Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

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#64. Perché.

“Clio, la musa della storia, è tutta quanta infetta di menzogne,
come una prostituta di sifilide.”
[Arthur Schopenhauer]

“Le grandi guerre del presente sono conseguenze dello studio della storia.”
[Friedrich Nietzsche, “Aurora”]

“Tutti i libri storici che non contengono menzogne sono mortalmente noiosi.”
[Anatole France, “Il delitto dell’accademico Sylvestre Bonnard]

Due filosofi pesantissimi per la formazione del pensiero occidentale come Schopenhauer e Nietzsche, e un premio Nobel per la letteratura (nel 1921) ci spiegano in tre frasi quanto sia inutile (no, dannoso!) occuparsi di storia. Ma naturalmente, dal piccolo buco della sua levatura, un blogger che scomoda nientemeno che una città sumerica per il nome del suo blog non può essere d’accordo coi suddetti figuri. Vediamo di trovare modo di rispondere un po’.

La domanda contenuta nel titolo del post, “perché?” (privata di punto interrogativo per semantica dei titoli dei temi), è sostanzialmente estendibile così: “Perché se la storia è piena di menzogne, e se quando non le contiene è noiosa, e se decidiamo di studiarla lo stesso facciamo errori madornali e aberrazioni mostruose, ha lo stesso un senso studiare la storia?”. E la risposta è molto semplice e la svelo subito, come se questa fosse una puntata di Colombo, con l’assassino svelato nella prima scena e il resto della puntata teso a capire come verrà scoperto. La risposta è “per capire”.

Ma andiamo con ordine. Intanto cominciamo con Schopenhauer, che ci parla della storia identificandola con Clio, e dicendoci che è un cumulo di balle. Clio, figlia di Zeus e di Mnemosyne (la memoria), è sì la musa della storia, ma anche dell’epica, perché epica e storia per i greci erano molto più che sorelle. Clio, quindi, è una musa della narrazione, e la narrazione, essendo emanazione di un narratore, non può che esserne viziata. Non è una prostituta, ma un punto di vista.
È assolutamente vero che la narrazione della storia è sempre di parte, spesso asservita all’assoggettamento dei vinti da parte dei vincitori (o all’autoassoluzione degli stessi da eventuali crimini commessi in ragione di un discorso “più importante”), quando addirittura non viene piegata alla funzionalità di una dottrina politica o religiosa (similmente a quanto accadeva in passato persino con le scienze naturali, però!).
Quindi, se è vero che la narrazione della storia è di parte, cosa ci permette di capire?

Molto, e su più di un livello, se abbiamo la sufficiente capacità di discernimento. Se comprendiamo qual è il livello di aberrazione dovuto allo strumento di osservazione (ovvero in questo caso il tasso di modifica del reale dovuto al punto di vista del narratore) avremo ben chiaro sia qual è il suo intento – e quindi molto su di lui – e riusciremo anche ad escludere le aberrazioni dall’oggetto osservato. Non riusciremo quindi ad osservare l’alethéia (la verità intesa come svelamento, anzi, disvelamento o non velamento), perché il velo c’è, ed è l’aberrazione, ma riusciremo a comprendere qualcosa di quello che c’è al di là del velo e il discuterne ci aiuterà probabilmente a comprendere, già solo in base a come ne ragioniamo, a dedurre qualcosa di più di quanto c’è al di qua del velo.
Inoltre ricordiamo che Schopenhauer non tratta duramente la “storia”, ma “Clio”, la musa della narrazione storica, figlia di Mnemosine, la memoria. Dicono le lamette orfiche: “Sono riarso di sete e muoio, ma datemi la fredda acqua che sgorga dalla palude di Mnemosyne”… è la memoria che disseta l’uomo e gli ri-dona la vita, riconsegnandogli una natura divina.

