Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

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#64. Perché.

“Clio, la musa della storia, è tutta quanta infetta di menzogne,
come una prostituta di sifilide.”
[Arthur Schopenhauer]

“Le grandi guerre del presente sono conseguenze dello studio della storia.”
[Friedrich Nietzsche, “Aurora”]

“Tutti i libri storici che non contengono menzogne sono mortalmente noiosi.”
[Anatole France, “Il delitto dell’accademico Sylvestre Bonnard]

Due filosofi pesantissimi per la formazione del pensiero occidentale come Schopenhauer e Nietzsche, e un premio Nobel per la letteratura (nel 1921) ci spiegano in tre frasi quanto sia inutile (no, dannoso!) occuparsi di storia. Ma naturalmente, dal piccolo buco della sua levatura, un blogger che scomoda nientemeno che una città sumerica per il nome del suo blog non può essere d’accordo coi suddetti figuri. Vediamo di trovare modo di rispondere un po’.

La domanda contenuta nel titolo del post, “perché?” (privata di punto interrogativo per semantica dei titoli dei temi), è sostanzialmente estendibile così: “Perché se la storia è piena di menzogne, e se quando non le contiene è noiosa, e se decidiamo di studiarla lo stesso facciamo errori madornali e aberrazioni mostruose, ha lo stesso un senso studiare la storia?”. E la risposta è molto semplice e la svelo subito, come se questa fosse una puntata di Colombo, con l’assassino svelato nella prima scena e il resto della puntata teso a capire come verrà scoperto. La risposta è “per capire”.

Ma andiamo con ordine. Intanto cominciamo con Schopenhauer, che ci parla della storia identificandola con Clio, e dicendoci che è un cumulo di balle. Clio, figlia di Zeus e di Mnemosyne (la memoria), è sì la musa della storia, ma anche dell’epica, perché epica e storia per i greci erano molto più che sorelle. Clio, quindi, è una musa della narrazione, e la narrazione, essendo emanazione di un narratore, non può che esserne viziata. Non è una prostituta, ma un punto di vista.
È assolutamente vero che la narrazione della storia è sempre di parte, spesso asservita all’assoggettamento dei vinti da parte dei vincitori (o all’autoassoluzione degli stessi da eventuali crimini commessi in ragione di un discorso “più importante”), quando addirittura non viene piegata alla funzionalità di una dottrina politica o religiosa (similmente a quanto accadeva in passato persino con le scienze naturali, però!).
Quindi, se è vero che la narrazione della storia è di parte, cosa ci permette di capire?

Molto, e su più di un livello, se abbiamo la sufficiente capacità di discernimento. Se comprendiamo qual è il livello di aberrazione dovuto allo strumento di osservazione (ovvero in questo caso il tasso di modifica del reale dovuto al punto di vista del narratore) avremo ben chiaro sia qual è il suo intento – e quindi molto su di lui – e riusciremo anche ad escludere le aberrazioni dall’oggetto osservato. Non riusciremo quindi ad osservare l’alethéia (la verità intesa come svelamento, anzi, disvelamento o non velamento), perché il velo c’è, ed è l’aberrazione, ma riusciremo a comprendere qualcosa di quello che c’è al di là del velo e il discuterne ci aiuterà probabilmente a comprendere, già solo in base a come ne ragioniamo, a dedurre qualcosa di più di quanto c’è al di qua del velo.
Inoltre ricordiamo che Schopenhauer non tratta duramente la “storia”, ma “Clio”, la musa della narrazione storica, figlia di Mnemosine, la memoria. Dicono le lamette orfiche: “Sono riarso di sete e muoio, ma datemi la fredda acqua che sgorga dalla palude di Mnemosyne”… è la memoria che disseta l’uomo e gli ri-dona la vita, riconsegnandogli una natura divina.

