Il canneto di Eridu

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#65. Mela.

“Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente,
e vi collocò l’uomo che aveva plasmato.”
[Genesi, 2,8]

Quando parliamo di Eden pensiamo a un bellissimo giardino, ordinato, con ogni genere di fiori e piante da frutto, animali mansueti che fanno le fusa, sole pieno, acqua fresca, e due esemplari di essere umano, i primi e più perfetti perché fatti a immagine e somiglianza del creatore, che vagano ignudi per la giocondissima e assolata landa, nulla interessando loro se non il cazzeggio. Tutto è bello e tutto funziona a meraviglia, e di nulla si devono preoccupare. Arriva però il serpente che (malvagio intrigante!) irretisce la donna e la convince a contravvenire agli ordini del creatore, che pure erano chiarissimi:

“Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino,
ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare,
perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti”
[Genesi, 2,16-17]

A essere precisi-precisi, questi ordini il creatore li aveva impartiti all’uomo, quando la donna ancora non era stata creata. La donna ricevette il comandamento in seguito, per bocca dell’uomo: evidentemente fin dall’inizio non è che si fidasse molto di quello strano individuo che già c’era prima di lei e affermava che lei era solo una sua costola. Ma questo è un tema complicato, e se già il creatore non è riuscito ad affrontarlo nel modo giusto (“sì, sì uomo, è così, però magari arrangiati tu a dirlo alla donna, che io c’ho da fare, eh?”) di certo non posso farlo io.
Torniamo all’Eden, torniamoci. Il mito dell’Eden (“Gan Eden”, giardino delle delizie, גן עדן in ebraico) è un mito molto antico, e la sua origine è fuori dalla Palestina: ce lo fa capire a suo modo la stessa Genesi, quando ce lo descrive come un luogo lontano, attraversato e irrigato da un fiume che poi si divide e ne forma altri quattro: i misteriosi Pison e Ghicon, e soprattutto il Tigri e l’Eufrate. È quindi verso la terra tra questi ultimi due fiumi, la mesopotamia, che dobbiamo guardare.

Incidentalmente i Sumeri (guarda caso c’entrano anche stavolta), ai quali possiamo far risalire il mito, collocavano l’Eden da tutt’altra parte. Per loro E.DIN (la dimora dei giusti) era nel paese di Dilmun (l’isola di Bahrein, nel Golfo Persico), un punto strategico di incontro mercantile dei “mondi” di allora: i mercanti di Sumer (la bassa mesopotamia), Meluhha (la valle dell’Indo e la costa attigua), Magan (le tribù della penisola omanita) confluivano in quest’isola, che doveva essere lussureggiante e ricchissima di acque sorgive, un vero e proprio giardino, per commerciare.

È evidente che il mito dell’Eden non può essere ridotto però al discorso del giardino: non è una semplice versione mediorientale dell’età dell’oro di Esiodo, un periodo mitico di stirpi di uomini vissute all’epoca del regno del titano Crono (il tempo) che vivevano dei frutti di una terra abbondante e generosa, in una sempiterna primavera, senza preoccupazioni, guerre e malattie. Che a sua volta è poi una versione greco-classica del nostro “si stava meglio quando si stava peggio”.

Il mito dell’Eden ha tutta un’altra funzione, e l’idea stessa di un giardino che funziona benissimo e in cui non ti devi occupare di nulla e sapere di nulla è evidente da due dettagli di non poco conto.
Il primo dettaglio è appalesato dal divieto di nutrirsi di un particolare frutto (quello dell’albero della conoscenza del bene e del male). Citando il Catechismo della Chiesa Cattolica: «”L’albero della conoscenza del bene e del male” (Gn 2,17) evoca simbolicamente il limite invalicabile che l’uomo, in quanto creatura, deve liberamente riconoscere e con fiducia rispettare»: l’uomo non deve cercare conoscenze che non sono alla sua portata (conoscenze totali, “del bene e del male” e quindi presumibilmente di tutto ciò che tra i due limiti è da porsi, quindi si parla di una conoscenza universale riservata a Dio) e che porterebbero alla sua distruzione, ma fidarsi e tenersene lontano.
Il secondo dettaglio è solo di poco più nascosto, ed è nascosto nella sua origine: la mesopotamia. Se è vero, con Wittfogel, che il dispotismo nasce con il controllo dell’irrigazione (il concetto di dispotismo idraulico, che il sociologo tedesco applica alle prime grandi civiltà idrauliche, quelle del Nilo, della Mesopotamia, dell’Indo, del Fiume Giallo e del Fiume Azzurro), sembra perfettamente funzionale al mantenimento del potere l’idea di una cosmogonia in cui il creatore si occupava di gestire il giardino irrigato dal fiume, e l’uomo non doveva nemmeno sapere nulla in merito, poteva vivere senza occuparsi di nulla, e il volere sapere troppo (leggi il nome dell’albero di cui si ciba) finisce per farlo cadere da quello stato di grazia a una condizione degradata.