La natura divina ridata dalla memoria? E perché? Il concetto espresso è riferito all’idea di un’anima immortale ed esterna alla natura terrena, la cui memoria dev’essere risvegliata dall’iniziazione ai culti misterici, similmente all’illuminazione delle culture orientali. Ma possiamo benissimo trovare un altro significato per questo significante. Ad esempio attraverso lo studio delle culture antiche riprendono un senso alcuni passaggi delle religioni attuali, che vengono banalizzati e ritualizzati (e de-significati) attraverso una ripetizione che via via toglie il senso relegandolo a concetto troppo semplice, troppo banale, troppo “vecchio”. Ecco allora che i testi sacri ci sembrano vuoti contenitori sul cui fondo restano solo un po’ di poetica, un po’ di buon senso, e molta barbarie. Nascoste da un velo di simbologia e interpretazione che di secolo in secolo cambiano, rendendoli sempre attuali, sempre facili da manomettere, ma in realtà allontanandoci da qualsiasi cosa che possa sembrare anche solo lontanamente sensato.
Se ci accorgiamo che le domande fondamentali (chi cazzo sono, cosa cazzo faccio qui) se le ponevano con poche differenze i sumeri 5000 anni fa, ecco che ogni messaggio religioso intervenuto nel mentre rischia di perdere di importanza e soprattutto la sua propria peculiarità: ecco quindi che la direttissima parentela tra il mito sumerico e le religioni deve essere nascosta. Viene rifiutata questa nobile parentela, quasi fosse imbarbarente e impaganante: Noè non è Utnapishtim, il diluvio non è lo stesso narrato dai sumeri, il sacrificio del figlio di Dio ebreo/cristiano non può essere confrontato col sacrificio di Dioniso/Zagreo figlio di Zeus pagano. Ma perdendo tutte queste connessioni non facciamo altro che interpolare sempre di più il pensiero divino originale, la tensione dell’uomo verso i propri limiti e la sua capacità di pensare di oltrepassarli (la morte genera l’idea di immortalità, la finitezza genera l’idea di infinito, il terreno genera l’idea di divino). Si perde così il pensiero divino puro, e si passa di narrazione in ritualizzazione, in banalizzazione, in costume e formula. La natura divina, diviene una poesiola, o come diceva Nietzsche in “Così parlò Zarathustra”: «come sapete bene ciò che ha dovuto adempiersi in sette giorni: e come la bestia mi è strisciata dentro le fauci per strozzarmi! Ma io ne ho morso il capo e l’ho sputato lontano da me. E voi, − voi n’avete ricavato una canzone da organetto?».

E veniamo a Nietzsche, appunto, ma non al Nietzsche dello Zarathustra, ma a quello a monte. Più semplice confrontarsi con quella sua frase. È vero che la storia ci ha sempre dato delle grandi scuse per fare guerre: quella terra era mia, in un’altra epoca. Scusa perfetta, da sempre, per chiunque. Quella era la terra dei nostri padri che ci è stata rubata, e la rivogliamo, stiamo subendo un’ingiustizia. Ogni governo che vuole dichiarare una guerra troverà nella storia un validissimo alleato. Del resto se l’Italia avesse la potenza bellica ed economica necessaria potrebbe accampare supposti diritti storici su gran parte dell’Europa, tutto il Mediterraneo, l’Asia minore, la mezzaluna fertile… Per non dire di quali diritti potrebbe accampare la Mongolia su mezzo pianeta. Vero è che però la storia in questo caso è umile serva del volere del potente. Quand’anche non è stata usata la storia, all’uomo non sono mai mancate le scuse per inventare le guerre: la religione, l’economia, l’intervento umanitario, la volontà civilizzatrice…
Dare la colpa delle guerre allo studio della storia, alla religione e a tutto il resto come causa della guerra, è esattamente come guardare il dito invece della luna. E non è da Nietzsche… per cui sono costretto a immaginare che intendesse altro, ma io non capisco veramente cosa.