La natura divina ridata dalla memoria? E perché? Il concetto espresso è riferito all’idea di un’anima immortale ed esterna alla natura terrena, la cui memoria dev’essere risvegliata dall’iniziazione ai culti misterici, similmente all’illuminazione delle culture orientali. Ma possiamo benissimo trovare un altro significato per questo significante. Ad esempio attraverso lo studio delle culture antiche riprendono un senso alcuni passaggi delle religioni attuali, che vengono banalizzati e ritualizzati (e de-significati) attraverso una ripetizione che via via toglie il senso relegandolo a concetto troppo semplice, troppo banale, troppo “vecchio”. Ecco allora che i testi sacri ci sembrano vuoti contenitori sul cui fondo restano solo un po’ di poetica, un po’ di buon senso, e molta barbarie. Nascoste da un velo di simbologia e interpretazione che di secolo in secolo cambiano, rendendoli sempre attuali, sempre facili da manomettere, ma in realtà allontanandoci da qualsiasi cosa che possa sembrare anche solo lontanamente sensato.
Se ci accorgiamo che le domande fondamentali (chi cazzo sono, cosa cazzo faccio qui) se le ponevano con poche differenze i sumeri 5000 anni fa, ecco che ogni messaggio religioso intervenuto nel mentre rischia di perdere di importanza e soprattutto la sua propria peculiarità: ecco quindi che la direttissima parentela tra il mito sumerico e le religioni deve essere nascosta. Viene rifiutata questa nobile parentela, quasi fosse imbarbarente e impaganante: Noè non è Utnapishtim, il diluvio non è lo stesso narrato dai sumeri, il sacrificio del figlio di Dio ebreo/cristiano non può essere confrontato col sacrificio di Dioniso/Zagreo figlio di Zeus pagano. Ma perdendo tutte queste connessioni non facciamo altro che interpolare sempre di più il pensiero divino originale, la tensione dell’uomo verso i propri limiti e la sua capacità di pensare di oltrepassarli (la morte genera l’idea di immortalità, la finitezza genera l’idea di infinito, il terreno genera l’idea di divino). Si perde così il pensiero divino puro, e si passa di narrazione in ritualizzazione, in banalizzazione, in costume e formula. La natura divina, diviene una poesiola, o come diceva Nietzsche in “Così parlò Zarathustra”: «come sapete bene ciò che ha dovuto adempiersi in sette giorni: e come la bestia mi è strisciata dentro le fauci per strozzarmi! Ma io ne ho morso il capo e l’ho sputato lontano da me. E voi, − voi n’avete ricavato una canzone da organetto?».

E veniamo a Nietzsche, appunto, ma non al Nietzsche dello Zarathustra, ma a quello a monte. Più semplice confrontarsi con quella sua frase. È vero che la storia ci ha sempre dato delle grandi scuse per fare guerre: quella terra era mia, in un’altra epoca. Scusa perfetta, da sempre, per chiunque. Quella era la terra dei nostri padri che ci è stata rubata, e la rivogliamo, stiamo subendo un’ingiustizia. Ogni governo che vuole dichiarare una guerra troverà nella storia un validissimo alleato. Del resto se l’Italia avesse la potenza bellica ed economica necessaria potrebbe accampare supposti diritti storici su gran parte dell’Europa, tutto il Mediterraneo, l’Asia minore, la mezzaluna fertile… Per non dire di quali diritti potrebbe accampare la Mongolia su mezzo pianeta. Vero è che però la storia in questo caso è umile serva del volere del potente. Quand’anche non è stata usata la storia, all’uomo non sono mai mancate le scuse per inventare le guerre: la religione, l’economia, l’intervento umanitario, la volontà civilizzatrice…
Dare la colpa delle guerre allo studio della storia, alla religione e a tutto il resto come causa della guerra, è esattamente come guardare il dito invece della luna. E non è da Nietzsche… per cui sono costretto a immaginare che intendesse altro, ma io non capisco veramente cosa.

