Il canneto di Eridu

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Almanacco, X

Decima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
23 ottobre 2012

Oggi per l’astrologia tradizionale (una delle cose in cui credo di meno in assoluto, forse ancora meno che nell’omeopatia, anche se di più che alle teorie sull’allunaggio simulato e mai realizzato) entriamo nel segno dello scorpione. Siccome, come detto, per me sono tutte minchiate divertenti solo per avere un simboletto da far incidere sulle medagliette, lo scorpione di cui parleremo è ben altro.

Se avete letto i miei racconti, infatti, avetedi certo notato una presenza ricorrente: la Ritmo Abarth. È stata la mia prima auto (la prima auto mia, non che ho guidato in assoluto), usata, anche se non era proprio la 120 Abarth ma la 105 TC, mascherata da Abarth con scorpioni ovunque. La differenza in potenza c’era, ma trascurabile.
Ora, pur deprecando in tutte le sue manifestazioni e forme la subcultura truzza, quella macchina mi è rimasta in un certo modo dentro, per cui non riesco mai a guardare col giusto sopracciglio alzato le auto da truzzi, le ibiza viola coi vetri neri, le golf con i neon sotto, quelle che appena accendono l’autoradio spostano le rose e i tulipani dall’ombra dei fossi.

Lo so, lo so che dovrei dire che sono bare ambulanti (e lo sono) e che se ne trovano a montagne dagli sfasciacarrozze sul bresciano (e sono mezzedistrutte prima di arrivare, in genere). Ma faccio fatica.

Ora, qual è stata la vostra prima auto? Ne serbate un buon ricordo?

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«Il volo del pollo»

Un incontro inaspettato nelle lande fluviali della piana del Po.

Un mattino freddo e nebbioso è un gran bel modo per iniziare una giornata di merda.
Quel giorno, invece, la visibilità superava il gigametro, il cielo era impareggiabilmente limpido, la temperatura era ideale per la nascita della vita e un soffio ridestante si insinuava tra i pori correndo a fustigare i recettori nascosti tra i sentieri delle impronte digitali: purtuttavia era una giornata di merda.
Sfogavo l’arrogante scuderia della mia Ritmo Abarth sull’asfalto, cercando orgogliosamente di dare il mio quotidiano contributo al deterioramento del pianeta, seguendo alterne muse.
Cercavo qualcosa in grado di impedirmi di pensare, perché in questo cupo neo-medioevo pensare è un’eresia. È un’attività che ti rende consapevole: poi va a finire che non te la spassi, ed è peculiarità delle giornate di merda quella di essere ricolme di cattivi pensieri e vuote di spasso.

