Il canneto di Eridu

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Bestiario, II

Seconda pagina del Bestiario del Canneto di Eridu.
Il sirrush

Mesopotamia. Con questa pagina del Bestiario il Canneto di Eridu torna a casa, nell’antichissima terra tra i due fiumi che ha visto nascere la città, la scrittura, la birra e gli insaccati.
La figlia più splendente di queste terre fu di certo Babilonia. E le sue mura, e la sua porta più bella, detta la porta di Ishtar, vennero ricoperte da Nabucodonosor II da piastrelle vetrificate blu, e in oro mise dei leoni, dei tori e dei sirrush a difesa della città.

«E che minchia è il sirrush?» direte voi. E sarete portatori di ben poco rispetto, tanto per cominciare, viso che la «bestia» di cui stiamo parlando era una specie di drago, una creatura-chimera con il corpo da leone, ricoperto da squame, con i quarti posteriori da uccello e la testa da rettile. Secondo alcuni un varano (poteva essere un animale inventato visto che era ritratto con leoni e tori?), secondo altri una creatura allegorica, una specie di essere ideale che univa le caratteristiche di vari animali. Secondo altri l’evidentissima prova che le divinità babilonesi erano alieni…

E ora a voi: create una chimera. Unite le caratteristiche fisiche o morali di creature esistenti, e date corpo alla vostra invenzione.

#11. Meraviglia.

Meraviglia. Come quella che si può provare di fronte a qualcosa che proprio non sembrava possibile. O a qualcosa che sapevamo benissimo possibile, eppure ci stupisce lo stesso.

La prima è la meraviglia dell’incredibile che si fa realtà, il manufatto che va al di là di quanto fa parte dell’esperienza in virtù di misure, proporzioni o bellezza. È la meraviglia di fronte all’opera splendida, o colossale, o inaspettata.

La seconda è la meraviglia di fronte a qualcosa che hai sempre visto, eppure non manca di scioglierti il cuore. Come quande verso le sette e mezza tutti se ne vanno un po’ a strafanculo a prepararsi per l’happy hour e per la prima volta nella giornata vedi il mare. L’hai avuto sotto gli occhi tutto il giorno, ma non importa, hai appena scoperto quanto cazzo è bello. Oppure la cascata che hai appena raggiunto dopo 4 ore di camminata, deve essere bella per forza dopo tutta ‘sta fatica, ma così bella, eh no, non eri pronto, davvero. O il manto di una pantera, ma è davvero così bello? Ma ha davvero quegli occhi? Non è la prima volta che capita nel raggio d’azione dei tuoi dispositivi visivi, eppure…
Ma più ancora, questa è la meraviglia che si prova di fronte a una vita che sboccia, che sembra ogni volta impossibile si possa fare davvero. Sembra una di quelle azioni da divinità, da libri di mitologia, e invece quella donna che hai davanti è la dea che ha compiuto l’impresa, e tu ti senti così inadeguato e trascurabile, e ogni tua impresa non ha più valore al cospetto dell’atto creativo della dea.

Ebbene, non siamo qui per occuparci del secondo tipo di meraviglia, ma del primo. Non dell’atto della divinità, ma dell’uomo.

Da piccoli, tra le prime cose da imparare per esercitare la memoria, ci sono i sette giorni della settimana. Le sette note musicali. I dodici mesi. L’alfabeto. La formazione del Milan.

Io preferisco le sette meraviglie del mondo antico. La piramide di Cheope, i giardini pensili di Babilonia, la statua di Zeus a Olimpia, il tempio di Artemide a Efeso, il Mausoleo di Alicarnasso, il colosso di Rodi, il Faro di Alessandria. Nomi sospesi tra la storia e il mito.