Il passaggio quindi diviene, paradossalmente, da una età dell’oro in una società egalitaria antecedente l’Eden, ovvero prima che si creasse il giardino irrigato in cui qualcuno si preoccupa per te, un’età dell’oro in cui la preoccupazione per la gestione del proprio spazio vitale risiede interamente nell’individuo, a un’età del fango, in cui il neolitico prima, con la nascita delle città, e l’età del bronzo poi, con la civiltà, come amiamo definirla oggi, portano a uno stato in cui la gestione dello spazio vitale diventa esterna all’individuo e porta alla nascita del patto sociale, della gestione, del potere e soprattutto della conservazione dello stesso.

“Quando una cosa funziona, mai chiedersi perché”
[Pàul]

L’amico Pàul, informatico, diceva sempre così allorquando, apportate alcune modifiche di prova al sistema, senza una ben chiara ragione del motivo questi ricominciava a funzionare. Quindi, secondo Pàul, non era il caso di porsi ulteriori domande. Sarebbe perfetto per descrivere la situazione dell’Eden: tutto funziona, tutto è bello, tutto è pronto da mangiare e non ci sono preoccupazioni: perché preoccuparsi, perché chiedersi perché?
E non è domanda oziosa. Meglio vivere in pace l’Eden che affannarsi nel cercare risposte a domande che non vale la pena di farsi, non è vero? Certo, se la situazione fosse garantitamente perdurante dal passato e duratura verso il futuro. Ma il problema vero è che in realtà non è così, e l’attuale crisi ce lo dimostra. Una volta che i sintomi si sono manifestati, una volta che scopriamo improvvisamente che sotto l’Eden c’è un vulcano che sta per esplodere, diventa difficile intervenire.
Per spostarci su una metafora particolarmente cara ai popoli mediterranei, quella della vigna (pensiamo alle parabole cristiane, ma anche al culto di Dioniso). Se la nostra vigna funziona bene, questo non ci esime dall’occuparci di lei, dal trattare le piante, per esempio, contro parassiti. Perché la comparsa all’improvviso di una patologia devastante, dovuta alla mancanza di domande, di informazioni, produrrà un danno epocale per la vigna. Il fatto che non sta grandinando oggi, per intenderci, non ci garantisce dal fatto che non grandinerà mai. Il fatto che non notiamo parassiti sulle foglie, non significa che questi non siano già all’opera sulle radici.
Potremo ancora salvare la vigna quando la filossera avrà devastato tutte le nostre piante?
Quindi, alla faccia del mito, ben venga il nutrirsi dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, ben venga il sapere, sempre, ben venga qualsiasi cosa che operi contro la conservazione del potere che è elemento pernicioso che spreca risorse. Un governo che deve conservarsi è incline a generare ulteriori parassiti e a nutrirli a sua volta, e man mano che questo sistema di autoconservazione cresce e si nutre, diventa via via più difficile opporvisi, diventa via via più difficile cambiare strada persino per il governo stesso, fino a quando è del tutto impossibile, e il sistema è destinato al crollo.

Non so se per il nostro sistema sia tardi o meno, ma, mi sembra evidente, non ci si può più nascondere dietro l’episodio mitico, dietro il “tutto funziona, tutto è bello, tutto è pronto da mangiare”, perché qui pare proprio che non funzioni più niente, e che gli amministratori dello stato idraulico siano impegnati a tappare una falla qua e una là, sempre comunque pretendendo il nostro intervento disinteressato.
E questo potere parassitario, per di più, continua a dirci che non dobbiamo cercare conoscenze che non ci competono, che non dobbiamo giardare nel loro palazzo, quasi fossero dei, quasi fossero Artemidi che devono nascondere le proprie nudità, pronte in caso contrario a farci sbranare dai loro cani. E in fondo, forse, il punto è proprio questo, che il re-parassita è nudo!