Oltre il limite delle strade perenni, tra argini ignoti, vidi una cascina disabitata e cominciai, incuriosito, ad aggirarmi nell’aia, sotto i portici e nei pressi del torrione d’angolo, afflosciato dalla perdita di qualche pietra. Cercavo il motivo, nascosto nella natura stessa del posto, dell’abbandono.
Osservando vecchie falci, paganti pegno alla ruggine, e vecchi trattori silenti, mi sembrava di essere inseguito da voci di contadini di un secolo fa che si preparavano a mietere il grano. Mi sembrava addirittura solido lo stupore dei bambini che vedevano per la prima volta un mare d’oro, non avendo idea di cosa potessero fare i grandi per uno zampillo d’oro vero. Mi sembrava: sì, certo, perché nulla, né voci, né oro, né stupore, era rimasto, se non qualche attrezzatura che come un fossile pareva sforzarsi di raccontarmi il suo tempo.
Il mio lungo, e ben presto mesto, girovagare mi portò alla fine a piantare i piedi a una dozzina di decimetri dal pollaio.
Era anch’esso deserto, spopolato, ma anch’esso parlava, narrando di galline, pulcini, becchime, scagazzate, di un gallo, dell’occasionale incursione di una faina. Tutto questo ondulava però solo come un’eco nella mia mente e nel reale era solo, forse, un fantasma.
– Ciao!
Guardai il pollo che mi aveva appena salutato.
– Ciao! – ripeté il pollo – non è che mi aiuteresti?
Dovevo sembrare davvero un imbecille, in piedi a un metro e venti da un pollaio, completamente inebetito, mentre credevo di guardare un pollo parlante.
– Perché mi fissi così? È forse peggio un pollo che parla rispetto a un uomo che nemmeno sembra in grado di farlo?
Pareva vantare un diritto di proprietà sulla ragione, quindi mi impegnai nella produzione di fonemi accostati con vago ordine ed elementare coerenza:
– Scusami! Però converrai con me che non è comune incontrare un pollo parlante, quindi il mio smarrimento iniziale è giustificato.
– Vero… Però anche tu cerca di comprendere la mia impazienza: sono chiuso qui da tantissimo tempo e non riesco ad evadere… per di più la scorta di becchime sta per finire!
Avevo quindi un problema da risolvere: aiutare il pollastro. Questo avrebbe scosso la mia mente, finora troppo tesa a rincorrere ricordi inconsistenti, e mi avrebbe distolto dai miei metapensieri del tutto autodistruttivi.
Cercai di spaccare la rete metallica, ma essa si oppose alla mia azione con fastidiosa tenacia. Provai a forzare il lucchetto che chiudeva la porta, ma anche l’intelligente dispositivo di chiusura si rivelò un avversario insidioso.
Decisi di provare a costruire una specie di pontile per passare di là ed aiutare il pollo dall’interno. Il primo masso da spostare, che avrebbe costituito la base del mio terrapieno per accedere all’inarrivabile Masada del pollaio, oppose però una poco docile inerzia ai vettori applicati, consigliandomi una savia resa.
– Ehi pollo, la vedo bigia.
– L’hai detto. Che si può fare? Prova con la falce! Forse con quella riesci a rompere la rete!
Lo sforzo fu inutile.
– Prova con la macchina, magari riesci a sfondare la porta.
Lo sforzo fu non solo inutile, ma anche dannoso: danneggiò infatti irrimediabilmente l’antinebbia destro della feroce Ritmo Abarth.
– Prova a testate…
Lasciai rivoli di sangue sul lucchetto.
– Mi spiace – dissi allora al pollo – ma io qui da fuori non posso fare niente per te, non riesco proprio ad aiutarti. Non so cos’altro tentare…
– Parli bene tu… ma nei guai ci sono io…
Stizzito, anzi, incazzato mi rivolsi allo spiedabile:
– Senti pollo, sei un individuo? Pensi? Parli? Recita il tuo destino: solo tu puoi uscire da lì, solo tu puoi volare via!
Il pollo mi guardò con un’espressione da pollo che ti guarda.
Poi prese un po’ di rincorsa e spiccò il volo, superando il recinto e volando via.
Lo salutai agitando la mano, risorta dal vento tra i pori. Lo salutai un po’ più contento, con l’affetto dovuto a chi trova una nuova via di salvezza, con l’affetto con cui va salutato chi prende in mano la vita e non la usa per cantare proverbi dal profondo della sua cantina, ma vive!
Poi tornai a casa e presi una zuppierata in testa per l’antinebbia rotto.

«La festa della fine del mondo»

E dopo tutto questo parlare di millenarismo, di maya, millennium bug e fine del mondo, ho pensato che questo vecchio racconto è quanto di più “in tema” abbia prodotto.