La terza affermazione, quella del premio Nobel per la letteratura, è poi addirittura surreale. Considerando che la storia contiene tutte le vicende umane, definirla noiosa in assenza di mistificazione è come dire che tutta l’umanità è noiosa, quindi è noiosa in sé, senza bisogno di studiare alcunché, ergo la noia è… nell’occhio di chi studia, e non nell’oggetto dello studio, in questo caso.
Non solo, ma per me è totalmente vero l’opposto: è talmente affascinante la storia già di suo, pur con tutti i dubbi che si porta dietro, che quegli individui che sostengono che la piramide di Giza era una centrale a microonde per ricaricare di energia astronavi in orbita, o che gli Annunaki erano alieni, mi causano qualche scompenso gastrointestinale. Per cui no, non trovo che la storia sia una palla, quanto che le palle in campo storico siano una palla.

E con questo chiudo questa accorata difesa dello studio della storia… ecco quindi “perché” la storia va studiata, e in particolare la storia antica: per capire. Per arginare ritualizzazioni (ma sia chiaro, non solo in campo religioso, mi riferisco ad esempio ai particolari riti della democrazia, che se privati del loro senso, se non spiegati, perdono la loro forza e vengono pian piano dimenticati, abbandonati, ributtandoci in un eterno ritorno che dovremmo in un certo modo scongiurare, e riecco Nietzsche, di nuovo…) e dismemorie, per approfondire significati dimenticati, per risalire al senso di ogni nostro gesto, parola, pensiero. Sta tutto scritto su pagine ingiallite, se tavolette di argilla, su selci scheggiate, su ossa imbiancate in sepolcri dimenticati.

Ho tratto alcune informazioni e concetti da uno spezzone del libro «La terra senza il male» di Umberto Galimberti. Naturalmente eventuali malinterpretazioni del pensiero filosofico, che non è per sua natura di facile/agevole comprensione (non si lascia catturare né portare da chiunque), sono da attribuirsi a me.
Consiglio tra le altre cose la lettura di “Così parlò Zarathustra, un libro per tutti e per nessuno”, che immediatamente rivelerà a chi mi segue dal principio chi citava il mio primo sottotitolo.

#39. Dozzina.

Il dodici è un numero particolarmente affascinante.
Lungi da me cialtronesche tentazioni numerologiche di stampo occultista, resta comunque innegabile che il dodici ha un certo significato nella struttura del nostro mondo. Intanto sono dodici le lunazioni (i cicli lunari) complete in un anno, e corrispondentemente (troppo perché non ci sia relazione) sono dodici e più o meno della stessa durata i cicli mestruali delle donne.
È chiaro che di fronte a due cose tanto importanti (un astro maggiore del nostro cielo, e il ritmo della fertilità della donna) il dodici non può che essere un numero che fin dall’antichità ha avuto una certa importanza. In fondo il dodici collega la luna, e quindi la notte (metà del tempo) e la donna (metà dell’umanità), è insomma parte integrante della trama del reale percepito dall’uomo.
E se arriviamo anche ai giorni nostri, apparentemente senza alcun motivo le uova, i fiori, le bottiglie si comprano e regalano a mezze dozzine o dozzine: appare chiaro come fino ad oggi il dodici sia rimasto come un numero pesante nell’inconscio collettivo.

Ma di questo, in realtà, non avevo alcuna intenzione di parlare. Sono stato traviato dal titolo. Perché volevo parlare di “dozzina” intesa come “sporca dozzina”, che dal film del ’67 è diventato, indipendentemente dal valore numerico, il miglior termine possibile per indicare una squadra di gente dotata di gran fornimento di maroni, in grado di svolgere un’impresa disperata. Meglio di “Vendicatori”, a dirla tutta, perché quel termine dà l’idea che ormai la frittata sia fatta e ci sia solo voglia di prendersi una rivincita, e alla fine la vendetta è un piatto di merda. Sì, perché l’obiettivo dev’essere evitare di farci sterminare, dopo sai che mi frega.

Ora, a seguito di uno scambio di idee con un affezionato lettore (che tra l’altro ieri ha tagliato il traguardo di tre dozzine di anni, tanto per dire) ho deciso di concedermi il lusso di immaginarmi un pianeta terra in epoca medievale, incasinato già di suo perché si sa che se li chiamavano secoli bui un motivo ci deve pur essere, e di aprire un portale in grado di far giungere sulla terra creature malvagie e mostruose da una terra sconosciuta, al servizio di un feroce individuo con l’obiettivo dichiarato di conquistare il mondo.