La terza affermazione, quella del premio Nobel per la letteratura, è poi addirittura surreale. Considerando che la storia contiene tutte le vicende umane, definirla noiosa in assenza di mistificazione è come dire che tutta l’umanità è noiosa, quindi è noiosa in sé, senza bisogno di studiare alcunché, ergo la noia è… nell’occhio di chi studia, e non nell’oggetto dello studio, in questo caso.
Non solo, ma per me è totalmente vero l’opposto: è talmente affascinante la storia già di suo, pur con tutti i dubbi che si porta dietro, che quegli individui che sostengono che la piramide di Giza era una centrale a microonde per ricaricare di energia astronavi in orbita, o che gli Annunaki erano alieni, mi causano qualche scompenso gastrointestinale. Per cui no, non trovo che la storia sia una palla, quanto che le palle in campo storico siano una palla.

E con questo chiudo questa accorata difesa dello studio della storia… ecco quindi “perché” la storia va studiata, e in particolare la storia antica: per capire. Per arginare ritualizzazioni (ma sia chiaro, non solo in campo religioso, mi riferisco ad esempio ai particolari riti della democrazia, che se privati del loro senso, se non spiegati, perdono la loro forza e vengono pian piano dimenticati, abbandonati, ributtandoci in un eterno ritorno che dovremmo in un certo modo scongiurare, e riecco Nietzsche, di nuovo…) e dismemorie, per approfondire significati dimenticati, per risalire al senso di ogni nostro gesto, parola, pensiero. Sta tutto scritto su pagine ingiallite, se tavolette di argilla, su selci scheggiate, su ossa imbiancate in sepolcri dimenticati.

Ho tratto alcune informazioni e concetti da uno spezzone del libro «La terra senza il male» di Umberto Galimberti. Naturalmente eventuali malinterpretazioni del pensiero filosofico, che non è per sua natura di facile/agevole comprensione (non si lascia catturare né portare da chiunque), sono da attribuirsi a me.
Consiglio tra le altre cose la lettura di “Così parlò Zarathustra, un libro per tutti e per nessuno”, che immediatamente rivelerà a chi mi segue dal principio chi citava il mio primo sottotitolo.

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#52. Ciarlatano.

Ultimamente per un motivo o per l’altro mi trovo spesso a contatto con varie forme di ciarlatanismo. Tra queste una delle più diffuse, forse quella percepita maggiormente come innocua, ma in fondo accettata da gran parte della popolazione, è quella dei segni zodiacali. Si va dalla semplice minchiatella che giorno per giorno ti prevede quello che ovviamente accadrà, alla fastidiosissima (e ovviamente risibile) pretesa di tassonomizzare il genere umano in base alla data (o persino all’ora) di nascita. E non mi riferisco all’antichità, quando questa poteva essere una delle modalità di interpretazione del mondo, ed era per questo persino affascinante. Mi riferisco proprio alla dabbenaggine moderna di voler credere nella volgarizzazione e semplificazione del pensiero antico.

Al giorno d’oggi ha senso dividere le persone, o interpretarle, in base a criteri come la nascita? Possiamo discutere a lungo, davvero a lungo, sull’assurdità di tale pretesa. Ma ne vale davvero la pena? No, un cazzo. Davvero.

Ma posso davvero rifugiarmi nell’oscurità in silenzio, senza avere almeno la possibilità di dire che ho goduto come un muflone quando tutto il sistema planetario degli astrologi è corso urlando a puttane? Quando Plutone è stato ridimensionato da pianeta a pianeta nano, e soprattutto si è scoperto che di corpi celesti come il piccolo oggetto scoperto da Clyde Tombaugh ce ne sono a strafottere appena superato il sistema solare interno?
Prego, cari astrologi, prendete in mano le vostre belle incisioni rinascimentali (ovviamente in realtà fatte dal cugino del fratello di Gerolamo, il fornaio sotto casa) e puliteci le cacche degli opilionidi. Oppure aggiungetevi Haumea, Eris, Makemake, Issione, Orco, Varuna, Quaoar, Sedna, e un paio di dozzine di altri cuginetti che al momento nemmeno hanno il nome.
Peraltro, non so se lo sapete, ma per Plutone e i suoi amanti (astronomi, però, mica astrologi) il 2015 è l’anno della rivincita, infatti verrà raggiunto per la prima volta da un manufatto umano, la sonda New Horizon, che porta con sé le ceneri di Tombaugh!

