Il canneto di Eridu

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«Tre spade vestite»

Tempo fa, nell’autunno del 2003, quando per intenderci ancora non sapevamo della crisi, l’Italia doveva ancora vincere i mondiali in Germania e le barzellette sull’Inter facevano ancora ridere, scrissi questo strano pezzo, strutturato su tre mini-raccontini. Ciascuno dei mini raccontini ritrae un personaggio del folklore medievale europeo. Per la precisione un arciere, un cavaliere, un re. I temi sono molti, spesso esistenziali, e comunque ognuno ci trova un po’ la fava che gli pare.
Segnalo il buon compagno di viaggio nella blogosfera TalaMax, che nella sequenza “Megalomartire” ha ritratto una delle figure tratteggiate nel racconto.

Will Scarlett

– Little John, piantala di spaccare legna – gli grido una volta – o per sera siamo gli “Allegri Compagni della Radura”…
– Ohi Will – fa lui – mi serve legna per le trappole e la palizzata di Robin.
Metto giù l’ultimo bottino (un culatello) e mi sdraio tra le felci a tirare il fiato.
– Sai John, sono un po’ stanco di questa faccenda…
finisco per dirgli, e quello mi guarda come un mulo che non capisce perché cazzo lo vuoi spostare da lì, che ci sta così bene:
– Non avrai intenzione di tradire la fiducia di Robin… e la nostra!
– Potrei? Combatto insieme a voi da sempre, anche se non capisco ancora tutto bene – e stacco coi denti un trancio di bottino, per vedere se finché non è andato giù la vita torna bella – è solo che sono stanco di questa vita.
– Mi preoccupi. Non sarai diventato un vigliacco…
Gli faccio lo sguardo più truce che mi viene, di quelli che sai bene, e gli rinfaccio subito:
– Ho sfilato quel culatello dalla tavola dello sceriffo non più di quaranta minuti fa. Il mio coraggio è sempre quello di una volta.
– Capisco… allora hai solo bisogno di riposo. Fermati un paio di giorni, fai un giro al mare. Tornerai nuovo!
Ci avviamo verso la dispensa di Fra’ Tuc, dall’altra parte del villaggio.
– Non so, John. Mi sento fuori posto. Comincio a pensare di non essere fatto per questa vita. Forse non sono ribelle dentro.
– Sciocchezze – mi risponde – sei solo più fiacco del solito, ecco tutto.
A due rimbalzi di cinghiale dalla dispensa decide che non ne ho abbastanza e ritrova la parola:
– Senti: sei uno dei più tosti dopo me e Robin. Prendi esempio da noi, ritrova la voglia di combattere per gli ideali. Ritrova te stesso, il piacere di rubare a quei nobili schifosi! Robin non si abbatte, è la nostra bandiera, è lui che devi guardare nei momenti difficili. Robin non si siede in disparte, sgonfio come i pani dei preti, a dire che vorrebbe essere un altro: si alza e va a fare ciò per cui tutti lo ammiriamo e lo consideriamo il più grande, la nostra speranza!
Arriviamo alla dispensa, lì incontriamo proprio Robin Hood che si cala una birra.
– Sapete ragazzi – dice – sono un po’ stanco di questa faccenda.

Sangiorgio

– Muoviti, futura bresaola equina! Cammina, montagna di bistecche incollate sull’anima di un tacchino!
Tiravo per le briglie quella bestia di rara stupidità, sudando insulti in quaranta centimetri d’acqua e chissà quanti di melma.
Mi ero liberato di parte dell’armatura per evitare di diventare una tana di zanzare e rane, e dello scudo che pesava come mio zio, ma continuavo a trascinare cavallo, corpo e impresa verso la meta, verso lo scontro con il serpente.
La spada fremeva, fremeva la mano e anche la pelle, ma più che altro per le dozzine di sanguisughe che raramente avevano visto tanta carne. Qualche albero rinsecchito sembrava chiedermi di portarlo via, i rami come dita troppo fragili per afferrare una pagnotta e tirare avanti, le rughe della corteccia come ghigni da morto.
Il mio cavallo, Abarth, non ne voleva sapere di avanzare… non era morso dalla mia stessa rabbia: non aveva mai sentito i racconti di quello che aveva fatto il Drago, non aveva mai sentito di come dava fuoco ai campi, di come uccideva i bambini sbranandoli ancora urlanti, di come rapiva le giovani donne dei villaggi dopo averne bruciato speranze e sposi. Non sapeva, quel cavallo, quanti organi erano stati strappati alle guardie dalla bestia, e distribuiti come un quadro del diavolo sul giardino di corte, il giorno che aveva rapito la principessa, come non mancavano di raccontare i menestrelli del Re!
Non poteva sapere, quello stupido cavallo, come stavano veramente le cose! Era mio l’intestino che soffriva come stretto tra i ferri del boia, era mio lo stomaco che a ogni racconto di devastazioni del mostro veniva aperto dalla ruota dentata della macchina da tortura.
E così avanzavo, sbuffando e spezzando rami già spezzati, mentre del limo sterile prendeva il posto della cartilagine nelle mie caviglie, mentre il pugno bramava di infilare ferro nel Drago, come volevano i sacerdoti.
Potete quindi immaginare il mio disappunto quando nella caverna fronteggiai me stesso.

Re Artù

– Parsifal, putrido pezzo di grasso! Quanto diavolo di tempo è passato? Sapessi, ne sono successe di cose da quando sei partito! E tu? Ti vedo sbattuto.
Hai trovato il Graal?
Si lo cerco anch’io, ti sembra strano? Non può il re cercare la sua cura?
No, mi spiace, non ho notizie utili da darti su come trovarlo.
Eh si, lo so bene, non è una cerca facile.
Si ho già incontrato Galvano e Lancillotto, loro sono convinti di esserci andati vicini. Anche Ivano.
Mah. Chi ci crede.
Un calice? Può darsi.
Chi lo sa come è fatto il Graal.
Secondo me è diverso a seconda di chi lo cerca, sempre che esista davvero.
Su dai, non ti incazzare…
Ma quale bestemmia? Non crederai veramente alle balle su Giuseppe d’Arimatea!
Certo che non ci credo, io. Il Graal è qualcosa di molto più inafferrabile di una scodella da osteria.
È la risposta a un bisogno. È il colmare quella assenza che tutti sentiamo, il Graal è quella felicità che continuamente cerchiamo e non troviamo.
È un po’ come il domani: ogni giorno lo rincorri, verso mezzanotte ti sembra quasi di toccarlo… ed ecco che di nuovo è a un giorno di distanza.
Ovvio, la penso proprio così. Non so se lo troverai, di sicuro non sarò io a farcela.
Oh, taci! Ancora quella storia sulla purezza… ti prego! Anche i bambini sono tristi. Anche a loro è impedito l’accesso al Graal.
Si vabbeh, raccontami ancora del peccato originale. Taci! Cosa ha fatto di male un infante? Nulla. A parte nascere. Quindi non ha peccato né meritato alcuna infelicità: non deve pagare le tue colpe. Ci sono generazioni di peccatori che scaricano il loro letame sui campi della coscienza dei nascituri sotto forma di Peccato Originale!
Parsifal, lo sai, sei proprio un pezzo di grasso: a che ti serve un Graal. Ma vuoi che conti il tuo sforzo per me, per Artù? Oh no, no che non conta! Se voglio il mio Graal sarò io a dovermelo cercare, dovrò essere io a sanare le mie ferite. Taci Parsifal, non versare liquami nelle mie orecchie, non dire cazzate, taci!
– Veramente da quando ci siamo incontrati non ho ancora parlato…

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