Di fronte, però, la possibilità – per una qualche magia, diciamo – di creare una squadra di 12 individui, presi dalla storia, dal folklore, dalla mitologia, in grado di fronteggiare questa mostruosa invasione. Ebbene, avendo questa possibilità, chi sarebbero i dodici? Come comporre questa squadra di avengiatori ante litteram e, soprattutto, ante tragediam?

Cominciamo a strutturare la squadra.

In primis serve un leader. La storia e la letteratura ne sono piene, ma qui serve qualcuno abbastanza carismatico da essere seguito, abbastanza folle da non fermarsi di fronte a niente e nessuno, e abbastanza leale da mettersi al comando di una missione suicida pur di salvare il mondo. Non va bene un Pericle, troppo politico. Né Carlo Magno o Giulio Cesare, spinti da desiderio di potere personale. E nemmeno Artù, che parte bene a inizio vicenda ma poi si spegne (e poivorrei evitare personaggi arturiani, che potrebbero fare una sporca dozzina da soli). Forse Cincinnato, grande dictator romano, ma sempre di politico, non di guerriero, si tratta. L’uomo giusto è un altro, il leader di questa squadra non può che essere un uomo in grado di trascinare la sua squadra al sommo sacrificio, e in grado egli stesso di sacrificarsi: Leonida I di Sparta. Alle Termopili guidò 300 spartani, più 400 tebani e 700 tespiesi, in una battaglia che ancora oggi è sinonimo di coraggio, eroismo, sacrificio e maroni a grappoli, oltre che capacità di comando, per tenere lì inchiodati alla morte quei 1400 uomini. E quando il persiano Serse disse agli spartani di deporre le armi, Μολὼν λαβέ, «venite a prenderle», gridò Leonida. Più, probabilmente, un invito a comparire in retro di fronte alla fava divina per tutti i persiani. E 20.000 se ne portarono nella tomba, prima di morire a causa del tradimento di Efialte. La merda.

E al fianco di Leonida, suo braccio destro e guerriero disposto a morire pur di salvare il mondo, di certo piazzerei Roland. No, non Cristiano Roland, ma semplicemente Roland, che nella medievale Chanson de Roland difende a Roncisvalle le retrovie dell’esercito carolingio contro gli arabi, e riuscirebbe a portare a casa tutti i suoi se non fosse per il tradimento di un’altra merda, Gano di Maganza. Roland è un esempio di grandissimo guerriero («guerra non fa nessuno grande», n.d. Yoda) disposto al sacrificio persino per l’onore della Francia. Di certo non si tirerà indietro se c’è da salvare nientepopodimeno che l’umanità…
Ah, sia chiaro, il Roland della Chanson, non l’Orlando dell’Ariosto che spacca mezzo mondo perché va giù di testa per la patata di Angelica, quello forse non ce lo potremmo permettere.

Di certo poi servono altri combattenti valorosi. Chi meglio di Cú Chulainn, eroe delle saghe irlandesi, al quale le profezie vaticinano grandi imprese e gloria e vita breve (un po’ come Achille, ma molto meno stronzo). A diciassette anni, da solo, difende l’Ulster dall’esercito del Connacht per mesi affrontandone i guerrieri uno ad uno, e fronteggiando al contempo anche la temibile dea guerriera Morrigan. Sì, direi che è una delle scelte migliori per difendere l’umanità da mostri, draghi, eccetera.
Che poi un eroe celtico ci vuole, è sicuramente più oscuro e sporco di uno statuario greco antico e un francese medievale in armatura scintillante. Cioè, non so se mi spiego, a Cú Chulainn quando si incazza si chiude un occhio e l’altro si ingrossa enormemente, bello da vedere non dev’essere.
Bestione sì, bello no. Per niente.

