Il canneto di Eridu

Un blog per tutti e per nessuno

Archivio per il tag “Pink Floyd”

Almanacco, XXXVII

Trentasettesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
30 novembre 2012

Siamo nel 1979, e nel giorno del 30 di novembre viene pubblicato uno dei dischi che davvero possono essere definiti mitici. La storia del rock non sarà più la stessa dopo il successo di The Wall, dei Pink Floyd, opera rock nella quale il gruppo diventa un meta-gruppo, e l’alienazione di un cantante diventa la base di uno spettacolo epocale.
Il film, con Bob Geldolf come protagonista, ottiene un successo analogo, e lancia un’iconografia inquietante e di successo, con il muro che si costruisce man mano, i martelli che marciano costruendo temi grafici svasticheggianti, i bambini messi nel tritacarne dal professore che si tramutano in vermi…

Quale altro disco può vantare un impatto del genere sull’immaginario estetico collettivo?
Quale copertina di un disco (a parte forse l’altro mito pinkfloydiano del prisma di The dark side of the moon) è più famosa e ha fatto più storia?
Ebbene, ditemelo: qual è la vostra copertina di disco preferita?

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Almanacco, XXXIII

Trentatreesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
23 novembre 2012

Oggi compie gli anni un oggetto straordinario, un oggetto che i ragazzi sui 25 anni di oggi non hanno praticamente mai visto nella sua forma classica. Un oggetto che, non ci crederete, ma ha la bellezza di 131 anni: il juke box.

E siccome il juke box conteneva dischi, ecco che vi lancio la domanda di oggi.
Dovete riempire un ideale juke box con:
1) il disco che va assolutamente salvato in caso di distruzione del pianeta terra;
2) il disco che avete acquistato che vi ha dato più soddisfazione perché “l’avete scoperto voi”;
3) il disco che avete acquistato in un momento di follia e di cui più vi vergognate.

Fiato alle casse.

Ecco i miei:
1) Pink Floyd, “The dark side of the moon”
2) Sonata Arctica, “Ecliptica”
3) 883, “La dura legge del goal” (non sfottete, che già mi vergogno)

Almanacco, XVII

Diciassettesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
31 ottobre 2012

Ecco, sono qua che espleto le prime funzioni vitali della giornata, e la serata ludica di ieri sera e una notte scarsamente proficua dal punto di vista ristorativo mi rendono scarsamente consapevole persino dell’esistenza del pianeta.
In questo stato di semi-coscienza, tipo protozoo, scivolo verso un nuovo sonno.

Ma dal mondo degli umani una voce viene a pescarmi, e ritorno in condizione di veglia. E poi delle note. E che note: una dolce sinfonia!
Bohemian Rhapsody. 1975, 31 ottobre. Buongiorno anche a te, Freddie.

Bo-rhap, come la chiamano i queenomani, oltre a compiere gli anni oggi ha un’altra caratteristica: è una delle mie “canzoni prime”, era infatti sulla prima cassetta che mi copiarono. Le fanno compagnia, per esempio, Hey you e Time dei Pink Floyd (rispettivamente sulla prima cassetta regalatami insieme al walkman e sul primo cd arrivato insieme allo stereo). O Supersonic degli Oasis, presente sul primo album comprato alla cieca senza consigli di nessuno ma per aver sentito una canzone su MTV, oppure Self esteem degli Offspring, canzone simbolo del primo concerto visto, o Livin’ ain’t no crime degli Helloween, prima canzone metal amata. Ma anche A passion play #8 dei Jethro Tull, prima canzone che nessuno dei miei amici conosceva e alla quale ho procurato di mia iniziativa grandi estimatori. E Walk of life dei Dire Straits e Knockin’ on heaven’s door dei Guns, presenti sulle prime cassette regalatemi da amici.

Bene. Arriviamo al dunque, cioè a voi. Quali sono le vostre canzoni prime?

#43. Viaggio.