Una volta detto questo, e goduto il giusto, possiamo poi apprezzar il fatto che i segni zodiacali, a causa della precessione degli equinozi, non sono proprio corrispondenti alle costellazioni zodiacali (quelle che stanno nel nostro cielo sul piano dell’orizzonte), e che ormai ci sarebbe persino un 13° segno, l’Ofiuco. Ma, naturalmente, questo ai patiti dell’oroscopo non interessa. Cioè, è chiaro, interessa che le stelle influenzano il carattere dei nascenti, il loro destino, ma non che le stelle siano quelle giuste. Vanno bene stelle a cazzo qualsiasi. In fondo, è per fare un po’ i paraculi, no?

E così sia. Facciamo i paraculi fino in fondo.

E siccome vedo grande fermento e divertimento e appassionamento intorno a segni, ascendenti, segni cinesi, elementi e quant’altrocazzo, fino ad arrivare ad angeli, fiori, pietre, colori e suoni, mi sono detto: ma se ogni stronzo sul pianeta terra si può inventare la sua astrologia, io, che non sono meno stronzo di tutti gli altri, perché non lo posso fare? Ed eccomi qua, a presentarvi i segni dello zodiaco del Canneto di Eridu. Da perfetto ciarlatano mi invento immediatamente anche il loro ritrovamento su tavolette d’argilla cotte al sole, nella terra di Sumer, sulla base di un originale alieno copiato e tramandato da saggezze così antiche da essere già morte da millenni quando venne costruita la sfinge, da essere già avvolte dall’oblio dei tempi quando Çatal Hoyuk andò a fuoco e Atlantide affondò. E da perfetto ciarlatano mi invento anche che già la regina di Saba, Socrate, Tolomeo, Platone, il prete Gianni, la papessa Giovanna, Leonardo da Vinci, Mozart, Freud, Nietzsche e Valentino Rossi hanno custodito in passato il segreto, e che io me ne sono impossessato ad un’asta su QVC.

E visto che se voglio fare una cosa stronza, posso farla molto meglio della maggior parte degli altri ciarlatani in giro, vi passo a spiegare la complessissima complessità del mio complesso zodiaco.
Esso si basa sull’idea che esista uno spirito guida simbolico che ha un’azione peculiare che ne caratterizza il modo di plasmare il suo mondo, porta una pianta, che lo rappresenta nel modo di porsi, e un impatto visivo altrimenti detto “colore”. Questo spirito guida, infine, incede nell’universo a dorso di una creatura, che può di volta in volta declinarsi in vario modo a seconda di quale sia l’elemento di cui è costituita.
Quindi, ricapitolando:
1) guida
2) azione sul mondo
3) pianta
4) colore
5) creatura
6) elemento
.
Vi dico subito di evitare di incazzarvi se vi salta fuori un segno poco bello. In fondo è una merdata, c’è scritto anche negli ingredienti che prima o poi arriva.

1) La guida.
La guida è una “funzione” sociale, rappresenta una guida che con le sue conoscienze ti aiuterà a scoprire il tuo posto nel mondo. Non significa che il suo lavoro sarà il tuo, ma le caratteristiche della sua funzione ti saranno proprie, evidenziando le tue inclinazioni (un domatore potrebbe per esempio portarti nel mondo dello spettacolo, o della medicina veterinaria, o della politica…). La guida varia in funzione del periodo di nascita. Come potrete vedere, gli spiriti guida sono 15, perché dodici come al solito mi sembrava troppo banale. Ecco a voi:
a) 1 gennaio – 24 gennaio: il ciabattino
b) 25 gennaio – 20 febbraio: la regina
c) 21 febbraio – 15 marzo: il sacerdote
d) 16 marzo – 10 aprile: il domatore
e) 11 aprile – 5 maggio: la canestraia
f) 6 maggio – 30 maggio: il corridore
g) 31 maggio – 23 giugno: il guerriero
h) 24 giugno – 19 luglio: la contadina
i) 20 luglio – 13 agosto: la locandiera
j) 14 agosto – 8 settembre: lo scriba
k) 9 settembre – 3 ottobre: il giardiniere
l) 4 ottobre – 28 ottobre: lo schiavo
m) 29 ottobre – 20 novembre: l’architetto
n) 21 novembre – 15 dicembre: la prostituta
o) 16 dicembre – 31 dicembre: il suonatore