E ci mettiamo anche Eracle, l’incredibile Hulk dell’antichità, bello grezzo. Dodici fatiche ha compiuto (e ancora la dozzina c’è di mezzo, già per questo non può mancare), non vogliamo donargli la possibilità di compierne una tredicesima e salvare il mondo?
Vogliamo, vogliamo.
Eracle non era un eroe brillante, né sveglio, e neppure il classico compagnone. Facilmente raggirabile, ma allo stesso tempo collerico e dalle pessime reazioni in caso di raggiro, è però fedele alla parola data e dotato di senso del dovere. Altrimenti dopo 4 fatiche avrebbe mandato tutti all’Ade, soprattutto quel pezzo di merda di Euristeo.
Sì, è l’uomo (anzi, il semidio) giusto per il posto del bestione buono.

Altro uomo della prima linea è Beowulf, guerriero del popolo dei geati (tribù di ceppo gotico), che attraversa il mare per portare aiuto a Hrothgar, re dei danesi, la cui “casa degli eroi” (più che un palazzo occorre immaginarsi una costruzione megalitica) è straziata dalle incursioni del gigante Grendel, che nella notte divora i guerrieri. Beowulf sconfigge Grendel, e persino la madre, mostro ancora più potente, e chiude la propria vita uccidendo un drago che vessa la sua terra. Insomma, un gran bel curriculum, non vi pare?

Per chiudere la prima linea di guerrieri mettiamoci un cavaliere cristiano. Anzi, il santo patrono dei cavalieri: san Giorgio. Il megalomartire. La sua vicenda, occorre ricordarlo, ricorda in parte quella di Perseo e Teseo, con un tributo di giovani vite richiesto annualmete da un mostro che a un certo punto porta alla condanna il figlio o la figlia del re. In questo caso si trata della principessa. E il cavaliere Giorgio irrompe, fa stramazzare al suolo il drago, e poi (secondo la Leggenda aurea di Iacopo da Varagine) gli mette al collo la cintura della principessa. Da quel momento il drago segue Giorgio come animale mansueto. E a noi un eroe che abbia un drago al suo servizio serve, eccome, se vogliamo davvero salvare il pianeta!

Ci mettiamo poi Perseo, meno grosso, forse, ma con Pegaso al suo servizio svulazza e può colpire dall’alto. Anche perché se no contro i mostri volanti c’è poco da fare, abbiamo solo il drago di san Giorgio, e in più serve assolutamente qualcuno in grado di volare veloce in perlustrazione. E comunque di personaggi come Perseo che hanno affrontato un sacco di mostri ce ne sono pochi (e il mostro marino che doveva sbranare Andromeda, e la gorgone Medusa…). E per di più è intelligente (a differenza di gran parte dei tamarri elencati precedentemente) e pure ben voluto dagli dei, il ché non guasta.

Ci serve poi un gruppo di personaggi meno da impatto, più furbi e dotati di altre risorse rispetto alla forza bruta.

Dopo tutti questi combattenti di prima linea, ad esempio, è buona norma avere qualcuno in grado di colpire a distanza. Di certo il più famoso arciere, conosciuto da tutti, è Robin Hood. Quello delle ballate medievali tradizionali, quello un po’ oscuro, protagonista di vicende inquietanti, a tratti. Un eroe ben poco solare, e soprattutto slegato dalle vicende di Locksley celeberrime di Ivanhoe e Kevin Kostner. Ma comunque un eroe sufficientemente pieno di sé per tuffarsi in un’impresa oltre il limite del mito.

E un mago è indispensabile. Ma non mi tuffo a capofitto su Merlino o i suoi emuli, scelgo Angelica. L’Angelica dell’Orlando Innamorato, figlia del re del Catai (quindi cinese), bellissima e scaltra, dotata di arti magiche. Tutti si innamorano di lei, e per tutti intendo tutti i più cazzuti guerrieri del pianeta, eppure lei se la cava sempre, e alla grande. Potrebbe essere in grado di intrufolarsi nel campo nemico, e raggirare qualcuno. Sì, potrebbe.