La grande piramide, accompagnata dalle due sorelle e soprattutto dalla sfinge (potremmo in effetti dire che l’intero complesso è un’unica, stupefacente meraviglia) è in effetti l’unica  che, pur soggetta a uno scorrer di tempo maggiore, è ancora lì nel deserto a far mostra dello splendore e della grandezza della quarta dinastia egizia, e dell’abilità del suo artefice, l’architetto Hemiunu cui è tradizionalmente attribuita.
Due meraviglie sono andate perdute, e di esse nulla ci rimane, tanto che ci si chiede ancora se fossero mito o realtà. Il colosso di Rodi, una gigantesca statua bronzea del dio Helios posta all’ingresso del porto dell’isola, dopo 56 anni dalla sua costruzione venne abbattuta da un terremoto, e ancora per 800 anni rimase sdraiata nell’acqua, fino a quando fu fatta a pezzi e “deportata” dagli arabi. I giardini pensili di Babilonia sono stati assorbiti dal tempo e dal mistero. Molte teorie sono state avanzate, e diversi edifici negli scavi dell’antica capitale sono stati identificati con la base dei giardini. Ma al giorno d’oggi gli studiosi non concordano praticamente su nulla, se non sul re babilonese Nabuccodonosor II, sotto il cui regno vennero edificati, a dispetto della tradizione che li attribuisce al volere della regina assira Semiramide.
Solo vestigia ci restano delle rimanenti 4 meraviglie.
Il Mausoleo di Alicarnasso, tomba del satrapo Mausolo, voluta e fatta erigere dalla moglie-sorella Artemisia, doveva suscitare un impressione grandiosa se ancora oggi il termine mausoleo si applica per i monumenti funebri. Il Mausoleo, alla cui realizzazione lavorarono gli artisti più importanti dell’epoca, come Prassitele e Skopas, venne abbattuto da un terremoto. La struttura in rovina venne definitivamente distrutta dai crociati, gente per bene rispettosa del culto e della storia.
Sempre in Asia Minore, ma nella città di Efeso, sorgeva l’Artemision, il grande santuario della dea Artemide. Venne edificato da re Creso, al quale la pecunia non mancava, e poi distrutto da un mitomane nel 356 a.C.… avete capito bene, venne distrutto da un mitomane, che desiderava passare alla storia, e il cui nome non riporterò per non contribuire nel mio piccolo alla perpetuazione della fama di quell’immenso idiota. Possa essere per sempre dimenticato, lui e la sua stirpe. Circostanza piuttosto curiosa, gli dei ci fecero la grazia di un evento in grado di offuscare il misfatto persino tra gli eventi salienti di quel giorno. Infatti in quelle stesse ore nasceva Alessandro Magno, l’uomo che avrebbe riscritto la geografia, la storia, la cultura e quantocazzo altro dell’Occidente e dell’Oriente.
Fidia, forse il più grande scultore greco, fu l’autore della statua di Zeus nel santuario di Olimpia. Un’immensa opera di avorio e oro, che rimase al suo posto per 800 anni prima di trovare l’ennesimo cazzone: in questo caso con buon proposito di conservarla, il funzionario bizantino eunuco Lauso la deportò nella sua collezione di arte pagana in un palazzo di Costantinopoli, che venne distrutto da un incendio portando con sé l’opera.
E finisco questa carrellata, che intendevo più rapida di quanto è stata, con il faro di Alessandria. Anche in questo caso si tratta di un’opera che ha finito per dare il proprio nome a tutta una categoria di oggetti, dacché il faro prende il nome dall’isola di Pharos su cui era posto. Anche qui il colpevole della distruzione fu un terremoto, come per il mausoleo e il colosso, e se parte della sua struttura venne utilizzato per la costruzione di un forte, molte pietre e statue sono state “conservate” per noi dal mare.