2) L’azione sul mondo.
L’azione sul mondo indica le modalità in cui la vostra guida e voi potrete influenzare, o meglio plasmare, il mondo intorno a voi. In pratica simboleggia come voi sfruttate le vostre inclinazioni. L’azione varia in base all’anno di nascita, e le possibili azioni sono 10. Il numero indicato è l’ultimo numero dell’anno (2013 = 3). Ecco qua:
a) da febbraio 0 a gennaio 1: colpire
b) da febbraio 1 a gennaio 2: fuggire
c) da febbraio 2 a gennaio 3: amare
d) da febbraio 3 a gennaio 4: urlare
e) da febbraio 4 a gennaio 5: coltivare
f) da febbraio 5 a gennaio 6: confondere
g) da febbraio 6 a gennaio 7: svelare
h) da febbraio 7 a gennaio 8: legare
i) da febbraio 8 a gennaio 9: aprire
j) da febbraio 9 a gennaio 0: sognare

3) La pianta.
Otto, solo otto sono le piante possibili nello zodiaco del Canneto. Indicano il modo in cui l’azione viene svolta. Vivere con la tenacia del cactus, che resiste nel deserto, o con la forza infestante, ma vitale, della gramigna, o con la splendida maestosità della quercia, o la forza generatrice e felice dell’albicocco, indicano atteggiamenti diversi. La pianta dipende dal vostro nome, infatti a seconda della lettera con cui inizia può indicare un diverso approccio. Nel caso di un doppio nome, conta il primo, anche se il secondo può avere un’influenza. Divertitevi:
a) A B: gramigna
b) C D E F: cactus
c) G H I: quercia
d) J K L M: albicocco
e) N O P: cedro
f) Q R S: salice
g) T U V: trifoglio
h) W X Y Z: fico

4) Il colore.
Il colore meglio specifica l’indole umorale della persona. I colori citati, ovviamente, sono colori da uomo. Uomo diversamente grafico. E sono determinati dall’inziale del vostro cognome. Otto, come per i nomi. A voi:
a) A B: rosso
b) C D E F: giallo
c) G H I: blu
d) J K L M: nero
e) N O P: bianco
f) Q R S: verde
g) T U V: arancione
h) W X Y Z: viola

5) La creatura / cavalcatura.
La vostra guida avanza su di una cavalcatura, una splendida creatura composta interamente di un elemento. Questa creatura è dotata di caratteristiche particolari e mistiche, non degne di essere rivelate al non iniziato. Per voi sia solo un elemento decorativo, e cercate di dedurne il significato dalla leggenda e dalla storia dell’arte. Ciarlatano, fino in fondo. La creatura è determinata dal giorno in cui siete nati. A voi:
a) 1-2-3: gallo
b) 4-5-6: leone
c) 7-8: scorpione
d) 9-10-11: cavallo
e) 12-13: onagro
f) 14-15-16: toro
g) 17-18: surrush
h) 19-20: antilope
i) 21-22-23: leopardo
j) 24-25-26: scrofa
k) 27-28: ippopotamo
l) 29-30-31: cammello

