Il canneto di Eridu

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#62. Saggi.

Storpio non è un insulto. È una parola bellissima.
Deriva dal greco, «storpieus», che vuol dire «saggezza».
[Corrado Guzzanti, alias Gabriele La Porta, alias Corrado Guzzanti]

Lo so, lo so. Con la politica sto cercando di smettere. Che poi finisce che uno si illude di poter cambiare il mondo e gli viene il magone doppio quando si accorge che era un’illusione. Però che volete farci, sono un uomo senza qualità: mi appassiono di tutto ma di niente abbastanza per restarci ancorato, e quindi sono costretto di tanto in tanto, nel mio peregrinare, a tornare a ognuna delle mie passioni, per vedere se qualcosa è cambiato e come, e per riappassionarmi.
Purtroppo mi succede anche con la politica, anche se a dire il vero era molto che riuscivo a starne (abbastanza lontano). Detto questo, tra tutte le mosse politiche belle, meno belle, illusorie, realistiche e infami, ma soprattutto tra quelle infami, ho notato che la politica mi fa ancora incazzare come una volta. E questo, per esempio, non succede coi sumeri. O con la letteratura arturiana.

Detto questo, procediamo spediti fuor di metafora verso l’obiettivo del tema di oggi (ed era ora, che di temi su questo blog se ne vedono ultimamente sempre meno, e pare che l’Almanacco e il Canneto tendano a diventare la stessa cosa, che è male). Ovvero, dato che il Nostro Magnifico Presidente (quello che disapprovare è peccato) ha ideato la figura dei dieci saggi, e che questa cosa fa molto sporca dozzina, e mi piace, ma visto che i personaggi che ha scelto sinceramente non mi danno alcun brivido (e alcuna rassicurazione politica), e visto che i suddetti saggi, che parevano già dimenticati, stanno tornando d’attualità come possibili ministri, ecco giunto il momento di scendere in campo… ehm, di salire in cattedra… vabbhèccheccazzo, ci siamo capiti, tocca a noi.

Ma, naturalmente, tocca a noi come si intende sul Canneto, con pieni poteri, in lungo e in largo, pescando in ogni epoca e in ogni storia vera o immaginaria. Troviamo dieci saggi che salvino il paese, attingendo a piene mani da dovunque, quandunque, comunque e merdunque. Dieci saggi, dieci consiglieri, dieci guide per un paese allo sbando.

Per parte mia comincio col dire chi non ci metterò: contro ogni previsione (vostra) non ci metterò Merlino, perché il regno che lo vedeva consigliere è finito decisamente male, e quindi non mi pare il caso. Vero, l’ha tenuto in piedi per un po’, ma di fatto è stata la durata di una generazione. No, Merlino, torna a casa, stavolta non tocca a te.

1) Primo problema che prendo in analisi: l’Europa. Quello che ci mettiamo, per risolvere anche (ma non solo) questo problema, è Pericle, politico a tutto tondo dell’epoca d’oro di Atene, l’Atene del V secolo. Un uomo al comando in grado di dare un’impronta culturale di altissimo livello, con una visione strategica ampia sul ruolo del suo paese sullo scacchiere internazionale, e in grado di discutere alleanze internazionali vantaggiose (la Lega Delio-Attica può essere vista come l’UE di allora?). Direi che è l’uomo giusto alla guida dei dieci saggi. E poi ci vedo bene anche un’acropoli, qui a Eridu.
2) Passiamo al secondo. Al giorno d’oggi credo che il giornalismo in Italia sia molto, molto, molto scadente e decadente, e abbia l’assoluta necessità di tornare alla sua funzione primigenia. Non deve sorprendere quindi la mia seconda scelta, con un altro personaggio essenziale: Enmerkar, il re della città stato sumerica di Uruk, protagonista di una delle saghe più antiche dell’umanità (Enmerkar e il signore di Aratta). Enmerkar, nell’epica sumerica, tra i vari meriti semidivini, ha quello di aver inventato la scrittura. Questo sì che vuol dire riportare il giornalismo alle origini.
3) Terzo problema, terzo saggio. Io non ho idea di quale possa essere la causa e quale la soluzione, ma è evidente che l’Italia di oggi ha delle difficoltà ad affrontare il tema della giustizia. In passato già più d’uno si è cimentato con il problema di dover far funzionare meglio questa fondamentale macchina dello stato, ma quello che ha risolto meglio il problema mi pare sia stato un re cassita, dinastia ed etnia a quell’epoca al governo di una città destinata a diventare, nel giro di una generazione, egemone della sua zona. Mi riferisco ad Hammurapi di Babilonia. Hammu, sei dentro. Bella storia il codice.
4) E subito a seguire occorre riordinare e semplificare il complesso e intricatissimo insieme che costituisce il nostro regolamente comune, quel corpus che va sotto la definizione di 4 codici (civile, penale, di procedura civile, di procedura penale). Anche qui ci vuole un regnante, e vado a pescare un imperatore bizantino, in grado di riunire la cultura greca, il diritto romano, le grandi tradizioni dell’oriente: mi riferisco a Giustiniano, padre – anzi, per la precisione, mandante – del Corpus Iuris Civilis.
5) Quinto problema quello che più i giornali paiono sentire, quello legato allo spread, al debito pubblico, ai titoli di stato. Chi frequenta questo blog ha, di sicuro, già intuito quale sarà il quinto saggio. Non può che essere una figura autorevole che ha risolto in maniera originale un problema affine a quello che si trova ad affrontare l’Italia in questo periodo. Perché occorre colpo d’occhio, intuizione, e pensiero laterale, per trovare soluzioni nuove e scorciatoie interessanti. L’uomo giusto è il Re di Francia Filippo il Bello, con la sua soluzione (finale) al problema del debito pubblico. Con buona pace dei templari.