Ora, intanto possiamo dire che le sette meraviglie vennero codificate relativamente tardi nella sequenza che poi si è affermata, tanto che in precedenza molti altri elenchi di questo tipo erano stati tentati e mai ebbero una fortuna culturale come l’elenco classico. Possiamo dire che queste furono le meraviglie che erano in piedi tra il 250 e il 226 a.C., dacché solo per quei 25 anni furono tutte in piedi contemporaneamente, e questo è un dato davvero curioso, se pensiamo invece alla durata e al successo dell’idea di “sette meraviglie” e dell’elenco delle stesse.
Nel mondo antico ben altre e molte furono le meraviglie andate distrutte prima o edificate dopo quel venticinquennio, oppure che videro la luce in zone del pianeta troppo lontane. Penso alla porta di Ishtar di Babilonia, alla stessa Etemenanki, poi identificata con la torre di Babele. E poi la ziqqurat di Ur-Nammu ad Ur, le moschee di Samarcanda, Santa Sofia a Costantinopoli, i templi di Abu Simbel, Stonehenge, i moai dell’Isola di Pasqua, il complesso di Chichen Itza, le piramidi del sole e della luna a Teotihuacan, Macchu Picchu, Petra, il colosseo, la muraglia cinese, la città proibita a Pechino, Angkor Vat, il Taj Mahal, San Pietro, la cappella Sistina, i dipinti rupestri delle grotte di Altamira, il palazzo di Cnosso, il tempio di Salomone… tutte opere che destarono chissà quale riverenza e rispetto negli uomini dell’epoca, se ne destano ancora così tanto oggi. E chissà quante altre dobbiamo ancora identificarne, se le fortezze indo-arie dei Veda sono state localizzate solo nell’ultimo trentennio nell’area dell’Oxus.
Negli ultimi anni, poi, il desiderio di codificare altre liste di meraviglie è rispuntato, al punto che in occasione delle Olimpiadi di Atene 2004 fu l’Unesco a proporre una specie di sondaggio globale per scegliere una nuova lista.

Ma cos’è in definitiva una meraviglia? È un’opera che finisce per caratterizzare da sola 3000 anni di civiltà, come la piramide, oppure è semplicemente qualcosa che stupisce, costringendoti a sgranare gli occhi?
E quali opere moderne, degli ultimi centocinquant’anni, insomma, potrebbero a ben diritto essere definite meraviglie? Io vi do una mia lista, di sole sei meraviglie, con motivazioni. Gradirei vostri pareri e proposte, se volete. Perché il concorso dell’Unesco era ancora rivolto al passato, e quello che invece voglio capire io è quali delle opere del nostro tempo saranno ricordate tra duemila anni come le meraviglie dei nostri secoli.

1) La ISS. Di sicuro la Stazione Spaziale Internazionale si presta più di tutte le altre ad entrare nell’elenco. Intanto si tratta di una meraviglia che staziona in cielo, e questo le fa dare della merda a tutte le altre. E poi rappresenta lo spirito di comunità internazionale che permette di raggiungere traguardi incredibili. Poi si tratta di una meraviglia con scopi scientifici. E poi, accidenti, da lassù sì che la vista spacca il fiato.

2) La Tour Eiffel. Niente a che vedere come stupore in grado di suscitare e come meraviglia tecnica con la ISS. Ma è un simbolo. Cosa che la ISS non è riuscita ad essere, anche per questioni puramente estetiche. Rappresenta da sola una città e una nazione, e forse, fuori dall’Europa, è uno dei simboli più riconoscibili dell’intera Europa stessa.

3) La Statua della Libertà. Vale tutto quanto detto per la torre parigina, con in più lo spirito che rappresenta (una gemellanza di intenti e di obiettivi che le democrazie occidentali delle due sponde dell’Atlantico dovrebbero condividere, e non parlo di figa e petrolio).

4) Le Twin Towers del WTC. È vero, non ci sono più. E non erano poi nemmeno tanto belle. Torri alte, torri grosse, moderne, va bene. Allora sono più belle quelle di Kuala Lumpur, e di sicuro nei prossimi anni ne faranno di ancora più belle. Difficilmente, però, esisteranno mai due torri in grado di influenzare più di quelle del WTC, per la loro storia, la loro fine e quello che poi ne è conseguito, la storia del pianeta.

5) Il Nido d’uccello e il Cubo d’acqua. Con i giochi olimpici di Pechino 2008 la Cina, da paese emergente, ha iniziato ad affermarsi come potenza di primo piano del pianeta, iniziando di fatto la rincorsa agli Stati Uniti. Lo stadio e il centro acquatico, con il loro aspetto straordinario, hanno comunicato al mondo che la Cina ha soldi, ha potere, ha forza, ha stile, ha gusto, e non è disposta ad avere un ruolo secondario.