C’è un giardino da ricostruire, e non lo possono fare i parassiti.
Continuare a rifiutarsi di mangiare quella fottuta mela ha davvero del masochismo più estremo.

Riguardo la civiltà di Dilmun, cfr. “A oriente di Sumer. Archeologia dei primi stati euroasiatici 4000-2000 a.C.” di Massimo Vidale, e “Sumeri”, di Giovanni Pettinato.
Il mito dell’età dell’oro è citato per la prima volta in Esiodo, “Le opere e i giorni”.

Almanacco, LXXXV

Ottantacinquesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
3 maggio 2013

Il 3 maggio del 1998 Helmut Kohl e Jacques Chirac firmano l’accordo sulla nomina del presidente della BCE. Quattro anni più tardi, il 3 maggio del 2002, l’euro diventa la moneta ufficiale di quella che verrà ribattezzata “Eurolandia”, o “Eurozona”. I paesi aderenti alla valuta unica in quel momento sono: Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Grecia (aderente dal 2001). In seguito entrano Slovenia, Cipro e Malta.
Lo so, lo so che l’euro adesso non va di moda, che la politica gode nel trovare un capro espiatorio (che non sia la politica stessa) e ci ha indicato la moneta unica come unico responsabile. Ma non voglio rinunciare all’idea di un’unica unità di conto monetaria per tutta l’Europa. E quindi una qualche soluzione bisognerà trovarla. Nel frattempo, auguri, cari auguri, euro. E in culo a quella stronza della lira che sta gufando nell’ombra.

#62. Saggi.

Storpio non è un insulto. È una parola bellissima.
Deriva dal greco, «storpieus», che vuol dire «saggezza».
[Corrado Guzzanti, alias Gabriele La Porta, alias Corrado Guzzanti]

Lo so, lo so. Con la politica sto cercando di smettere. Che poi finisce che uno si illude di poter cambiare il mondo e gli viene il magone doppio quando si accorge che era un’illusione. Però che volete farci, sono un uomo senza qualità: mi appassiono di tutto ma di niente abbastanza per restarci ancorato, e quindi sono costretto di tanto in tanto, nel mio peregrinare, a tornare a ognuna delle mie passioni, per vedere se qualcosa è cambiato e come, e per riappassionarmi.
Purtroppo mi succede anche con la politica, anche se a dire il vero era molto che riuscivo a starne (abbastanza lontano). Detto questo, tra tutte le mosse politiche belle, meno belle, illusorie, realistiche e infami, ma soprattutto tra quelle infami, ho notato che la politica mi fa ancora incazzare come una volta. E questo, per esempio, non succede coi sumeri. O con la letteratura arturiana.

Detto questo, procediamo spediti fuor di metafora verso l’obiettivo del tema di oggi (ed era ora, che di temi su questo blog se ne vedono ultimamente sempre meno, e pare che l’Almanacco e il Canneto tendano a diventare la stessa cosa, che è male). Ovvero, dato che il Nostro Magnifico Presidente (quello che disapprovare è peccato) ha ideato la figura dei dieci saggi, e che questa cosa fa molto sporca dozzina, e mi piace, ma visto che i personaggi che ha scelto sinceramente non mi danno alcun brivido (e alcuna rassicurazione politica), e visto che i suddetti saggi, che parevano già dimenticati, stanno tornando d’attualità come possibili ministri, ecco giunto il momento di scendere in campo… ehm, di salire in cattedra… vabbhèccheccazzo, ci siamo capiti, tocca a noi.

Ma, naturalmente, tocca a noi come si intende sul Canneto, con pieni poteri, in lungo e in largo, pescando in ogni epoca e in ogni storia vera o immaginaria. Troviamo dieci saggi che salvino il paese, attingendo a piene mani da dovunque, quandunque, comunque e merdunque. Dieci saggi, dieci consiglieri, dieci guide per un paese allo sbando.

Per parte mia comincio col dire chi non ci metterò: contro ogni previsione (vostra) non ci metterò Merlino, perché il regno che lo vedeva consigliere è finito decisamente male, e quindi non mi pare il caso. Vero, l’ha tenuto in piedi per un po’, ma di fatto è stata la durata di una generazione. No, Merlino, torna a casa, stavolta non tocca a te.