6) L’elemento.
La creatura cavalcata dalla vostra guida è composta di un elemento. Questo elemento rappresenta la vostra capacità di porvi in rapporto agli altri, la vostra interazione sociale. Gli elementi sono freddi o caldi, e più sono caldi più vi relazionate amichevolmente. Ma sono anche leggeri o concreti, e più sono concreti e più la vostra amicizia è duratura. Come si determinano? E qui sta la genialità… tirando un dado a 20 facce… senza barare. Prego:
a) 1: fuoco
b) 2: acqua
c) 3: terra
d) 4: ferro
e) 5: legno
f) 6: foglia
g) 7: nuvola
h) 8: nebbia
i) 9: lava
j) 10: ossidiana
k) 11: oro
l) 12: alabastro
m) 13: aria
n) 14: elettricità
o) 15: cristallo
p) 16: vetro
q) 17: ghiaccio
r) 18: sangue
s) 19: vapore
t) 20: pioggia

In pratica, io sono del segno dello Scriba che svela, porta l’albicocco giallo, e avanza a cavallo di un surrush di lava. Ecco, ho scritto la mia cazzata.

«Lete»

Quando l’estate finisce e si tuffa, come fosse in una zona di subduzione tra placche tettoniche, sotto il prepotente autunno, ecco, divento di cattivo umore. Quando poi mi rendo conto che anche l’autunno comincia a zoppicare, e patisco per il primo raffreddore, beh, mi viene addosso una spasmodica voglia di primavera, così spasmodica che sembra non possa crescere ulteriormente. E invece cresce, cresce fino a metà marzo. E così, rileggendo l’incipit di questo vecchio racconto, ho riprovato la sensazione del primo sole di primavera, e al pensiero di quanto è lontano mi è venuto il magone… Ma sì, diamine, c’è di peggio, ma quanto aiuta la primavera a sopportare il “di peggio”…