6) La Sagrada Familia di Gaudí. Iniziata a fine Ottocento e ancora in costruzione fino probabilmente al 2026, per un totale di 150 anni, è un’opera d’altri tempi. Anche perché cattedrali, ed opere religiose in generale, che siano state costruite nel nostro tempo e si mettano a sfidare opere di 400 anni fa, che ne sono poche.

Per le sette meraviglie antiche, vedi:
Peter Clayton e Martin Price, “Le sette meraviglie del mondo”

#10. Primati.

Quattro o cinque anni fa sono andato a Berlino. Allora era solo una città splendida, abitata da un sacco di gente giovane, soprattutto nella testa. Una città che non definirei multiculturale, ma berlinese, anche se abitata da gente proveniente da ogni dove. Una città sobria, certo, ma di quella sobrietà creativa, una sobrietà per scelta di linee estetiche pure ed essenziali, non la sobrietà data dalla mancanza di inventiva e dall’appiattimento mentale.

Berlino.

Berlino non era ancora percepita come la fredda e cinica, grigia e nera capitale tecno-burocratica dell’Europa delle banche. Era una città cui guardare per trovare scelte nuove, scelte originali, scelte impossibile. La città capace di unire – in modo armonico – in una chiesa imperiale devastata dalle bombe, lo stile antico e il moderno in vetro e ferro per la ricostruzione delle parti distrutte. La città che iniziava ad ottenere i primi grandi risultati nel campo dell’ecosostenibilità, con i suoi complessi residenziali energeticamente autosufficienti. Era la città dell’orsetto Knut, la mascotte del pianeta terra, se ci fosse un sistema solare in cui ogni pianeta ha una mascotte.

Knut nel frattempo è morto, e sembra che con lui sia morta la vivacità di Berlino. Sembra che il disincanto sia calato su una città, e un paese, che è tornato ad occuparsi di ferro e acciaio e carbone, e soprattutto soldi. E la città cui guardavamo in attesa delle impossibili riconciliazioni dei contrari, la città filosofale, è diventata quella che ci dice: «Non esistono soluzioni creative. Dovete sputare sangue (e merda, aggiungo io)».

Ma io mi sono innamorato dell’idea della Berlino che ho visto allora, e non dell’idea che, forte della sua pressione osmotica, sta passando le mie barriere celebrali e si sta a forza, nonostante la mia resistenza, installando nel mio sentire.
E così, in questi giorni, ho ripensato ai ricordi di quella città, alle ardite architetture del museo ebraico di Libeskind, all’insuperabile e sovrechiante fulgore della porta di Ishtar, conservata al Pergamon Museum, alla magnificenza dell’altare di Pergamo, alla sensazione indescrivibile di antico, di forza e di mito che sprigiona dalle mura di Uruk, alla gentile eleganza del busto di Nefertiti e alla fierezza di Pericle. Chissà se Pericle, Nefertiti, Enmerkar o Nebukadnezar, oggi, saprebbero fare meglio di frau Merkel e dell’eterogeneo miscuglio di ministri europei che sinceramente mi fanno una tremenda impressione.

Forse no, forse il mondo era estremamente più semplice allora. Eppure, secondo il mito sumerico, l’ingegnoso Enmerkar trovò una soluzione semplice e geniale, una soluzione creativa, a un problema di non inferiore complessità. Il sovrano di Uruk, alle prese con la diplomazia internazionale, prima di scendere in guerra con la civiltà di Aratta, instaurò un fitto dialogo tramite messaggeri. Ma arrivò ad un punto per il quale la complessità del messaggio e dei dettagli, nessun messaggero era in grado di ricordarlo e ripeterlo correttamente. La soluzione a noi sembrerà disarmante nella sua facilità, ma per il mondo dell’epoca non lo era, per niente: Enmerkar inventò la scrittura. Ora, è chiaro che si tratta di un mito, ma la mia sensazione è che se avessimo un Enmerkar all’apice delle gerarchie europee, ovvero qualcuno in grado di guardare il problema dall’altra parte, avremmo più possibilità d’uscita. E la soluzione sarebbe dura, forte, incisiva, come la scrittura cuneiforme.