“Gira gira insieme a noi ottanta giorni e poi
Il mondo noi l’avremo visto!
Tutto qui si fermerà aspetteranno solamente noi”
[Oliver Onions, “Il giro del mondo di Willy Fog”]

“And you run and you run to catch up with the sun
but it’s sinking,
racing around, to come up behind you again!
The sun is the same in the relative way,
but you’re older,
and shorter of breath, and one day closer to death.
[Pink Floyd, “Time”]

Il “viaggio” è un concetto straordinario.

Cominciamo col parlare del viaggio più semplice, quello letterale, quello che ci richiama le vacanze, per intenderci. Di fronte alla domanda «Quale posto al mondo vorreste tanto, tanto, tanto visitare, e in che condizioni, in che situazioni, in che tipo di viaggio (da solo, con l’amore, con gli amici, con perfetti sconosciuti, viaggio di lavoro, turistico classico, escursionistico, reportage, in barca, in aereo, in treno, a piedi coi sandali o a dorso di mulo…)», che ho posto agli amici su un social network e dal vivo, mi sono arrivate alcune risposte simpatiche. C’è chi vuole andare in una grande capitale, chi su un’isola esotica, chi vuole visitare grandi spazi o natura selvaggia. C’è anche chi, nella totale indecisione, o forse nella disperazione di non poter includere tutto il mondo (ché tutto il mondo varrebbe la pena di essere visitato), mi ha indicato un clamoroso viaggio che attraverso tre continenti lo porterebbe a vedere una bella fetta di pianeta.
Poi c’è chi ha esteso un po’ il concetto. Cisi, giovin (più o meno) scrittore cremonese che in genere ama ritrarre il mondo underground di operai e giovani in cerca di lavoro, si è staccato di prepotenza dal suo habitat puntando molto in alto: la conquista di un 8000, alla ricerca degli dei. Del resto si sa che gli scrittori sanno volare in alto.

Personalmente, dovendo scegliere uno ed un unico viaggio (la categoricità del linguaggio matematico è impareggiabile), e trovandomi come l’amico di poco sopra in grave difficoltà dovendo scegliere tra i vari posti del mondo, penso che sarei costretto a cercare un viaggio metaforico, un viaggio in grado di portarmi lontano da qui (luogo), ma al contempo profondamente in grado di farmi andare qui in profondità, facendomi scavare dentro me stesso. C’è chi dice che il posto giusto è l’India, anche se io credo che luoghi desolati e spaziosi come la steppa mongolica siano più adatti ad un viaggio interiore. Ma in fondo, se il viaggio deve essere interiore, la destinazione fisica è quasi irrilevante, serve solo un luogo in grado di dare lo spunto, il calcio in culo verso se stessi.

E allora, ecco che ci viene in aiuto ancora una volta la materia di Bretagna. Ci viene in aiuto perché lì il viaggio è sempre l’inizio di un’avventura, e l’approdo dell’avventura può essere raggiunto solo attraverso lo smarrimento. Solo quando si perde, in pratica, l’eroe può fare un incontro speciale, e misurare la sua forza, il suo coraggio, può sentire i suoi stimoli interiori, ed affrontarli. Solo quando si perde l’eroe può inseguire i suoi fantasmi, siano essi la lealtà messa alla prova (Galvano e il Cavaliere verde, nel quale Galvano dopo essersi perso approda ad un castello dove viene messa alla prova la sua lealtà, che egli dimostra), o l’amore (Ivano o il cavaliere del leone, nel quale l’eroe solo perdendosi può trovare l’avventura più grande e l’amore), oppure la morte e l’oltretomba (il Castello delle Pulzelle, misterioso luogo dove gli eroi arturiani incontrano le donne che ritenevano morte).

La morte poi è un concetto strettamente legato al viaggio. In fondo la vita non è il viaggio che tutti percorriamo, e non è identico per tutti solo l’approdo? E quindi non possiamo, attraverso questa metafora, sostenere che quello che conta non è la destinazione, ma il viaggio? Pena la sopravvalutazione della morte rispetto alla vita.