Camminare è bello, soprattutto in una giornata primaverile, con quella deliziosa fibrillazione delle molecole, nota come “calore”, che toglie dalla noia dei cappotti la nostra pelle.
Soprattutto se lasci da parte i pensieri e puoi concentrarti, in modo da apprezzare come i centri nervosi periferici siano piacevolmente solleticati dalla nuova stagione.
Soprattutto se la tua mente è serena e di indole ben disposta verso il mondo, se sei recettivo e sai cogliere l’animo nuovo che luccica negli occhi delle ragazze lungo il corso, finalmente allegre farfalle con nuovi colori e nuova voglia di essere vive.
Soprattutto se non hai ricordi di precedenti primavere e, così, riesci a stupirti come se fosse la prima volta per ogni nascita che vedi.
Soprattutto per i primi cinquanta metri, perché la primavera in genere per il fisico è una brutta bestia e perché, comunque, se non hai niente da fare, a continuare a camminare dopo un po’ o ti rompi i coglioni o ti senti un cretino. A quel punto inizi a teorizzare che forse camminare è faticoso e ti viene in mente che una panchina in riva al Po è la tua meta ideale. Non solo, ma non vedi perché perdere altro tempo allontanando il momento in cui graverai con la tua forza peso sul delicato sistema di leve e perni che una qualsiasi panchina oppone all’attrazione gravitazionale terrestre.
Rilassarsi è bello, soprattutto col suono dell’acqua che ti lava via i pensieri superstiti ed ogni raggio di sole che ti dipinge sulla pelle un punto interrogativo, tanto che la tua mente corre lungo il tuo corpo a cercare risposte per tutti quei punti interrogativi, dotandoti di una strepitosa vitalità pur nella quiete più assoluta.
Poco importa se l’acqua, lavandoti via i pensieri, ti ha donato un lascito di fango che rallenta il tuo cervello.
Poco importa se i raggi di sole, passandoti attraverso i vestiti, ti hanno lasciato più nudo e ridicolo di prima.
È proprio in quel momento che diventi un potenziale pericolo per la società, in quell’istante in cui assapori un assoluto assalto da parte della tranquillità.
Certo, perché in quel momento non te ne frega più un cazzo se la tua persona preferita non ti dà ciò che vorresti, se chi ti comanda non ti piace, se “altri” al mondo stanno lottando pro o contro i tuoi valori, sempre che possano definirsi “valori”.
Stai bene, a quel punto, e non solo te ne freghi del resto, ma proprio non ci pensi: non esiste più il resto, ma solo un po’ di fango. Per questo sei un potenziale pericolo, perché hai capito che in fondo in fondo tutto il resto è fango e se tutti seguissero il tuo esempio e ne portassero ricordo nel cuore non esisterebbero le stupide questioni su cui si fonda la civiltà umana nel suo insieme, una civiltà che, sorta cercando di risolvere i suoi due problemi iniziali (mangiare e non farsi mangiare da quel bastardo orso delle caverne) ha creato guerre, isolamento, frustrazione, abbandono, paura dei propri simili e altre mille iatture.
E soprattutto non ha risolto quei due schifosi problemi iniziali!
Cominci quindi a pensare che bisognerebbe mettere centinaia di migliaia di panchine lungo il Po, e che gente come te dovrebbe insegnare agli altri ciò che hai appena capito. Ed è qui ed ora, su questo pensiero, quando hai perso tutta la tua voglia di rompere i coglioni e sei piacevolmente cullato da un abbraccio di nulla e raggi di sole, quando ti rendi conto che tutte le limitazioni che pazientemente ti sei costruito intorno per tutta una vita sono una fumante montagna di letame, in questo preciso istante sei pronto per volteggiare in un cielo onirico alla ricerca della tua stella danzante, sei pronto a trasformare le tue baracche in castelli in aria.
Concepisci appieno la soluzione a tutti i problemi del mondo: è lì, chiara, semplice, quasi ovvia di fronte ai tuoi occhi, facile come una domanda (potresti quasi telefonarla ai topi di Douglas Adams).
Peccato che alla fine della giornata te ne sarai dimenticato e sarai per questo più nervoso. Tornando a casa insulterai un tale che ti ha tagliato la strada, che per questo sarà più nervoso e quando rincaserà se la prenderà con la moglie per la pasta non perfettamente al dente. La signora diventerà più nervosa e la mattina seguente al lavoro se la prenderà con una neoassunta, che poi per il nervosismo non la darà al suo ragazzo che, nervosissimo, romperà i coglioni a suo padre… suo padre: il tuo capoufficio…
E così, da una potenziale risoluzione di tutti i problemi del mondo finirai per crearne uno nuovo per te: ma che importa! neanche ti ricordi che esistono dei problemi al mondo… in uno stato vegetativo di certo non più evoluto di quello delle alghe stai lì a convertire ossigeno in anidride carbonica sulla tua bella panchina in riva al Po, dimenticando soluzioni.
E la tua stella danzante? Neppure vista.
E le tue baracche, i tuoi castelli in aria? Ma quali baracche, ma quali castelli…
Ti accorgerai che forse stare lì un’ora è stato non solo inutile, ma addirittura dannoso, e in quel momento cesserai di essere un pericolo per la società e tornerai a casa in tutta fretta, prima che qualcuno finisca per portarti via, durante la tua assenza, tutte le tue adorabili frustrazioni, le tue confortevoli malinconie, le tue tassative vogliuzze per il sabato e la domenica.

«Sogni da lasciar perdere»

La sequenza di commenti del “tema” #29. Fate., e in particolar modo un commento di Topus (i cui commenti sono sempre contributi che impreziosiscono i testi), mi ha fatto venire in mente questo vecchio, vecchio, vecchio pseudo-racconto, piuttosto particolare. Ve lo propongo, con un’avvertenza: risale ad un periodo in cui prediligevo una forma narrativa assai oscura, ermetica.

