Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

Archivio per il tag “ominidi”

#50. Cantina.

“La maggior parte degli anglofoni ammetterà che “cellar door” è ‘bello’, specialmente se dissociato dal suo significato e (e dalla sua pronuncia). Più bello di “cielo”, per esempio, e decisamente più bello di “bello”. Ecco, in gallese per me i “cellar doors” sono straordinariamente frequenti […] e sono abbondanti le parole in cui si può trovare piacere nella contemplazione dell’associazione di forma e senso.”
[J.R.R. Tolkien, “Sull’inglese e il gallese”]

Di Tolkien ho già parlato, addirittura gli ho dedicato un intero post. Questo non ne ricalcherà le orme, ma non può che partire da una sua considerazione, ovvero l’esistenza di sintagmi (unità lessicali anche composte da più parole) straordinariamente belli, per la forma, il modo in cui sono scritti (o pronunciati), indipendentemente dal loro significato.
“Cellar door”, per esempio, che significa la porta della cantina (qualcuno ricorderà la citazione nel film Donnie Darko, peraltro davvero bello), è uno splendido esempio di questo tipo, al punto che Tolkien definisce questi sintagmi con il termine di “cellar doors”, asserendo che il gallese ne è pieno, e facendomi venire voglia di studiare il gallese, dannazione.

E chissà quanto doveva essere pieno di cellar doors la lingua nostratica del neolitico, o quella del paleolitico, o più indietro le prime forme di comunicazioni degli ominidi fonanti, quando tutti i suoni dovevano giocoforza rendere l’idea che esprimevano di puro effetto sonoro, ed essere puri. Quanto pieno di cellar doors dev’essere il linguaggio delle megattere!

Siccome, completamente ignari dello studio di Tolkien, già ai tempi del liceo io e il buon vecchio Topus ci eravamo lanciati nella ricerca delle parole che nella lingua italiana “suonavano meglio”, in relazione o meno al loro significato, ho deciso di riprendere ora il discorso. All’epoca, ricordo, trovavamo eccezionale il modo in cui la parola “esoso” già solo col suono rendesse l’idea del suo significato, e che anche non conoscendolo chiunque avrebbe potuto desumerlo dal semplice ascolto. In secondo luogo si amava parecchio il termine “arcano”, fascinoso e misterioso di per sé, indipendentemente dal significato (significato che non produce lo stesso effetto, per esempio, sulle parole “fascinoso” e “misterioso”).

Eccoci però ai giorni d’oggi, e ai miei gusti attuali. Vi proporrò qualche cellar door, ma sta a voi poi proporne altri.

Personalmente adoro il sintagma notte dei tempi. L’idea di un passato così lontano da essere avvolto dall’oscurità, dall’oblio, dalla difficoltà di ricordo che ci prende al mattino per i sogni fatti la notte. Il pensiero di un’epoca remota per la quale la luce (simbolo della ragione) non esisteva, un’epoca buia di atrocità e magia, ma anche di sogno e lontananza dalla logica, dalla ragione, dall’impegno ordinato dei nostri tempi. E poi il suono: quell’allitterazione di tre “t” e una “d”, pronunciatelo, notte dei tempi, sembrano i ticchettii (anche ticchettio non è male, tra l’altro) di un orologio che va all’indietro, risalendo il tempo alla rovescia.

Mi piace anche inverno nucleare, il sintagma che descrive cosa accadrebbe alla terra alla fine di una guerra atomica, con la nube di polvere che avvolgendo il pianeta riduce la quantità di raggi solari che ne riscaldano la superificie, dando l’avvio a un’epoca di freddo, di grigio, ma non stagionale, ma di migliaia di anni… Ecco, poche espressioni coniate rendono così bene l’idea di qualcosa da avitare a tutti i costi, e sono convinto che sia, in fondo, anche grazie all’efficacia di espressioni così se la guerra atomica, e il relativo inverno nucleare, sia stata evitata.

