ho scelto di essere qui: ho solo seguito le correnti. Mi accade spesso.
Un uomo:
– Presto! – grida – Andiamo! Hanno detto che è di là…
Lo fanno di nuovo, mi dico. Ci sarà qualche fuoco da andare a guardare. Quasi mi sorprendo di scoprirmi a seguirlo, e molta gente con me. Il loro vociare mi confonde, la mia mente ne viene assalita. Non riesco a distinguere un discorso dall’altro.
– Sì, l’ho sentito dire anch’io!
– Un mio amico ha incontrato gente importante che viene da lontano e loro lo sapevano da tempo…
– Cosa hai sentito?
– Gente di dove?
– Levati di mezzo, idiota!
– Che è nato un bambino, un bambino diverso…
– Non rompere!
Mi saturano. Troppa gente. Spintoni. Mi schiacciano, mi pestano le ali. No le ali no, dai! Le ali fanno male…
– Non lo so, di lontano…
– Muoviti!
– Ma dove si trova?
– Sì, se ne sentono di cose del genere…
– Di là! andiamo a vedere, dai!
Lascio che passino oltre, mi siedo e aspetto che il mondo si fermi. Passa l’ultimo della fila, staccato. Sfila anche una pecora. Poi mi raggiunge il silenzio.
Respiro, mi finisce la testa tra le mani.
La pioggia torna lentamente a riempire la mia attenzione. Alzati, mi dico. Sei un angelo. Non ti opporre al freddo, lascialo passare, solo così non avrà presa su di te, e ne sarai davvero libero. Ma non è facile. Diavolo, non è per niente facile.

– Non ce la faccio… andate voi!
– No, ci siamo quasi, ce la puoi fare.
– Andate voi due. Riprendo fiato, poi cerco di raggiungervi. Si vede ancora la stella: troverò la strada.
Tre uomini. Hanno vestiti diversi dagli altri. E corone. Gente di terre lontane? Uno si ferma vicino a me.
– Anche tu qui per il bambino? – mi dice tra sbuffi e affanni.
– No. Seguivo le correnti.
Sorride, mi prende per scemo. Questo qui non ha capito che sono un angelo. Forse non ha visto le ali, o la spada.
– E non vai a vederlo? – continua – Neanche per curiosità? È un evento unico. Non credo capiterà di nuovo, nell’arco della tua vita…
Non ricapiterà nell’arco della tua, penso mentre millenni di ricordi si prendono a gomitate per arrivare primi alla mia attenzione. Scelgo l’immagine delle legioni di Belial in rotta.
– Le antiche tavole ci hanno guidato, abbiamo scovato nelle stelle una profezia: quel bambino salverà il mondo! – riprende il vecchio, con risorta enfasi – Tutto il mondo, capisci, anche te! Non ti sembra di sentire già una profonda consolazione?
Anche questo vecchio è alla ricerca di un fuoco da guardare. Chissà da dove arriva. Chissà quali ombre lo affliggono a tal punto da spingerlo a percorrere un pezzo di mondo per affrancarsene. Non voglio distruggere la sua speranza, mi è quasi simpatico. E poi, mi rendo conto, un umano alla volta posso anche sopportarlo. Quasi capirlo. Un umano alla volta possiede più umanità di tanti umani tutti insieme.
– Ma sì… – gli dico – Ti accompagno. Ma mi fermerò a guardare da lontano: voi umani parlate, respirate, vivete tutti contemporaneamente, mi fate esplodere la testa. Quando siete in tanti sembrate un’unica bestia incontrollabile.
– Sia – sorride – Ci fermeremo a guardarlo da dove preferisci. Andiamo con calma, però. I miei compagni di viaggio erano ansiosi di vederlo, mi hanno fatto correre troppo.

Camminiamo in silenzio. Parlando col vecchio ero quasi riuscito a ignorare la pioggia. Adesso invece la sento, eccome. Non la sopporto.
– Siamo quasi arrivati – dice – dev’essere laggiù.
Indica un punto confuso, in mezzo a un nugolo di persone che cantano.
– Sì, ma quale?
Speravo di vedere qualcosa di particolare: un bambino avvolto da manti di luce, con un alone fatato in grado di fermare la pioggia. O magari di vederlo già cresciuto, pronto a seminare arguzia. Niente. Niente davvero. Si bagna anche lui, piange. E piange anche il vecchio. Umani.

