Il canneto di Eridu

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«Lanterna a novembre»

Ho riscritto un vecchio racconto, vecchissimo, a dire il vero, che risentiva molto del peso degli anni. È un omaggio alle atmosfere di Halloween, la festa che finita nel torrente delle americanate sta inzuppando il nostro paese, in un fiume di Coca-Cola e marshmallows. Festa odiata da tradizionalisti e religiosi, ma anche evento che qui ci consente una riflessione: se continuiamo a chiamare “valori” gli ideali, finiremo con lo svilirli, e valutarli meno di quel che meritano.

Il vecchio con la lanterna era giunto nel nostro paese a piedi, la sera della vigilia di Ognissanti. Indossava vestiti che non si potevano dire laceri o da buttare, erano solo fuori tempo, come lui. E fuori luogo.
Camminava piano, il vecchio, e un po’ ricurvo. E tuttavia sicuro. Un passo, un passo, un passo, un sospiro e un passo. Costante.

Le vie del paese si aprivano dinnanzi ai suoi passi una dopo l’altra, le uniche luci filtravano da tende pesanti e arrossavano pietre grigie e ciottolati, altrimenti ammantati nel blu violaceo della prima sera. Il vecchio si soffermò a guardare una fontana, regolò la sua lanterna, sospirò, riprese il passo.

Un ragazzino tornava veloce a casa, forse si era attardato nei giochi con qualche compagno di burle. Il vecchio lo avvicinò, e chiese:
– Sai dirmi quanto vale l’amicizia?
Ma il fanciullo, sorpreso, o forse intimorito, non rispose. O forse proprio non seppe rispondere.
Il vecchio gli mozzò la testa.

Continuò il suo cammino, il vecchio, camminando per le nostre contrade, rischiarando la via con la sua vecchia lanterna tra giardini immersi nell’ombra e cortili rosseggianti per fiochi bagliori. Profumo di fagiolini stufati, e forse chiodi di garofano, una famiglia ricca.

Poco lontano dalla porta a sud incontrò un soldato. Un soldato, un fiero armigero, con spada tagliente e armatura lucida. E uno strafottente pennacchio rosso e bianco che spuntava dall’elmo. Un soldato, con spada. E con lancia.
Il vecchio gli si fermò dinnanzi, mentre dentro di sé già il soldato si beava di come la gente di lui avesse bisogno, e in fondo a lui dovesse rivolgersi.
E il vecchio gli si rivolse, e chiese:
– Sai dirmi quanto vale la pace?
Ma il soldato non viva la pace, la sua natura glielo impediva. E non seppe rispondere. E il vecchio gli mozzò la testa.

La fioca luce della lanterna rischiarava poco oltre la punta di quelle scarpe, un tempo così eleganti, lungo le belle vie della nostra terra, donando un aspetto strano e distorto a tutto ciò che lambiva. Lungo il viale delle viole, così bello a primavera ed ora così spoglio, con gli ontani dalle nodose braccia defogliate protese verso la luna nuova.

Il peregrinare del vecchio lo portò di fronte ad una giovane prostituta. Appoggiata ad un albero lo squadrò, chiedendosi se poteva permettersi mezz’ora delle sue grazie.
Ma il vecchio le parlò:
– Sai tu dirmi – le chiese – quanto vale il vero amore?
Ma la prostituta non vendevaamore, e non lo sapeva valutare. No, non seppe rispondere, la giovane, e il vecchio le mozzò la testa.

Continuò a camminare. Cercava la sua quiete, il vecchio, e la sua cerca lo portò al centro del paese dove stavano discutendo il prete ed il sindaco. Si avvicinò alle due persone, sempre rischiarando la via con la sua lanterna.
Esitò per volgere gli occhi alla fontana del nostro paese, piena di monete gettare per comprare un po’ di buona sorte.
– Sapete dirmi – disse poi volgendo la sua attenzione al sindaco e al prete – quanto valgono il potere e la morale?
E i due parlarono, e parlarono, e parlarono… ma non seppero rispondere.
Il vecchio se ne andò, con ancora tutte quelle parole nelle orecchie, e lasciò al prete tutta la sua simbologia che gli dava il permesso di insegnare la morale, e al sindaco la fascia che gli concedeva di esercitare il potere. Ma portò via le loro teste.

– Chi, chi – disse allora il vecchio rivolto alla sua lanterna – potrà infine dirmi il valore delle cose mettendole giustamente una in fila all’altra, chi porrà fine al mio tormento? Chi potrà donare giusta dimensione a ciò che non è dimensionato, dando fine alla mia cerca?

Il vecchio con la lanterna era giunto nel nostro paese a piedi, la notte della vigilia di Ognissanti. Non ricordava da dove veniva, ma sapeva cosa era necessario per dargli finalmente pace.
Fu in un vicolo che conduceva ad una rosticceria che lo incontrai.
Increspò la bocca in un sorriso, che rese ancor più triste il suo volto rugoso, guardando quasi oltre me, pensando forse già al prossimo incontro, e mi disse:
– Quanto valgono l’amicizia, la pace, l’amore, il potere e la morale?
– Ben meno, direi, sì – risposi scostandolo e riguadagnando la via della rosticceria – ben meno di un panzerotto al prosciutto, per me che sto morendo di fame.