L’ultimo cellar door che mi viene in mente è un po’ particolare. Normalmente si tende a considerare la scienza come una disciplina fredda, e tra le fredde discipline la più gelida non può che essere la fisica. Giusto?
Giusto un cazzo. Come può una disciplina gelida generare una cosa magnifica come orizzonte degli eventi?
Forse non ci siamo capiti, ripeto la domanda. Come può una disciplina gelida generare una cosa magnifica come ORIZZONTE DEGLI EVENTI?
Sinceramente non so trovare sintagma più bello, più affascinare, più pieno di possibilo significati di questo, che descrive il limite oltre il quale i fotoni non possono più sfuggire al campo gravitazionale del buco nero, per cui l’oscurità è infinitamente completa. Da lì non c’è più uscita dal pozzo gravitazionale (altro discreto sintagma), la struttura dello spazio è strappata e il tempo cessa di avere significato.
Ma orizzonte degli eventi è magnifico. Orizzonte descrive un limite, ma allo stesso tempo è uno spazio vasto, l’ultimo che possiamo vedere. E questo è l’orizzonte degli eventi, quindi del tempo, il limite, ma il limite più vasto possibile entro il quale il tempo scorre.
Concetto soverchiante, su vocaboli che soli sembrano secchi, aspri. Sublime.

Per il concetto di cellar door in Tolkien, si veda la solita bellissima antologia di saggi “Il medioevo e il fantastico”

Annunci

#43. Viaggio.

“Gira gira insieme a noi ottanta giorni e poi
Il mondo noi l’avremo visto!
Tutto qui si fermerà aspetteranno solamente noi”
[Oliver Onions, “Il giro del mondo di Willy Fog”]

“And you run and you run to catch up with the sun
but it’s sinking,
racing around, to come up behind you again!
The sun is the same in the relative way,
but you’re older,
and shorter of breath, and one day closer to death.
[Pink Floyd, “Time”]

Il “viaggio” è un concetto straordinario.

Cominciamo col parlare del viaggio più semplice, quello letterale, quello che ci richiama le vacanze, per intenderci. Di fronte alla domanda «Quale posto al mondo vorreste tanto, tanto, tanto visitare, e in che condizioni, in che situazioni, in che tipo di viaggio (da solo, con l’amore, con gli amici, con perfetti sconosciuti, viaggio di lavoro, turistico classico, escursionistico, reportage, in barca, in aereo, in treno, a piedi coi sandali o a dorso di mulo…)», che ho posto agli amici su un social network e dal vivo, mi sono arrivate alcune risposte simpatiche. C’è chi vuole andare in una grande capitale, chi su un’isola esotica, chi vuole visitare grandi spazi o natura selvaggia. C’è anche chi, nella totale indecisione, o forse nella disperazione di non poter includere tutto il mondo (ché tutto il mondo varrebbe la pena di essere visitato), mi ha indicato un clamoroso viaggio che attraverso tre continenti lo porterebbe a vedere una bella fetta di pianeta.
Poi c’è chi ha esteso un po’ il concetto. Cisi, giovin (più o meno) scrittore cremonese che in genere ama ritrarre il mondo underground di operai e giovani in cerca di lavoro, si è staccato di prepotenza dal suo habitat puntando molto in alto: la conquista di un 8000, alla ricerca degli dei. Del resto si sa che gli scrittori sanno volare in alto.

Personalmente, dovendo scegliere uno ed un unico viaggio (la categoricità del linguaggio matematico è impareggiabile), e trovandomi come l’amico di poco sopra in grave difficoltà dovendo scegliere tra i vari posti del mondo, penso che sarei costretto a cercare un viaggio metaforico, un viaggio in grado di portarmi lontano da qui (luogo), ma al contempo profondamente in grado di farmi andare qui in profondità, facendomi scavare dentro me stesso. C’è chi dice che il posto giusto è l’India, anche se io credo che luoghi desolati e spaziosi come la steppa mongolica siano più adatti ad un viaggio interiore. Ma in fondo, se il viaggio deve essere interiore, la destinazione fisica è quasi irrilevante, serve solo un luogo in grado di dare lo spunto, il calcio in culo verso se stessi.