1) Primo problema che prendo in analisi: l’Europa. Quello che ci mettiamo, per risolvere anche (ma non solo) questo problema, è Pericle, politico a tutto tondo dell’epoca d’oro di Atene, l’Atene del V secolo. Un uomo al comando in grado di dare un’impronta culturale di altissimo livello, con una visione strategica ampia sul ruolo del suo paese sullo scacchiere internazionale, e in grado di discutere alleanze internazionali vantaggiose (la Lega Delio-Attica può essere vista come l’UE di allora?). Direi che è l’uomo giusto alla guida dei dieci saggi. E poi ci vedo bene anche un’acropoli, qui a Eridu.
2) Passiamo al secondo. Al giorno d’oggi credo che il giornalismo in Italia sia molto, molto, molto scadente e decadente, e abbia l’assoluta necessità di tornare alla sua funzione primigenia. Non deve sorprendere quindi la mia seconda scelta, con un altro personaggio essenziale: Enmerkar, il re della città stato sumerica di Uruk, protagonista di una delle saghe più antiche dell’umanità (Enmerkar e il signore di Aratta). Enmerkar, nell’epica sumerica, tra i vari meriti semidivini, ha quello di aver inventato la scrittura. Questo sì che vuol dire riportare il giornalismo alle origini.
3) Terzo problema, terzo saggio. Io non ho idea di quale possa essere la causa e quale la soluzione, ma è evidente che l’Italia di oggi ha delle difficoltà ad affrontare il tema della giustizia. In passato già più d’uno si è cimentato con il problema di dover far funzionare meglio questa fondamentale macchina dello stato, ma quello che ha risolto meglio il problema mi pare sia stato un re cassita, dinastia ed etnia a quell’epoca al governo di una città destinata a diventare, nel giro di una generazione, egemone della sua zona. Mi riferisco ad Hammurapi di Babilonia. Hammu, sei dentro. Bella storia il codice.
4) E subito a seguire occorre riordinare e semplificare il complesso e intricatissimo insieme che costituisce il nostro regolamente comune, quel corpus che va sotto la definizione di 4 codici (civile, penale, di procedura civile, di procedura penale). Anche qui ci vuole un regnante, e vado a pescare un imperatore bizantino, in grado di riunire la cultura greca, il diritto romano, le grandi tradizioni dell’oriente: mi riferisco a Giustiniano, padre – anzi, per la precisione, mandante – del Corpus Iuris Civilis.
5) Quinto problema quello che più i giornali paiono sentire, quello legato allo spread, al debito pubblico, ai titoli di stato. Chi frequenta questo blog ha, di sicuro, già intuito quale sarà il quinto saggio. Non può che essere una figura autorevole che ha risolto in maniera originale un problema affine a quello che si trova ad affrontare l’Italia in questo periodo. Perché occorre colpo d’occhio, intuizione, e pensiero laterale, per trovare soluzioni nuove e scorciatoie interessanti. L’uomo giusto è il Re di Francia Filippo il Bello, con la sua soluzione (finale) al problema del debito pubblico. Con buona pace dei templari.

Con Filippo il Bello si completa il primo dei due sottogruppi, i 5 saggi nobili. Si tratta infatti di 5 regnanti, che devono insegnare ai nostri politici come risolvere i grandi problemi dello stato. I prossimi saranno i 5 saggi civili, 5 persone incaricate di ristabilire unità di intenti tra dipendenti (i politici) e sovrani (il popolo).