Con Filippo il Bello si completa il primo dei due sottogruppi, i 5 saggi nobili. Si tratta infatti di 5 regnanti, che devono insegnare ai nostri politici come risolvere i grandi problemi dello stato. I prossimi saranno i 5 saggi civili, 5 persone incaricate di ristabilire unità di intenti tra dipendenti (i politici) e sovrani (il popolo).

6) Sesto saggio assoluto, e primo tra i saggi civili, è di nuovo un greco (la Grecia ha in casa la soluzione a qualsiasi crisi): Socrate. Sì, Socrate. Perché occorre ripartire dalle scuole, occorre ricominciare a insegnare ai giovani qualcosa, ricostruire il paese partendo dal futuro. Questo pagherà senz’altro. Ma per farlo, occorre “corrompere l’animo dei giovani ateniesi”, insegnare in un modo nuovo, insegnare il rispetto delle regole condivise anche quando sono ingiuste, e lottare per cambiarle.
7) E mentre scrivo di corsa, per anticipare l’incarico di un presidente del consiglio reale, e per questo così banale, eccomi balzare all’occhio il fatto che tutti i saggi fin qui nominati risalgono a epoche molto lontane. Forse i loro meriti mi appaiono più grandi perché lontani, o forse i loro aspetti negativi sono più facilmente oscurabili, al netto di epoche storiche considerate “infanzia dell’umanità” e per questo analizzate con una certa (e ingiusta) indulgenza. Ma occorre sporcarsi un po’ di più le mani e arrivare più vicini ai giorni nostri, per poter essere portatori di palle. E così introduciamo il settimo saggio. Serve qualcuno da dedicare alla pacificazione sociale, qualcuno per tenere a freno la popolazione mentre si cercano soluzioni, e quel qualcuno non può che avere una grande anima. Benvenuto a bordo, signor Gandhi.
8) Tra i temi scottanti del paese ci sono le infiltrazioni. Infiltrazioni della delinquenza nelle istituzioni, delle istituzioni nelle imprese private, delle imprese private nella cosa pubblica, insomma, nessuno sta al suo posto. Serve un’azione moralizzatrice della cosa pubblica. Serve un’etica civile. Confucio è il nome che scelgo, senza alcun indugio, per questo ruolo. Del resto la sua vita e i suoi insegnamenti hanno portato un po’ di luce nell’epoca “delle primavere e degli autunni”, un’epoca difficile di instabilità politica e corruzione, di guerre tra poteri feudali, insomma, è ottimo per i giorni nostri.
9) Tutti uomini, finora. Invertiamo subito la tendenza: gli ultimi due saggi saranno donne. Inseriamo Florence Nightingale, come super-consulente per la sanità (e così torniamo anche in un’epoca più recente). È ora che gli ospedali facciano gli ospedali, e non le aziende. E siano organizzati in maniera scientifica, efficiente, e caritatevole. Non su principi basati su e solo su rigide regole economiche. La Nightingale è stata la prima a farlo, può rifarlo anche oggi che la sanità ha preso una brutta strada.
10) Chiudiamo con un personaggio fondamentale. Da che mi sono attenuto a personaggi storici, a personaggi storici (o pseudo-storici) rimango ancorato. Ma ciò che manca in questo elenco sono gioventù, ardimento, coraggio, pazzia, capacità di stravolgere gli schemi con azioni sconsiderate e incapacità di accettare passivamente un destino ingiusto e nefasto. È vero, non è ciò che normalmente si chiama “saggezza”, ma serve, al pari della saggezza, per togliere dalla merda lo stato. E se queste qualità si uniscono a un radicato senso di appartenenza, ecco che abbiamo Clelia, la giovane romana fuggita dalla prigionia etrusca del re Porsenna.