Sempre tra le persone in grado di intrufolarsi nel campo nemico, ci serve una persona veloce, velocissima. E chi meglio di Atalanta di Arcadia, la vergine cacciatrice figlia di Zeus (e questo ne fa una sorellastra di Eracle) e protetta da Artemide, invincibile nella corsa. Certo, una volta venne sconfitta con un bieco trucco, ma ormai dovrebbe averlo imparato…

È l’ora di cambiare ambiente mitico, e spostarci dall’Europa. Aladino compare nella redazione francese de Le mille e una notte, è un cialtrone e un ladro, di lui non ci si può fidare granché. Ma un anello di protezione e una lampada magica con un genio lo rendono automaticamente un candidato ideale. Può colpire in volo come Perseo, ha a disposizione magie come Angelica, anzi, di più. E da ottimo ladro, è anche lui indiziato speciale per missioni di infiltraggio.

E infine, serve una creatura non umana, una specie di mascotte. E dal folklore medievale spunta la volpe Renard, che supera in astuzia tutti gli altri animali! Chi meglio di lui per guidare l’intrusione?

E così siamo arrivati a 12. Molti altri avrei voluto mettere, da Teseo a Sindbad, da Gilgamesh a Enkidu, da Davide a Sansone, da Orfeo a Ippolita, regina delle Amazzoni, e per finire Ossian, il bardo che avrebbe potuto narrare le vicende degli eroi.
E voi, chi scegliereste?

Eccoci dunque a parlare delle fonti del testo.
La “Chanson de Roland”, scritta dal sedicente Turoldo, è l’esempio tipico di chanson de geste francese. Qui parte la materia di Francia. L’edizione di cui sono in possesso, ottima, è edita da Mursia e curata da Finoli e Pozzoli.
Di Cú Chulainn potrete leggere in “Saghe e leggende celtiche – la saga irlandese di Cú Chulainn”, a cura delle solite Agrati-Maggini.
Beowulf è protagonista di un omonimo poema sassone, la cui edizione italiana, per i tipi di Carocci, è curata da Giuseppe Brunetti. Ci ha scritto peraltro un saggio Tolkien, saggio che potete trovare nell’antologia tolkeniana “il medioevo e il fantastico”, nella Biblioteca Medievale di Luni.
Per san Giorgio ho già menzionato la “Leggenda aurea”, mentre per il Robin Hood più antico e folklorico consiglio il prezioso e quasi introvabile “Le ballate di Robin Hood”, a cura di Nicoletta Gruppi, in Einaudi.
De “Le mille e una notte” esistono mille e una versioni in mille e una edizioni diverse. Non sono in grado di eleggerne una a mia favorita, se già io e la mia compagna ne abbiamo due diverse.
“Le metamorfosi” di Ovidio ci parlano di Atalanta, mentre per Angelica chi meglio del Boiardo col suo “Orlando innamorato” e dell’Ariosto e il suo “Orlando furioso”? Le mie edizioni sono in Einaudi.
Per concludere, per approfondire il tema del personaggio di Renart, consiglio, di Massimo Bonafin, “Le malizie della volpe. Parola letteraria e motivi etnici nel Roman de Renart”.
Di Ossian torneremo a parlare, lasciamolo lì un momento.

«Epperò non ti porto indietro»

Nell’attesa che trovi il tempo di scrivere il prossimo “tema”, che ho già in mente, vi rifilo questo mio racconto, sempre a tematica mitologica, che ha goduto di un discreto riscontro. Spero lo gradiate.