Ebbene, la giusta risposta è, come spesso accade: «dipende dal punto di vista» (ah, maledetto Obi Wan). L’esempio è il viaggio più grande che, per ora, l’umanità possa concepire (o meglio, concepire di realizzare), ovvero la missione per mettere il piede su Marte. Ebbene, in quel caso il viaggio è tutto finalizzato alla meta, e la meta è molto oltre il pianeta rosso. La meta è una nuova umanità, non più legata alla sua Terra natale, un’umanità nuova e vecchia allo stesso tempo, con nuove frontiere, nuove terre da esplorare e rendere umane. È solo un sogno fatto per vendere libri di fantascienza? Non credo, è lo stesso sogno che l’umanità ha sempre avuto. È il vero e più antico sogno americano, in fondo. Quello di un nuovo posto, un nuovo mondo dove costruire una civiltà più libera e più giusta, una civiltà in grado di offrire a tutti un’opportunità. Ma è anche la voglia di conoscere, di conquistare, di raggiungere i confini (connaturata all’uomo, che in quanto finito è costretto a commisurarsi con uno spazio infinito del quale cerca gli inesistenti confini). La voglia che avevano anche i grandi viaggiatori, e i vichinghi, e Alessandro, e i fenici, e i cretesi. La voglia che aveva l’ominide quando se ne andò da Olduvai, o quale che fosse la terra di origine, e si spinse in tutto il mondo e divenne uomo.

Ma il viaggio, comunque, contiene in se il germe del ritorno. E così l’uomo se ne andò dall’Africa un paio di milioni di anni fa, ed è comunissimo ancora oggi per chi ritorna in Africa dall’Europa sentire una specie di richiamo, di mal d’Africa, che lo richiama ancora e ancora…

E così, se il ritorno è contenuto nel viaggio, è interessante anche la domanda posta dall’equipaggio di Mars500 a chi li seguiva su twitter. Intanto dovete sapere che Mars-500 è una straordinaria missione organizzata dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) in cooperazione con quella russa, nella quale 6 astronauti hanno simulato, chiusi in una finta astronave, il viaggio Terra-Marte-Terra, registrando le variazioni di stress, del carico ormonale, le risposte del sistema immunitario e altri parametri fisici. Un passaggio importante, in vista della conquista della nuova frontiera.
La domanda, dicevamo, che hanno posto, è sostanzialmente questa: qual è la prima cosa che fareste una volta tornati sulla terra da un viaggio di 520 giorni nello spazio?
La mia risposta (che ha portato un sorriso sull’astronave, mi ha detto l’astronauta italiano Diego Urbina che ha partecipato alla missione) è stata: la pipì contro una pianta, o nel mare giù dagli scogli. Semplicemente non avrei saputo pensare a una cosa più umana e al contempo più terrestre…

#9. Luna.

Tutta la sfera varcano del fuoco,
ed indi vanno al regno de la luna.
[Ludovico Ariosto, “Orlando furioso”, canto 34]

And if your head explodes with dark forebodings too
I’ll see you on the dark side of the moon.

[Pink Floyd, “Brain Damage”]

Un mio amico qualche giorno fa si era lamentato di alcuni post senza citazione iniziale, quindi per portarmi in pari qui ne ho messe due, provenienti da campi completamente diversi (letteratura rinascimentale e musica rock), da periodi lontani (quattro secoli e mezzo), ma in qualche modo legati.

Legati, esatto. Intanto perché si nomina la luna. E poi perché la si nomina collegata alla follia: nell’Orlando Furioso– peraltro opera alla quale il fantasy moderno deve molto, molto e ancora un paio di molto – infatti sulla luna finiscono le cose che vengono smarrite sulla terra, e il prode paladino Astolfo, lì si reca, grazie a un ippogrifo e al carro di Elia, a recuperare il senno perduto da Orlando (uscito di sé per gelosia).
La canzone dei Pink Floyd, invece, fa parte di The dark side of the moon, concept album del 1973 dedicato a tutte le cose che possono condurre alla follia, tema caro al gruppo toccato dalle vicende del primo leader Syd Barrett (vedi il mio post #3. Diamante.). In particolare da notare il titolo della canzone, Brain damage, che dice già tutto.

Ma come si è arrivati ad un collegamento così persistente tra luna e pazzia, se dopo 4 secoli e mezzo dei personaggi centrali della produzione artistica del loro periodo lo avvertono come un paragone naturale e condiviso?