Una volta non esiste più. Eppure, una volta, una volta c’era.
Ora tutto è lì da vedere, da toccare, annusare. Ma allora cosa possiamo sognare se tutto c’è ed è lì?
Se quello che era una volta ora è tutte le volte che vuoi, che gusto c’è?
Non lo so.
Di sicuro so che un po’, in questa introduzione, mi sono perso e che mi farebbe sentire più sollevato sapere che vi siete persi anche voi. Ma provate ora a leggere cosa mi è successo, una volta…
Me ne girolavo in riva al Po in uno stato d’animo esattamente a mezza via tra il noioso e l’annoiato, come del resto vive gran parte della gente, spesso senza accorgersene. Il cielo era di un colore intenso, di quelli che si trovano verso la fine della scala cromatica. Un azzurro cartolina, di quelli talmente finti che quando li vedi non su stampe, ma lassù, non li riconosci o, più semplicemente, li ignori. Così almeno quando vedrai una cartolina potrai commentare acidamente: «Ah ma questi cieli non esistono».
Il caldo stava rapidamente disidratando i miei pensieri e cominciavo a delineare delirî sulle sfumature dell’azzurro. Faceva così caldo che le mie ascelle, godendo ormai di vita propria, sembravano pronte ad abbandonarmi. Faceva così caldo, ed ero così sudato, che se se ne fossero andate a fare un giro non mi sarebbe dispiaciuto poi molto.
Notai inoltre, con un certo disappunto, che stavo cominciando ad evaporare nell’intorno del mio confine corporeo.
« In effetti però che c’è di strano – dissi rivolto a me stesso ed ormai dissennato – ho sentito dire che evaporano anche i buchi neri, che evapora l’Amudarja, evapora il lago Ciad… perché non posso evaporare anch’io? »
Lasciai quindi proseguire il procedimento, fino a quando anche la mia coscienza fu evaporata: la sensazione fu incredibile. Non so dire se curiosa, sconvolgente, se sentivo un senso di libertà o di dispersione, un senso di disgregamento o di superiorità.
Completamente evaporato distesi sul fiume la mia pura essenza, ubriacandomi del moto dell’acqua sotto di me che rapiva non già i miei occhi, ma il mio autentico io, narcotizzandomi.
E mentre mi perdevo nel fiume, il fiume evaporava e si perdeva in me, creando uno stato nuovo.
Vidi formarsi una specie di umida coscienza di quello che aveva visto e trascorso l’acqua, un’occhiata geografica complessiva dei mille mondi dal Monviso in poi. Si tuffarono in me i vini piemontesi, i colli piacentini ed i loro castelli, le barche, le cave di sabbia. Si tuffarono in me le persone, le centinaia di migliaia di vite che scorrono come il fiume lungo il fiume, vite che non lasciano tracce, trascorse ad ascoltare come legge le parole di piccoli uomini luridamente assorti nel tentativo di male interpretare il Pensiero di Grandi Uomini.
Vite vissute intensamente, vite sprecate nei secoli, canzoni di organetti. Vite di coglioni patentati, coglioni alimentari, coglioni erotici, coglioni sdegnati… Vite uguali e contigue come le gocce di un fiume, ciascuna inutile come tutte insieme importanti.
Vidi sfumature d’esistenza, abbracciai briciole e brecce che alcuni forzatamente si ostinano, una volta impeciatele con l’abitudine, a chiamare vita. Quelle rotture di palle giornaliere su cui non si può costruire una vita… le vidi sfumare una nell’altra, quasi non avessero sufficiente brama di restare distinte, e non riuscii ad afferrare nulla dei ricordi delle sponde, tranne qualche misero fossile di emozione, il cui solo pregio è essere testimonianza di qualcosa che fu ma non è più ormai da tempo. Cercai di afferrare qualcosa di più tangibile, di meno evaporato: fu in quel momento che persi il contatto.
Staccai la vista dalla corrente del fiume e cominciai a condensare, tornando corporeo.
Forse non ero mai evaporato, forse ero sempre stato lì. Forse in realtà non faceva neppure così caldo e tutto era stato sputato nella mia mente dalla coercitiva ipnosi indotta dall’acqua che scorre.
Ma anche sognare è faticoso e dà soddifazione, per cui che importa se era una volta o se fu davvero in un tempo preciso e reale? Spazio ai peperoni a cena, mie gocce, e sogni ed incubi per tutti, e poi tutti a setacciare vite sul fiume, nel terrore che qualcuno si trovi davanti alla propria.

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