E allora, ecco che ci viene in aiuto ancora una volta la materia di Bretagna. Ci viene in aiuto perché lì il viaggio è sempre l’inizio di un’avventura, e l’approdo dell’avventura può essere raggiunto solo attraverso lo smarrimento. Solo quando si perde, in pratica, l’eroe può fare un incontro speciale, e misurare la sua forza, il suo coraggio, può sentire i suoi stimoli interiori, ed affrontarli. Solo quando si perde l’eroe può inseguire i suoi fantasmi, siano essi la lealtà messa alla prova (Galvano e il Cavaliere verde, nel quale Galvano dopo essersi perso approda ad un castello dove viene messa alla prova la sua lealtà, che egli dimostra), o l’amore (Ivano o il cavaliere del leone, nel quale l’eroe solo perdendosi può trovare l’avventura più grande e l’amore), oppure la morte e l’oltretomba (il Castello delle Pulzelle, misterioso luogo dove gli eroi arturiani incontrano le donne che ritenevano morte).

La morte poi è un concetto strettamente legato al viaggio. In fondo la vita non è il viaggio che tutti percorriamo, e non è identico per tutti solo l’approdo? E quindi non possiamo, attraverso questa metafora, sostenere che quello che conta non è la destinazione, ma il viaggio? Pena la sopravvalutazione della morte rispetto alla vita.

Ebbene, la giusta risposta è, come spesso accade: «dipende dal punto di vista» (ah, maledetto Obi Wan). L’esempio è il viaggio più grande che, per ora, l’umanità possa concepire (o meglio, concepire di realizzare), ovvero la missione per mettere il piede su Marte. Ebbene, in quel caso il viaggio è tutto finalizzato alla meta, e la meta è molto oltre il pianeta rosso. La meta è una nuova umanità, non più legata alla sua Terra natale, un’umanità nuova e vecchia allo stesso tempo, con nuove frontiere, nuove terre da esplorare e rendere umane. È solo un sogno fatto per vendere libri di fantascienza? Non credo, è lo stesso sogno che l’umanità ha sempre avuto. È il vero e più antico sogno americano, in fondo. Quello di un nuovo posto, un nuovo mondo dove costruire una civiltà più libera e più giusta, una civiltà in grado di offrire a tutti un’opportunità. Ma è anche la voglia di conoscere, di conquistare, di raggiungere i confini (connaturata all’uomo, che in quanto finito è costretto a commisurarsi con uno spazio infinito del quale cerca gli inesistenti confini). La voglia che avevano anche i grandi viaggiatori, e i vichinghi, e Alessandro, e i fenici, e i cretesi. La voglia che aveva l’ominide quando se ne andò da Olduvai, o quale che fosse la terra di origine, e si spinse in tutto il mondo e divenne uomo.

Ma il viaggio, comunque, contiene in se il germe del ritorno. E così l’uomo se ne andò dall’Africa un paio di milioni di anni fa, ed è comunissimo ancora oggi per chi ritorna in Africa dall’Europa sentire una specie di richiamo, di mal d’Africa, che lo richiama ancora e ancora…

E così, se il ritorno è contenuto nel viaggio, è interessante anche la domanda posta dall’equipaggio di Mars500 a chi li seguiva su twitter. Intanto dovete sapere che Mars-500 è una straordinaria missione organizzata dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) in cooperazione con quella russa, nella quale 6 astronauti hanno simulato, chiusi in una finta astronave, il viaggio Terra-Marte-Terra, registrando le variazioni di stress, del carico ormonale, le risposte del sistema immunitario e altri parametri fisici. Un passaggio importante, in vista della conquista della nuova frontiera.
La domanda, dicevamo, che hanno posto, è sostanzialmente questa: qual è la prima cosa che fareste una volta tornati sulla terra da un viaggio di 520 giorni nello spazio?
La mia risposta (che ha portato un sorriso sull’astronave, mi ha detto l’astronauta italiano Diego Urbina che ha partecipato alla missione) è stata: la pipì contro una pianta, o nel mare giù dagli scogli. Semplicemente non avrei saputo pensare a una cosa più umana e al contempo più terrestre…

Navigazione articolo