Partiamo a monte. La luna nelle culture antiche è collegata alla fertilità, il suo ciclo è infatti identico a quello femminile, e non è un caso se la gran parte delle divinità lunari è donna (Selene, Artemide, Diana), spesso connessa alla prima età della donna, ovvero alla prima funzione della dea-madre: la vergine cacciatrice intoccabile.

In altri casi, in virtù del ciclo lunare che porta l’astro, in cielo, a comparire, crescere, e poi calare e scomparire, la luna è stata collegata alla morte, e divinità lunari come il dio frigio Men sono anche divinità dell’Oltretomba.

Nel folklore medievale, poi, il ciclo lunare è responsabile di quelle che sono viste come bizzarrie o maledizioni, come il sonnambulismo e la licantropia. In quest’ultimo caso forse per l’abitudine dei lupi di ululare alla luna… e anche qui ci sarebbe molto da dire, visto che questa idea del lupo che ulula alla luns piena fa parte dell’immaginario collettivo di moltissimi popoli anche lontani tra loro, eppure non è ancora stata chiarita dalla scienza. Davvero i lupi ululano alla luna? Gli esseri umani ne sono convinti, ma pare sia solo una leggenda.

Ma andiamo avanti, che c’è altro da dire: la luna ha rappresentato e rappresenta molto altro ancora. È stata una delle prime frontiere extraterrestri, una volta esaurite quelle terrestri: lo è stata per Verne, con i suoi romanzi Dalla terra alla luna e Intorno alla luna, lo è stata per Georges Méliès con il suo film Voyage dans la Lune. E lo è stata soprattutto per russi e americani negli anni ’60 del Novecento, fino a quando il 20 luglio del 1969 Neil Armstrong (no, non quello che suonava la tromba) ne calpestò il suolo, primo terrestre a farlo.

E, forse, un po’ folli bisognava esserlo davvero per lanciare il mondo all’inseguimento di un sogno così grande e lontano.

E poi arriviamo al futuro, da quello immaginato (penso a Spazio 1999 –il telefilm in cui una grande esplosione nucleare sposta il nostro satellite dalla sua orbita facendolo diventare, per gli abitanti della Base lunare, una sorta di gigantesca astronave a bordo della quale esplorare il cosmo – ma anche a La luna è una severa maestra, romanzo di Heinlein tra i miei preferiti che costruisce una ribellione degli abitanti della Luna contro la madrepatria terrestre, opera eccellente, davvero), a quello reale o verosimile, con la nostra Luna che potrebbe venire sfruttata come miniera di elio-3, isotopo dalle mille proprietà, come nel romanzo Limit di Schätzing, o nel film Moon, ma anche come recentemente i cinesi hanno dichiarato di voler fare per combattere una ventura crisi energetica.

Luna da venerare, luna da temere, luna come simbolo, e infine luna da esplorare e sfruttare.

E luna da disegnare, anche, come ha fatto il buon talamax nel suo blog RondiniHF, in un disegno in cui immagina allunare un nostro amico, un ingegnere abile nei giochi di strategia ma dalla drammatica tendenza a dilatare all’infinito la durata delle sue mosse…

E per finire, Luna da rispettare, e giacché il dio sumerico della luna si chiamava Nanna, e io lo rispetto, visto che l’ora è ormai tarda e non sono folle mi precipito a rispettare il comandamento insito nel suo nome.

Non prima, però, di aver avuto la possibilità di indulgere in un ricordo d’infanzia:
Se pensi al tuo regno sulla Luna che non c’è più
Sul tuo bel viso una lacrima vien giù.
[I Superobots, “Starzinger”]

Per l’evoluzione della divinizzazione della luna, consiglio i primi capitoli di:
G. Filoramo, M. Massenzio, M. Raveri, P. Scarpi, “Manuale di storia delle religioni”

#3. Diamante.

Sfogliando a caso giornali virtuali senza alcuna enfasi, e senza alcuna brama, accanto a titoli del tipo “Torna a casa Messi” (con la sua spocchiosissima squadra di perfettini), negli ultimi giorni non ho potuto che incappare nella entüsiasmante querelle leghista, con l’ex tesoriere Belsito accusato ora di essersi intascato un diamante tra quelli acquistati con i soldi dei rimborsi elettorali.