Ci sono altri angeli. Li conosco quasi tutti. Commentano adagio, tranquilli, da lontano. Ecco Jezebel. Occhi vuoti, grigi di pioggia. Uriel, con la sua spada di cenere. Alcuni si avvicinano al bambino. Scuotono la testa. Non ci vedono niente di diverso dal solito. Noi non siamo uomini.

Creature ostinate, gli uomini. Dà loro un fuoco in cui piantare gli occhi e dimenticheranno ogni ombra. Non sono un semplice uomo, non ho bisogno di credere al fuoco. Ma per oggi lo guarderò, e farò finta che è tutto un mondo di luce.

#36. Agosto.

“Luke, scoprirai che molte delle verità che affermiamo, talvolta,
dipendono dal nostro punto di vista.”
Obi-Wan Kenobi, in “Guerre Stellari. Episodio V: L’impero colpisce ancora”

Sono nato in agosto, trentasei (anzi, #36.) anni fa tra due giorni. E mi è sempre piaciuto il mio compleanno. E no, non provo mestizia e tristezza e magone all’approssimarsi di un giorno in cui qualcuno mi dedica un pensiero o mi fa un regalo, e francamente fatico molto a capire perché dovrebbe. Già, perché? Eppure vi garantisco che per alcuni è così.

Si avvicina il loro compleanno e… kablam! si tuffano nella mestizia come uno stronzo si tuffa nell’acqua del cesso, cioè così, ci cadono, ci si lasciano cadere, senza nemmeno l’enfasi del gesto teatrale.
Alcuni per la terribile e atterrente consapevolezza dell’invecchiamento. Eppure si invecchia ogni istante. Alcuni invece approfittano del compleanno per fare tristi bilanci di periodicità annuale di tutto quanto non gli funziona, quando lo si potrebbe fare in qualsiasi altro periodo dell’anno tranne questo giorno, questo giorno in cui, per tradizione, per convenzione, gli si dedica un pensiero. E non vedo perché dovremmo pisciare sulla “convenzione”, dacché è una convenzione anche il linguaggio, e se disprezzassi la convenzione disprezzerei il linguaggio, e potrei quindi evitare di star qui a farmi sto blog di minchia.

Semmai, semmai, è quando il compleanno finisce che un po’ di mestizia inizia a illanguidire il mio spirito (vedi #16. Festa.).

Quindi, in definitiva, mi piace il mio compleanno, e tra pochissimi giorni lo sarà. E il mio compleanno è in agosto, e forse proprio per questo agosto mi è sempre piaciuto.

E fin da piccolo, con agosto, mi sono sempre piaciute tutte quelle cose ad agosto legate. Ad esempio le vacanze, e il mare. Il mare mi piace, sì (vedi #15. Prospettiva.).

Ma anche il numero 8, quello del mese sul datario. Quando a nove/dieci anni debuttai nel mondo del calcio (mondo che poi lasciai pochi anni dopo), lo feci con una bella maglietta lanosa, come si usava ancora, granata, con un bell’otto giallo sulla schiena.

E dopo la mia nascita, visto che ero del segno del leone, mia mamma comprò un leoncino di gomma, che fu anche il primo gioco, e che compare nel quadro che dipinse a festeggiare la mia nascita, e quindi anche il leone mi piace.

E mi piace il sole, e il caldo, e mi piacciono i colori del sole e del caldo. Mi piace da sempre l’arancione, che era il colore di agosto e del numero otto nei posterini in classe alle elementari (e la tigre che, arancione e nera, da piccolo era il mio animale preferito) e mi piace il giallo, che è il colore che scelgo sempre quando partecipo a qualche gioco in cui devi scegliere il colore delle pedine da utilizzare.

E il giallo è proprio un bel colore. Che poi, sarà anche vero che il colore più bello, il colore più forte, più violento e più leggibile sono tutti funzione del colore di sfondo, ma su sfondo nero (che è uno dei due più comuni) il giallo spacca di bestia.

E il giallo, l’arancione, il mare, il sole, il caldo, le vacanze, il gelato, il leone e la tigre, le sere calde in cui si esce tutti, gli amici, il compleanno, la festa e la gente che si ricorda di me, sono tutte cose fiche.

Agosto è come i girasoli, il mare, la pizza. Come il Natale.
Se li odi è colpa tua, non loro.

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