Il canneto di Eridu

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«Il volo del pollo»

Un incontro inaspettato nelle lande fluviali della piana del Po.

Un mattino freddo e nebbioso è un gran bel modo per iniziare una giornata di merda.
Quel giorno, invece, la visibilità superava il gigametro, il cielo era impareggiabilmente limpido, la temperatura era ideale per la nascita della vita e un soffio ridestante si insinuava tra i pori correndo a fustigare i recettori nascosti tra i sentieri delle impronte digitali: purtuttavia era una giornata di merda.
Sfogavo l’arrogante scuderia della mia Ritmo Abarth sull’asfalto, cercando orgogliosamente di dare il mio quotidiano contributo al deterioramento del pianeta, seguendo alterne muse.
Cercavo qualcosa in grado di impedirmi di pensare, perché in questo cupo neo-medioevo pensare è un’eresia. È un’attività che ti rende consapevole: poi va a finire che non te la spassi, ed è peculiarità delle giornate di merda quella di essere ricolme di cattivi pensieri e vuote di spasso.

Oltre il limite delle strade perenni, tra argini ignoti, vidi una cascina disabitata e cominciai, incuriosito, ad aggirarmi nell’aia, sotto i portici e nei pressi del torrione d’angolo, afflosciato dalla perdita di qualche pietra. Cercavo il motivo, nascosto nella natura stessa del posto, dell’abbandono.
Osservando vecchie falci, paganti pegno alla ruggine, e vecchi trattori silenti, mi sembrava di essere inseguito da voci di contadini di un secolo fa che si preparavano a mietere il grano. Mi sembrava addirittura solido lo stupore dei bambini che vedevano per la prima volta un mare d’oro, non avendo idea di cosa potessero fare i grandi per uno zampillo d’oro vero. Mi sembrava: sì, certo, perché nulla, né voci, né oro, né stupore, era rimasto, se non qualche attrezzatura che come un fossile pareva sforzarsi di raccontarmi il suo tempo.
Il mio lungo, e ben presto mesto, girovagare mi portò alla fine a piantare i piedi a una dozzina di decimetri dal pollaio.
Era anch’esso deserto, spopolato, ma anch’esso parlava, narrando di galline, pulcini, becchime, scagazzate, di un gallo, dell’occasionale incursione di una faina. Tutto questo ondulava però solo come un’eco nella mia mente e nel reale era solo, forse, un fantasma.
– Ciao!
Guardai il pollo che mi aveva appena salutato.
– Ciao! – ripeté il pollo – non è che mi aiuteresti?
Dovevo sembrare davvero un imbecille, in piedi a un metro e venti da un pollaio, completamente inebetito, mentre credevo di guardare un pollo parlante.
– Perché mi fissi così? È forse peggio un pollo che parla rispetto a un uomo che nemmeno sembra in grado di farlo?
Pareva vantare un diritto di proprietà sulla ragione, quindi mi impegnai nella produzione di fonemi accostati con vago ordine ed elementare coerenza:
– Scusami! Però converrai con me che non è comune incontrare un pollo parlante, quindi il mio smarrimento iniziale è giustificato.
– Vero… Però anche tu cerca di comprendere la mia impazienza: sono chiuso qui da tantissimo tempo e non riesco ad evadere… per di più la scorta di becchime sta per finire!
Avevo quindi un problema da risolvere: aiutare il pollastro. Questo avrebbe scosso la mia mente, finora troppo tesa a rincorrere ricordi inconsistenti, e mi avrebbe distolto dai miei metapensieri del tutto autodistruttivi.
Cercai di spaccare la rete metallica, ma essa si oppose alla mia azione con fastidiosa tenacia. Provai a forzare il lucchetto che chiudeva la porta, ma anche l’intelligente dispositivo di chiusura si rivelò un avversario insidioso.
Decisi di provare a costruire una specie di pontile per passare di là ed aiutare il pollo dall’interno. Il primo masso da spostare, che avrebbe costituito la base del mio terrapieno per accedere all’inarrivabile Masada del pollaio, oppose però una poco docile inerzia ai vettori applicati, consigliandomi una savia resa.
– Ehi pollo, la vedo bigia.
– L’hai detto. Che si può fare? Prova con la falce! Forse con quella riesci a rompere la rete!
Lo sforzo fu inutile.
– Prova con la macchina, magari riesci a sfondare la porta.
Lo sforzo fu non solo inutile, ma anche dannoso: danneggiò infatti irrimediabilmente l’antinebbia destro della feroce Ritmo Abarth.
– Prova a testate…
Lasciai rivoli di sangue sul lucchetto.
– Mi spiace – dissi allora al pollo – ma io qui da fuori non posso fare niente per te, non riesco proprio ad aiutarti. Non so cos’altro tentare…
– Parli bene tu… ma nei guai ci sono io…
Stizzito, anzi, incazzato mi rivolsi allo spiedabile:
– Senti pollo, sei un individuo? Pensi? Parli? Recita il tuo destino: solo tu puoi uscire da lì, solo tu puoi volare via!
Il pollo mi guardò con un’espressione da pollo che ti guarda.
Poi prese un po’ di rincorsa e spiccò il volo, superando il recinto e volando via.
Lo salutai agitando la mano, risorta dal vento tra i pori. Lo salutai un po’ più contento, con l’affetto dovuto a chi trova una nuova via di salvezza, con l’affetto con cui va salutato chi prende in mano la vita e non la usa per cantare proverbi dal profondo della sua cantina, ma vive!
Poi tornai a casa e presi una zuppierata in testa per l’antinebbia rotto.

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