6) Sesto saggio assoluto, e primo tra i saggi civili, è di nuovo un greco (la Grecia ha in casa la soluzione a qualsiasi crisi): Socrate. Sì, Socrate. Perché occorre ripartire dalle scuole, occorre ricominciare a insegnare ai giovani qualcosa, ricostruire il paese partendo dal futuro. Questo pagherà senz’altro. Ma per farlo, occorre “corrompere l’animo dei giovani ateniesi”, insegnare in un modo nuovo, insegnare il rispetto delle regole condivise anche quando sono ingiuste, e lottare per cambiarle.
7) E mentre scrivo di corsa, per anticipare l’incarico di un presidente del consiglio reale, e per questo così banale, eccomi balzare all’occhio il fatto che tutti i saggi fin qui nominati risalgono a epoche molto lontane. Forse i loro meriti mi appaiono più grandi perché lontani, o forse i loro aspetti negativi sono più facilmente oscurabili, al netto di epoche storiche considerate “infanzia dell’umanità” e per questo analizzate con una certa (e ingiusta) indulgenza. Ma occorre sporcarsi un po’ di più le mani e arrivare più vicini ai giorni nostri, per poter essere portatori di palle. E così introduciamo il settimo saggio. Serve qualcuno da dedicare alla pacificazione sociale, qualcuno per tenere a freno la popolazione mentre si cercano soluzioni, e quel qualcuno non può che avere una grande anima. Benvenuto a bordo, signor Gandhi.
8) Tra i temi scottanti del paese ci sono le infiltrazioni. Infiltrazioni della delinquenza nelle istituzioni, delle istituzioni nelle imprese private, delle imprese private nella cosa pubblica, insomma, nessuno sta al suo posto. Serve un’azione moralizzatrice della cosa pubblica. Serve un’etica civile. Confucio è il nome che scelgo, senza alcun indugio, per questo ruolo. Del resto la sua vita e i suoi insegnamenti hanno portato un po’ di luce nell’epoca “delle primavere e degli autunni”, un’epoca difficile di instabilità politica e corruzione, di guerre tra poteri feudali, insomma, è ottimo per i giorni nostri.
9) Tutti uomini, finora. Invertiamo subito la tendenza: gli ultimi due saggi saranno donne. Inseriamo Florence Nightingale, come super-consulente per la sanità (e così torniamo anche in un’epoca più recente). È ora che gli ospedali facciano gli ospedali, e non le aziende. E siano organizzati in maniera scientifica, efficiente, e caritatevole. Non su principi basati su e solo su rigide regole economiche. La Nightingale è stata la prima a farlo, può rifarlo anche oggi che la sanità ha preso una brutta strada.
10) Chiudiamo con un personaggio fondamentale. Da che mi sono attenuto a personaggi storici, a personaggi storici (o pseudo-storici) rimango ancorato. Ma ciò che manca in questo elenco sono gioventù, ardimento, coraggio, pazzia, capacità di stravolgere gli schemi con azioni sconsiderate e incapacità di accettare passivamente un destino ingiusto e nefasto. È vero, non è ciò che normalmente si chiama “saggezza”, ma serve, al pari della saggezza, per togliere dalla merda lo stato. E se queste qualità si uniscono a un radicato senso di appartenenza, ecco che abbiamo Clelia, la giovane romana fuggita dalla prigionia etrusca del re Porsenna.

Ecco fatto. Ho nominato i miei dieci saggi. Ora potete nominare i vostri, ma per ognuno che inserite, dovete anche dirmi uno dei miei che volete togliere…

#57. Generazione.

Qui nel canneto di Eridu, insieme, abbiamo parlato di alieni, di fate, di difensori della terra e di ribelli. Abbiamo processato per tradimento Tristano, assolvendolo, e Lancillotto, sul quale dei dubbi ci sono rimasti. Ci siamo identificati in Teseo, Orfeo e Narciso, e financo in una statuetta del presepe. Abbiamo bevuto l’acqua fresca del canneto di Eridu, l’acqua della prima civiltà. Abbiamo dato una pacca sulla spalla a Gilgamesh e CuChulainn, e un calcio in culo a qualche stronzo che se lo meritava. E abbiamo incontrato personaggi famosi ed eventi eclatanti con l’almanacco, confrontandoci su un sacco di cose.

E mentre ci siamo distratti in queste amene attività, forse mentre stavamo girovagando in barca nel canneto, cercando di pescare l’argenteo luccio, o la tinca nascosta nel fondo fangoso, fuori da qui deve essere accaduto qualcosa.

Ma facciamo un salto indietro di 17 anni, quando al mio primo anno di università ho incontrato un gioco eccezionale, che mi ha sconvolto per quanto era bello, e per la grande idea che poneva nella preparazione del proprio “mazzo”, più che nella partita vera e propria, il nodo centrale del gioco. Mi riferisco naturalmente a Magic the Gathering, il gioco do carte collezionabili di Richard Garfield che può a ben diritto essere considerato responsabile di un’autentica rivoluzione culturale nel campo dei giochi, imitato da una folta platea di merdate successive, da YuGiHo ai Pokemon, per dire.
Ebbene, questo cappello non c’entra una mazza con l’argomento che vado a trattare, ma ricordo che un ragazzo che conoscevo all’università giocava con un mazzo nero (diciamo una roba da tenebra e male) e quando stava vincendo soleva dire: «senti questo rumore? Sono le truppe delle tenebre che arrivano…».