Quattro del mattino. Merda, mi sono dimenticato di dormire.
È che ho troppe menate. Mi appisolo e si dividono i compiti: una attacca il cervello e mi sveglia. Un’altra salta nel cuore e mi metto a piangere. Prova te a dormire, poi.
Non è cattiva digestione. Mai avuto problemi: allo stomaco non ci arrivano. Ho sempre mangiato cinghiali vivi alle due di notte; poi, appena nel letto, occhi chiusi e via, a far solletico ai piedi di Ipno e compagnia.
Non è neanche stress. Tutta la mia giornata è andar per pioppeti suonando. Lo faccio bene. Fin troppo bene. E mi rilassa, arrivo a sera che sono più tranquillo di quando ho lasciato le lenzuola. Ma non c’è verso di chiudere occhio.
È che lei mi torna sempre in mente.
Chiudo gli occhi. Il suo viso. Li riapro, buio, cicale in lontananza. Chiudo. Il suo sorriso. Riapro. Buio, cicale più vicine. Chiudo. I suoi occhi. Penso che dopo una notte così sarò pronto a tirare portacenere di marmo in faccia alla gente. Ma non è vero, anche ieri è stata una notte così, anche se questa mi sembra peggio.
“Questa” mi sembra sempre la peggiore, non mi abituo mai.
Richiudo gli occhi, stavolta la vedo tutta, sembra che mi chiami, devi venire a prendermi, mi dice.
Facile. Basta trovare le porte dell’inferno, imbambolare Cerbero con la musica, entrare, rapirti e riportarti su, che ci vuole? Vabbhè ciao, adesso lasciami stare, devo dormire, davvero.
Invece mi richiama. Devi venire a prendermi, voglio tornare da te, vieni a prendermi.
Devi venire a prendermi, voglio tornare da te, vieni a prendermi. Devi venire a prendermi, voglio tornare da te, vieni a prendermi. Devi venire a prendermi, voglio tornare… Va bene basta.
Mi alzo, e adesso sono le cinque. Di che colore è il cielo alle cinque del mattino?
Ma appena alzato hai davvero voglia di guardare il cielo?
Non mi levo neanche il pigiama, che se me la cavo alla svelta rinforco il letto e dormo una settimana.
Via. Intanto a cercare un cane con tre teste. Non è difficile, che quando vuoi trovare un posto, quando l’inferno lo vuoi trovare davvero, l’inferno ce l’hai lì dietro l’angolo.
Svolto l’angolo. Bau bau Cerbero, come va? Gli tiro della carne avvelenata.
Musica? Suoni tu alle cinque del mattino abbastanza bene da far addormentare tre teste? Lascia perdere, meglio i metodi nuovi, da furto in villa. Funzionano meglio, soprattutto se hai fretta.
Le anime dei morti mi lasciano stare, vedono che sono più incazzato di loro.
Ade, me la devi ridare. Qui non si tratta, me la ridai e basta.
Alla fine mi convince (più con le cattive che con le buone) ad accettare almeno un patto: io me la riporto su, ma non devo guardarla. Non devo trasgredire gli ordini degli dei. Devo avere fiducia in lei. Devo tornare facendomi i cazzi miei.
Mi seguirà.
Sì, come no. Sembra facile, ma provaci. Cammini e dietro non senti niente: lei ci sarà? Ade mi avrà fregato? Vatti a fidare del dio dei morti. Ma no, che non sono nato ieri, non mi faccio mica fregare, io. C’è di sicuro, è che l’hanno insonorizzata per farmi voltare. Uno a zero per me.
Ci sono, mi dice lei, ci sono, non preoccuparti. Oh no, mi dice poi, mi rapiscono!
Mi riportano indietro! Aiuto! Ti prego aiutami! No bella, non ci casco.
Questa non è la sua voce, anche se ci assomiglia. Non è neanche corrotta dalla morte, perché in sogno era perfetta. Volevate fregarmi ancora, eh? Non mi volto, due a zero.
Avanti. Fanno anche scherzetti da assessore al traffico, con sensi unici a catena, per farmi voltare in un modo o nell’altro. Ma sono più scaltro di un impiegato in ritardo, brucio i sensi vietati che sembro la nemesi dei vigili urbani, per cogliere al volo il tre a zero. È quasi fatta. Vedo già l’uscita.
La riporterò su, c’è bisogno di lei. Senza giustizia il mondo non può stare, e io non posso dormire. Ecco la porta dell’inferno, l’uscita.
Belli. Gli scherzi di Ade sono davvero belli. Sei un simpaticone, Ade, chi l’avrebbe mai detto. Una porta a specchio: una grande idea. L’ho guardata, senza neanche bisogno di voltarmi. Boccia punto, briscola, settebello e partita tua. Ade, vaffanculo, va.

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