Bella festa. Ben fatta. Più di metà erano donne. Sullo spiaggione saremo stati più di un migliaio. Cinquecento donne, in effetti, già basterebbero a dar senso a una festa, ma come unica nota non rendono giustizia a quello che sarebbe comunque stato l’evento di sempre, o meglio, di mai più.
Era infatti la festa della fine del mondo, la festa dell’ultimo giorno, un ultimo dell’anno ad infinita potenza, ed era qui, a due minuti di Ritmo Abarth da casa mia, sullo spiaggione del Bosco.
Gli organizzatori avevano piazzato verso est un grande schermo con le immagini di Al Jazeera in diretta dalla valle di Josafat. Fin dagli inizi della serata, quando da noi il tramonto arrossava il grasso crepitante degli spiedini sulle griglie, là si lavorava ordinatamente, per preparare il gran finale di tutto.
Dallo schermo si poteva vedere il cielo della Terrasanta infuocato dai primi diavoli, seguiti da angeli in oplitiche schiere alate. Altre inquadrature in tachicardica successione mostrarono un brulichìo di creature intente a sciogliere burocratismi, come la rimozione dei sette sigilli o lo scioglimento dei quattro angeli legati sulle rive dell’Eufrate.
Proprio un bel lavoro, quelli della sezione video… le immagini erano nitide e senza difetti di trasmissione. Molti si sedettero a seguire la diretta, invece di andare in giro con la sabbia nelle scarpe cercando l’ultima ragazza.
– Ciao… non guardi la diretta?
– La sto registrando a casa, magari la guardo domani.
L’idiota. Zonzai altrove.
Un enorme palco, affiancato da ben più enormi altoparlanti, era calcato con tracotante veemenza da una mezza dozzina di stuprastrumenti, con corde di basso elettrico che volavano come rondini centrate da una scarica di mitra.
Sudando in coro, un centinaio di giovani locali puzzava la propria da sempre ben celata vitalità, proprio il giorno in cui c’era di tutto, meno che vita, a disposizione, sui tavoli del buffet.
Un numero di ostica determinabilità (ma sicuramente eccessivo) di palloncini a basso costo, come in un profetico antinferno, correva a destra e a sinistra, seguendo ritmicamente l’alito della folla, spallonando in un’ebbra festosità altimetrica in attesa di un mozzicone mal spento, di una puntina, di un coglione bramante di calpestare qualcosa. Sembravano quasi persone.
Il caldo mi fece propendere per un rapido allontanamento, in direzione di alcuni facinorosi che avevano preso possesso di una piccola autocisterna dei pompieri, in zona perché non si sa mai, e si apprestavano a “fare gli scherzi”. Che bello.
Ben conoscendo l’esito finale (ovvero che sarei finito vittima, magari di rimbalzo, di qualche stronzata) frapposi tra me e loro un più che rassicurante intervallo, ripassando davanti allo schermo. Stavano convocando i primi per il Giudizio Universale, giusto poco dopo che la donna aveva schiacciato col tallone la testa del drago: che effetti speciali… altro che Matrix…
Appena un paio di unità di tempo dopo che un tale fu dannato per l’impronunciabilità del cognome, il cuoco della grigliata, votandosi al martirio, gridò:
– Gli spiedini sono cotti!
Venne assalito da un manipolo di esaltati che lo scuoiarono razziando mangiabilia e non. Cercai anch’io di rimediare uno spiedo ma i danni riportati furono di gran lunga superiori ai benefici.
Un mitomane, per chiudere in bellezza, gridando – largo a Belial! si diede fuoco e si mise a correre in mezzo alla gente, finendo poi ingloriosamente spento nel gabinetto mobile.
In una zona appartata, velata da una luce minacciosamente soffusa, ambosessi chiacchiericciavano risolinando in maniera vagamente beota, romanticosamente vicini. Veniva servita dell’anguria con vodka ghiacciata, secca. Ne favorii in abbondanza.
Voci sfuggite ad ogni guinzaglio portavano notizia di condanne di massa dalla valle del Giudizio, con inutili tentativi di corruzione nei confronti di giurie per nulla inclini al compromesso.
Fu il panico: vincitori e vinti, fottuti e fottenti, nessuno poteva sentirsi sicuro dell’esito finale, tutti cominciarono a contare le buone azioni a credito.
Nuove voci, nuove follie: amnistia di massa. Tutti con bottiglia in mano in una doccia di spumante leggermente aromatizzato alla triglia.
Quanto a me continuavo a godermi la serata, almeno l’ultima, osservando i miei simili che cercavano di divertirsi ed attendevano con angoscia l’ora in cui sarebbero stati chiamati.
Per raggirare il tempo qualcuno mise in piedi una partita di calcetto.
Gioco anch’io! Testa o croce. Testa, palla nostra. Ragazzi tre in difesa. Io gioco a sinistra! Passa, cerca di smarcarti. Ma no, come si fa a sbagliare così! Ma dai, sei un maiale!
Ad un tratto arrivò uno degli organizzatori:
– Piantatela che se mi perdete il pallone domani mio fratello si incazza.
A nulla valsero le proteste di chi gli ricordava che probabilmente il “domani” non sarebbe mai arrivato, così la partita venne rinviata a data non destinabile.
Ripassai davanti allo schermo.
– Marco Delmiglio!
– Merda… tocca a me…

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