La parola detta ha forma di chiodo, la sua struttura trafigge.
[“Enmerkar e il signore di Aratta”]

Ma dimentichiamo per un attimo la crisi, e, a fatica, dimentichiamo persino i sumeri, che paiono un leit motiv costante di questo blog, finora.Torniamo alla Berlino dei miei ricordi. E a Knut.
O meglio, a quella che per un po’ è stata casa sua, il gigantesco zoo di Berlino (e no, la droga non c’entra).
In questo superbo giardino zoologico (e giardino è una parola quanto mai azzeccata, visto che di gabbie se ne vedono davvero davvero poche) si possono incontrare animali che altrimenti vedreste solo in documentari. Il rinoceronte indiano. Il formichiere (da vedere: un cucciolo giocava con un inserviente dello zoo come fosse stato un cagnolino). La nutria (ok, quella è facile da vedere sulle sponde dei fossi della pianura eridanea).
Ma soprattutto, e qui finalmente diamo un senso a quel dannato titolo, scimmie, primati.

Da piccoletto non amavo le scimmie. Volevo un libro sulle malattie, e invece me ne regalarono uno sui primati, e fu un po’ una delusione.
Però lo zoo di Berlino ha dato un calcio in culo a quella miope prospettiva, e oggi vorrei sapere dove è finito quel libro.
Perché trovarmi faccia a faccia con Orango, Scimpanzé e Gorilla è stata per me un’esperienza traumatica: in definitiva sono troppo umani per vederli lì.
Vedendoli, guardandoli negli occhi, osservando i loro atteggiamenti, le loro mani (le loro mani! mani, non zampe), vedendo una scimmietta porgere la manina con un gesto tale e quale a un uomo che ti chiede l’elemosina, non ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un animale in gabbia, ma a un umano detenuto ingiustamente, senza colpa.

Ho sentito un richiamo genetico, vedendo un giovane orango fare degli scherzi a un vecchio “uomo dei boschi”, e letteralmente tirandolo scemo, vedendo il vecchio bussare alla porta degli inservienti pregando per un aiuto contro i lazzi del giovani intemperante, vedendo un gorilla in mezzo a un prato su una stuoietta, assiso come un maestro yogi, indicare se stesso con mistico e misterioso gesto.

C’è qualcosa di tremendamente sbagliato nel cacciare questi nostri simili, e credetemi c’è gente che lo fa. E qualcosa mi disturba nel vederli in uno zoo, ma questo mi è più facile da accettare, se può servire a capire le loro dinamiche sociali, comprenderle, e forse comprendere qualcosa di più sulle nostre. E c’è qualcosa di assurdo nel non credere che siamo parenti, perché basta guardarli. E chissà quale effetto potremmo provare di fronte a un neanderthaliano, o un homo erectus, creature con le quali la condivisione del patrimonio genetico era tale e tanta che oggi, trovandoceli d’innanzi, ci troveremmo di fronte al problema di dover riscrivere le nostre convinzioni circa la natura umana. Un impaccio dal quale forse nemmeno Enmerkar potrebbe trarci.

Colgo l’occasione per invitarvi a visitare il Museo Paleantropologico del Po, di San Daniele Po (CR)
questo il suo indirizzo internet: http://www.museosandanielepo.com/
e il blog The missing link

Infine vi segnalo l’esistenza del Great Ape Project, che porta avanti una battaglia per il riconoscimento di diritti umani per le grandi scimmie (e che ha già portato a risultati in alcuni paesi come la Nuova Zelanda, o regioni dotate di una certa autonomia legislativa, come le Baleari), in particolare:
1) Diritto alla vita

2) Protezione della libertà individuale

3) Proibizione della tortura
http://www.greatapeproject.org/

Chiudo con una fonte di tutto rispetto, per quanto concerne il mito di Enmerkar e il signore di Aratta, cfr. uno dei miei libri di archeostoria preferiti:
G. Pettinato, “Sumeri”.
Non vedevo l’ora di ascrivere (del tutto indegnamente) il professore tra le mie fonti.

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