Ecco, al giorno d’oggi ho questa sensazione, mi sembra di sentire un gran rumore di fondo, un ritmico picchiare di ferro sulla strada, di zoccoli nella nebbia, lo stridìo del nazghul, l’alito del drago che aleggia, panico e stridore di denti. In pratica mi trovo d’improvviso che si va verso le elezioni e non so vedere altro che armate maligne dietro ogni angolo. Come se la possibilità di fare buona politica non esistesse, la possibilità di essere ragionevoli sia stata spazzata via. O gente conforme a quanto visto finora, e si è visto del bello schifo, o cazzari sparatutto. Ma gente giovane e con idee convincenti, luce insomma, non ne vedo. Come se la mia generazione fosse morta prima di nascere (a livello politico), come se avesse abdicato anzitempo a favore dei padri o dei nonni. Siamo numeri, e numeri sbagliati, perdenti.

“People try to put us d-down (Talkin’ ‘bout my generation)
Just because we g-g-get around (Talkin’ ‘bout my generation)
Things they do look awful c-c-cold (Talkin’ ‘bout my generation)
Yeah, I hope I die before I get old (Talkin’ ‘bout my generation)”
[The Who, “My generation”]

Siamo quelli che non trovano lavoro e se lo trovano fa schifo e se non fa schifo lo perdono. Siamo quelli che non sono aiutati dai sindacati, né dalla politica. Siamo la canticchiante e danzante merda del mondo, e ci dividiamo tra quelli che vengono schiacciati e non reagiscono e quelli che vogliono distruggere tutto, a costo di distruggere se stessi.

Ma il nostro momento è ora, o non lo sarà mai più. Non è facile, ma è questo il momento in cui dobbiamo tirar fuori le palle e le idee. Siamo quelli malcagati dalle risposte? Ebbene, dobbiamo diventare la nostra risposta alle domande che abbiamo. Dobbiamo fare politica con la testa, perché farla con l’abitudine non ha funzionato, né col pugno, né col pisello.

La generazione prima della nostra ha avuto grandissimi sogni ma li ha dimenticati. La nostra non ha mai sognato: è ora di iniziare a farlo.

Perché se non lo facciamo, questo rumore di zoccoli, e ferro sulla strada, e l’alito gelido degli spettri, ci dividerà e confonderà e isolerà e ucciderà. E i caporali e i generali delle forze del male saranno gli unici ad uscire in piedi da questa guerra.

#30. Canederli.

Vi propongo in questa occasione un tema a richiesta. Il buon Mauro mi ha chiesto di parlarvi di canederli. Vediamo dove ci porta questa cosa, proviamo, dài.

I canederli sono un piatto tradizionale, costituito da polpettozzi di un composto di pane raffermo, latte e uova, cotti in brodo o acqua salata, e poi consumati in brodo oppure asciutti, con burro fuso. A seconda della variante si possono aggiungere ingredienti per insaporire e personalizzare la ricetta, come speck, formaggio, prezzemolo. Inutile star lì a sottolineare che io ho provato a farli e non mi sono venuti neanche male – seppure poco cedevoli alla forchetta – in variante con speck e pane senza glutine.

Ora, è chiaro ed evidente che sarebbe inutile, in un blog come questo che non ha certamente la cucina tra le finalità principali, il piantare qui una ricetta copiata su qualche sito mitteleuropeo. Quindi non lo farò.
Però sappiate che è un ottimo piatto, e se lo volete assaggiare fatto bene vi potete concedere un giretto in Trentino, una bella escursione verso un rifugio, e poi un piatto fumante di canederli. Allieta la giornata. Non come il capriolo, va bene, ma allieta la giornata.

Ma concediamoci qualche divagazione elucubrativa.

Cominciamo a considerare qual è l’areale di diffusione del canederlo. Con nomi diversi (il più noto dei quali è probabilmente “knödel”), il nostro gnocco di pane è cucinato e apprezzato in Trentino, nell’Alto Adige-Süd Tirol (e anche nel Tirolo austriaco, incluso l’est), nel bellunese, in Friuli. Praticamente tutta l’Euregio del Tirolo, anche se oggi come oggi l’Europa non ha tanto tempo da dedicare al tema delle Euregio.
Il canederlo è poi tipico anche in Austria, Baviera, Boemia, Slovacchia. Financo in Polonia. E anche se la cultura (e quella culinaria è una forma di cultura, nel senso di un insieme di conoscenze e gusto estetico che si legano) si espande per aree in qualche modo contigue, per vicinanza di territorio o di aspirazioni, ignorando i confini, l’areale dei canederli non può che farci ricordare (pur non aderendovi completamente, soprattutto nella parte orientale), una volta disegnato su una cartina geografica, il vecchio Impero Austro-Ungarico (col vicino Regno di Baviera).