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#7. Guerra.

Un paio d’anni fa io e la mia compagna abbiamo fatto un viaggetto di otto giorni. La meta principale è stata la splendida città di Trieste. Ci tenevo in particolar modo a visitarla per il fatto che il mio nonno materno si chiamava proprio Trieste. Partendo da questo aneddoto familiare, quindi, ho scoperto la città più orientale del nord Italia, una città veramente meravigliosa, una città grande e nobile, come ti aspetti che sia una capitale mitteleuropea. Una città di incontro (curiosamente, e per caso, siamo capitati lì proprio nei giorni in cui sul canal grande che la attraversa e nelle vie circostanti si teneva un coloratissimo Mercato Europeo), di confine, e come molte città europee di confine una città che ha sofferto, e la cui sofferenza ha lasciato cicatrici che difficilmente saranno cancellate in breve tempo.

Ora, le vicende pre e post belliche legate alla Venezia Giulia e alla sua costituzione (con ampie zone di lingua e popolazione slovena e croata annesse all’Italia) e disgregazione (con altrettanto ampie zone italiane per lingua, popolazione e tradizioni annesse alla Jugoslavia, e foibe, e esodi, eccetera), con le famiglie separate tra gli stati, la gente eradicata che ha perso tutto, il tessuto sociale di intere regioni compleamente stravolto, sono note. Del resto è stato il marchio di fabbrica del Novecento europeo. Non solo Istria, non solo Fiume, Zara, ma basti pensare ai ripetuti cambiamenti di bandiera del blocco Alsazia, Lorena e Sahr, tra Francia e Germania, o al Sud Tirolo / Alto Adige, per non parlare dei territori ungheresi transilvanici. E soprattutto Berlino, con la profonda ferita del muro, e della divisione della Germania in tre. In tre, certo, perché un intero terzo di Germania venne ceduto alla Polonia (parlo di Slesia, Pomerania e Prussia, le nazioni in cui la Germania moderna nacque, e la cui capitale Königsberg è tutt’oggi russa!) mentre mezza Polonia divenne Ucraina. Tutti questi territori recano le ferite della pace oltre a quelle della guerra.

Ma se queste ferite vanno via via rimarginandosi, e occorre recarsi in appositi musei o parlare con gente piuttosto anziana per ricordarle, occorre spingersi in Croazia per correre il rischio di vivere un’esperienza in grado di far avvertire un po’ di più il peso della guerra, “grazie” al Tom Tom.

Molti di voi, sicuramente, possiedono un navigatore satellitare, e si saranno imbattuti prima o poi in situazioni in cui il diabolico marchingegno ha cercato con melliflue parole di convincervi a traversare un campo su miserrima stradina sterrata onde guadagnare un paio di dozzine di secondi preziosi.
Ebbene, sappiate che può andare peggio. Può capitare che, volendo evitare l’autostrada per godervi un po’ di panorama dell’entraterra croato, mentre lasciate la splendida costa ricca di alberghi, gamberoni e barche, per andare a vedere il parco di Plitvice (verso la Bosnia), il navigatore vi convinca a prendere vie traverse montane, che ben presto diventeranno non asfaltate, e inizieranno ad attraversare paesini in cui potreste sentirvi non proprio in Europa, o almeno non proprio nel nostro secolo. Paesi con le case non intonacate, e la vecchina col bastone che cammina con fascine di legno caricate sulla spalla buona.
Potrebbe capitarvi, infine, di attraversare ameni boschi con la strada costeggiata da strisce di nastro bianco-rosso e cartelli con un teschio e la scritta «Pozor». Ecco, sappiate che non è il nome di un noto pirata locale che ha seppellito lì il tesoro di Willy l’orbo, ma vuol dire «Pericolo», ed è perché in quei boschi ci sono ancora le mine delle guerre balcaniche, che hanno insanguinato le terre della ex Jugoslavia.

Basta questo fugace «pozor», attraversato e superato, per entrare in contatto con una realtà che i nostri nonni hanno vissuto, che è quella della guerra. Della guerra in casa. Delle mine nei boschi dove prima andavi per funghi, della tua casa sventrata da una bomba, della tua vicina saltata su una mina, di un tuo amico che una notte è sparito e non è più tornato a casa.

Forse basta davvero un piccolo tuffo come questo per non farti più pensare che la guerra è bella anche se fa male. E forse può anche bastare per renderti conto che una casa comune europea, una grande Europa Unita, che ci ha tenuto questi orrendi scempi fuori dalla porta di casa, vale di più della lira, dell’euro, delle fottute banche e del fottutissimo spread. E che un’Europa Unita in cui ognuno porta la sua ricchezza per costruire qualcosa di oltre, forse, è decisamente più importante di vecchi odi, vecchi screzi, vecchie invidie e rancori, che non potranno far altro che ributtarci in vecchie tragedie.

E forse ti farà capire anche che una settantina d’anni di pace in casa non sono, no, non lo sono per niente, un dono su cui sputare.

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