Ora, di certo non potevo lasciar correre la fantasia sulla politica italiana, che di fantasia ne ha fin troppa e quindi lascia ben poco spazio a quella del povero blogger (che schifo di parola, davvero… urge trovare un surrogato moralmente e foneticamente accettabile). E così non ho potuto fare a meno che collegare la parola diamante a due elementi: Sudafrica e Pink Floyd. Visto che sul Sudafrica, posto meraviglioso e terribile, vorrei dire molto, ma mai ci ho messo piede, preferisco collegarmi ai Pink Floyd e parlare un po’ di musica.

Se escludiamo una momentanea follia di seconda media, quando ascoltavo cose come Faccia da pirla oppure le canzoni di Francesco Salvi, i Pink Floyd sono stati (grazie a Delicate Sound of Thunder, live onnipresente nel mangiacassette dell’autoradio di mio papà) il mio primo infatuamento musicale serio. Li amo forte, davvero. Li amo soprattutto nella loro incarnazione d’oro, quella famosa, quella del periodo di Roger Waters come leader, di The dark side of the moon, Wish you were here, The wall. Li amo facile, insomma.

Ma sul secondo disco che ho nominato, disco dedicato all’ “assenza”, c’è una canzone (divisa in due parti per un totale di 26 minuti, forse canzone è un termine inappropriato, ma suite mi fa stracacare) dal titolo splendido: Shine on you crazy diamond.

Remember when you were young
You shone like the sun.

Si parla di Syd Barrett. E chi cazzo è Syd Barrett, mi chiesi la prima volta, stolto, ingenuo, sacrilego, come solo un cazzone di 16 anni che crede di sapere tutto può essere. E così, siccome ero un cazzone sì, ma curioso, mi comprai un libello e iniziai a leggere la storia di questa persona.
Syd, anzi, Roger Keith (il suo vero nome) suscitò così in me un fascino travolgente, il fascino (per usare le parole del mio allora professore di filosofia) che la psicopatologia ha su chi ne legge, più che su chi la vive.
Roger Keith Barrett era un giovane studente che, con Nick Mason, Roger Waters e Richard Wright, fondò i Pink Floyd. Un giovane brillante, simpatico, geniale, un giovane che potremmo definire uno dei simboli viventi della Londra psichedelica di quegli anni. Divenne l’uomo immagine, con il doppio ruolo di cantante e chitarrista, nonché di autore di punta, del gruppo.
Purtroppo la sua fragilità, o forse una psicopatologia latente, o forse semplicemente l’abuso di LSD, ne fecero da un lato un personaggio maledetto – il folle sul lato oscuro della luna che trasforma in musica incubi e allucinazioni, il poeta pazzo protagonista di mille aneddoti a volte esaltanti, a volte agghiaccianti, a volte esilaranti, ma sempre amari – dall’altro ne fecero un personaggio scomodo e ingestibile per il gruppo, che si trovò così di fronte alla scelta: finire con Syd Barrett, o provare a continuare senza di lui.

Lo misero alla porta.

Fortunatamente, da un certo punto di vista, altrimenti quei Pink Floyd che amo alla follia non sarebbero mai esistiti. Niente lato oscuro della luna, niente muro, niente vorrei che tu fossi qua. Niente.
Ma mi sono sempre chiesto se i compagni, a cui nel frattempo si era aggiunto David Gilmour, hanno mai potuto perdonare loro stessi per quell’abbandono, e in fondo credo che la risposta sia «no», se ancora nel ’75, sei anni dopo, si sentirono di scrivere quella canzone, e se al Live 8, in quell’incredibile reunion, fu così commosso il saluto a quel ragazzo col quale suonarono solo qualche anno, e che nel frattempo oltre a loro aveva lasciato anche questo mondo per andare nel suo canneto di Eridu, tra gnomi, spaventapasseri ed elefanti effervescenti.

Sulla figura di Syd Barrett, cfr:
Luca Ferrari, “Tatuato sul muro”

Consiglio anche l’ascolto di un disco:
Syd Barrett, “Barrett”

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