L’Austria-Ungheria è stato uno dei primi due grandi stati multi-nazionali moderni, essendo l’altro il Regno Unito.
Nel Regno Unito convivono gli inglesi – cresciuti nella stratificazione di elementi romano-brittonici, anglo-sassoni, franco-normanni (sostanzialmente celti, romani, tedeschi, vichinghi, francesi, sovrapposti tipo lasagna) – con gruppi culturalmente più antichi e isolati: gli scozzesi (pitti e scoti sono sempre stati piuttosto refrattari alla mescolanza), i gallesi (le cui marcate origini celtiche sono tuttora riscontrabili nei gradevolissimi toponimi come Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch… no, dico davvero, c’è…), gli irlandesi dell’Ulster.

Ma in Austria-Ungheria convivevano austriaci, ungheresi, boemi, tedeschi, italiani, croati, sloveni, serbi, bosgnacchi, ruteni… qualcosa in più, diciamo. E se è vero che in un regime assolutista le minoranze etniche in genere non stanno mai benissimo (ma non è che avessero molti meno riconoscimenti che non le minoranze disomofone in stati assolutamente democratici come la Francia di oggi), è pur vero che, il canederlo insegna, una certa cultura di stampo austro-ungarico mitteleuropeo si andava diffondendo.
Cosa sarebbe successo senza la Prima Guerra Mondiale a distruggere il più grande stato dell’Europa centro-orientale? È stato lungimirante da parte delle potenze occidentali (Francia e Inghilterra) permettere la dissoluzione di uno degli stati più antichi d’Europa, e magari uno stato che avrebbe potuto stabilizzare una regione che invece ha portato avanti guerra e tragedia e sterminio fino all’altro ieri pomeriggio?
Avrebbe potuto l’Austria-Ungheria essere la gamba orientale dell’Unione Europea (mancante fino agli anni Novanta), magari addirittura l’esempio di come costruire uno stato sovranazionale?

A posteriori verrebbe da dire che no, non sono stati lungimiranti, e che peraltro no, non avevano grossi appigli per fare quello che hanno fatto. C’è da considerare che se a ogni popolo doveva corrispondere uno stato, l’Inghilterra andava smembrata e doveva rinunciare a tutto il suo impero coloniale prima di toccare la monarchia asburgica. Se le minoranze andavano tutelate, qualcosa per corsi, occitani, baschi, piccardi e bretoni andava fatta. E c’è da chiedersi come potessero ritenere perfettamente ingiusto avere italiani sotto il controllo dell’Austria, e invece giusto avere austriaci sotto il controllo dell’Italia (mi riferisco ovviamente alle zone germanofone dell’Alto Adige).

C’è anche da chiedersi se l’ascesa dei fascismi in Germania e Italia avrebbe (e probabilmente sì, avrebbe) contagiato anche l’Austria-Ungheria, creando anche qui una pericolosa terza gamba forse più forte che un nugolo di piccoli stati. O magari sarebbe esplosa sotto alle tensioni pro-naziste pro-comuniste pro-occidentali, deflagrando con 30 anni di ritardo in maniera ancora più clamorosa e roboante di quanto non sia successo. O magari sarebbe diventata uno stato fortemente anti-fascista, un potente Alleato in grado di aprire un fronte difficile a meridione tra la Germania e l’Impero Ottomano.

Ma sono domande che non avranno mai risposta, e le risposte che avranno saranno solo supposizioni oziose poco interessanti. Di certo c’è che ogni guerra porta con sé una catastrofe, e la conferenza di pace successiva raramente fa di meglio.

Le guerre è meglio non farle, che finirle.
I canederli è meglio mangiarli, che tirarseli.

#27. Politica.

Oggi non voglio di parlare di politica. Ed è davvero difficile. Perché la politica è un po’ tutto.
Da dizionario è l’occuparsi della polis, la città, lo stato, la comunità. E ogni giorno un poco facciamo politica, anche solo quando vediamo qualcosa per terra e lo buttiamo nel cestino, di fatto stiamo già facendo politica.

Lo stesso quando invece c’è qualcosa nella nostra tasca e lo buttiamo per terra.

Anzi, volendo ben vedere è forse proprio questo che oggi è più percepito come politica: l’occupare abusivamente qualcosa che non è nostro. Occupare risorse pubbliche mettendoci i nostri parenti, occupare soldi pubblici spendendoli per nostri interessi personali, occupare spazio pubblico per una festa organizzata da gruppi a noi vicini. E occupare un angolo di marciapiede pubblico con il pacchetto di sigarette appena buttato. O con una gomma da masticare. La politica è ormai vista come abuso.

È chiaro, quindi, che diventa difficile dire in giro cose come “io amo la politica”, oppure “la politica è la cosa più bella di cui ti puoi occupare”, o infine “la politica è il livello più alto cui può aspirare l’animo umano”. Si fa un po’ la figura degli zozzoni.
E invece si avrebbe abbastanza ragione. Difficile immaginare un compito più sacrale che occuparsi di quello spazio comune che nasce con la nascita stessa del patto sociale, della condivisione di forze e impegni, e beni, e volontà, che è lo stato.

Comprensibile, quindi, che chi si ritrova ad amare la politica intesa in questo senso non possa che provare una nausea forte, fortissima, esacerbante, quando vede la politica ridotta al malinteso e maledetto ruolo di sinonimo di abuso. È come omologare il sesso allo stupro, il cibo alla preda, la cacca con le scorie radioattive.

Ed è quindi normale, normalissimo, sentire il bisogno di parlare di politica quando la politica non è ben fatta. Quando è così vituperata e mal fatta.
Che poi, tra l’altro, chi crede di far politica onestamente, chi ci mette l’anima, è anche più pericoloso. Proprio perché ci mette l’anima, infatti, è portato dall’italico genoma a fare politica con spirito da tifoso, e a non cercare di portare avanti campagne per il bene della polis, ma del partito: sta facendo partitica. Se va in giro ad attaccare manifesti, se raccoglie fondi, non sta partecipando a una generazione di idee, sta solo portando legna per la squadra. E anche questa è malapolitica, la politica della parte. Quando proprio il termine polis ci parla di molti, e il termine partito invece indica una parte, pochi quindi. Una visione politica non può che essere, dall’etimo stesso, una visione molteplice, vasta, complessa. La visione dell’uomo che fa politica onestamente è dotata sì di onestà, ma è priva di complessità. Mentre il disonesto è spesso complesso, ma manca di onestà: sa pensare in modo politico, ma non in favore della polis.

Se, quindi, lo stato nasce come patto sociale, e la politica è l’occuparsi nel modo migliore possibile del bene della polis, senza pensare a noi stessi ma al bene comune, ne consegue che il livello successivo (ovvero l’organismo sovranazionale, composto da stati come soggetti) dovrebbe occuparsi del bene comune e non del bene del singolo stato.

Ne consegue che non esiste un vertice europeo in cui si sia fatta buona politica: ogni decisione, infatti, viene presa badando ai tornaconti e agli interessi dei singoli stati. Se volessimo davvero bene all’Europa non confideremmo ogni giorno nel fatto che vengano prese decisioni vantaggiose per il nostro singolo staterello, ma per il bene dell’Europa nel suo insieme, e quindi della prosecuzione del cammino di integrazione europea.

Per concludere, se vogliamo buona politica su base nazionale, dobbiamo affidarla a gente che si preoccupi del Paese e che si dimentichi dei propri interessi.

E allo stesso modo la buona politica europea deve essere affidata a gente che non rappresenta i vari stati, ma tutti quanti allo stesso tempo, gente che si presenta per essere eletta di fronte a tutti i cittadine europei, e a tutti i cittadini europei deve rendere conto. Finché le tappe della nascita dell’Unione sono affidate a gente tedesca eletta dai tedeschi, italiana eletta da italiani, francese eletta da francesi, di passi avanti per il bene comune non ne avremo, ma avremo solo un passetto per il bene italiano, un passettinino per il bene maltese, un bel passo per il bene tedesco… ma la somma di tutti i beni, in questo caso, è largamente, largamente inferiore al bene totale dell’Europa.

Ecco, lo sapevo, non ci sono riuscito.

Nota: ho riorganizzato un poco il blog. Le categorie, da mille mila che erano, in quanto riguardavano i temi trattati, sono diventate solo due. Ora indicano la forma espressiva, e sono Tema e Racconto. Tema comprende i post normali, strutturati a mo’ di diario, in cui si dibatte un tema a partire da qualsiasi spunto anche recensivo, o si fa un saggiobbreve, come dicono nelle scuole. Racconto comprende, ma pensa, i racconti, il materiale fictionale.

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