Ecco fatto. Ho nominato i miei dieci saggi. Ora potete nominare i vostri, ma per ognuno che inserite, dovete anche dirmi uno dei miei che volete togliere…

#55. Giocavano.

Lo ricordo come fosse accaduto ieri, e invece era una mattina di parecchi anni fa. Ma parecchi, sul serio. Più di venticinque, più di un quarto di secolo.

È uno dei ricordi più vividi dei tempi delle scuole elementari. Insieme a una gomma bianca e grigia che avevo in mano mentre stavo piangendo ancora qualche tempo prima (non ho altri grandi ricordi di quell’evento, è un’immagine che ho in testa). Insieme a un adesivo della bandiera della CEE regalatoci dalla maestra (che aveva un fratello giornalista a Strasburgo). Insieme al primo giorno di scuola, quando dopo un paio d’ore volevo mangiare la merendina che mi aveva dato la mamma, perché avevo fame e nessuno mi aveva detto che c’era l’intervallo, per mangiarla, e all’appunto della maestra (“mangi dopo, con tutti gli altri”) mi chiedevo se dovevo aspettare che avessero proprio tutti fame.

Il ricordo in questione è un po’ più recente degli altri, è infatti legato a uno degli ultimi giorni della quinta, è legato agli esami. Che adesso, mi pare, più nemmeno esistono.

Ricordo che avevo un compagno di classe – che chiameremo Gianlupo – che aveva fin lì offerto un esame… come dire… poco brillante, e arrivati all’interrogazione gli venne chiesto che argomento aveva preparato. Lui rispose con una certa titubanza: «i romani». Quelle furono le ultime due parole di senso compiuto che disse Gianlupo in quella circostanza. Ma soprattutto, ricordo una maestra (non la nostra, non si usava che ti facesse gli esami la tua maestra) che per “aiutarlo” lo incalzava con domande che volevano sembrare amichevoli, del tipo «dicci qualcosa», «qualcosa saprai», «cosa ti piace dei romani», «che giocattoli usavano».
Ecco, lì si interrompono i miei ricordi sull’esterno, e si volgono interamente al mio interno, a quello che ho pensato io.

La domanda era interessante e apriva un mondo al di là del nozionismo del sussidiario: la storia poteva non essere solo una sequenza di guerre, di conquiste, di piramidi e papiri, ma anche vita quotidiana, cibo, vestiti, giocattoli. E poi, la ricordo bene, una sensazione di disagio, quella che ti dà una forte ingiustizia alla quale sei troppo piccolo per opporti. Come poteva Gianlupo rispondere a quella domanda? Non ne avevamo mai parlato in classe, non c’era sul sussidiario, non avevamo fatto alcuna gita in cui fosse comparso un giocattolo romano come per magia, a darci un’indicazione. Era un’autentica domanda del cazzo, alla quale forse nemmeno in un esame universitario, se non specialistico, e se non per culo, uno studente avrebbe potuto rispondere. Figuriamoci Gianlupo, che già non sapeva una mazza di niente di quello che c’era scritto sul libro.

La domanda era del tutto ininfluente. Ma il modo in cui si era chiuso l’esame mi aveva lasciato l’amaro in bocca, perché influente o meno era del tutto ingiusto. Chiudere dopo quella domanda sembrava una cosa del tipo «eh ma se non sai nemmeno questa puoi anche andare a casa», quando era l’unica domanda impossibile fatta fino a quel momento, mi faceva apparire quella maestra come una totale stronza.

Non so se scattò qualcosa nella mente del piccolo me di allora, qualcosa che mi convinse che se nella vita uno non sa un cazzo di giochi è fottuto, ma resta il fatto che nel corso degli anni mi appassionai sempre di più all’argomento, e in particolare ai giochi antichi. Quelli veramente antichi, intendo, non quelli da mercatino tipo le macchinine degli anni Sessanta o i bambolotti delle nostre mamme.
Quelli dei sumeri, invece.

Ricordo così che alle medie volli, volli, fortemente volli in regalo una scatola denominata pomposamente “grandi giochi riuniti”, che radunava grandi classici (tipo dama, scacchi, mulino) a giochi meno noti all’epoca, come la dama cinese, il pachisi, il bellissimo malefiz o gioco della barricata, il reversi, il gomoku/gobang. E volli tanto, ma tanto, al punto da comprarmelo con paghette messe via, una bellissima (beh, dai, bella) tavola di backgammon in valigetta in similpelle, e ci giocai tantissimo con mio padre.
Crescendo iniziai a leggere sulla storia dei giochi, e imparai che qualcosa di quasi identico al backgammon era già giocato dai romani (esistono il gioco della tavola, e il ludus duodecim scriptorum), e che il pachisi era un antico gioco indiano, giocato in grande stile dai maharajà con splendide schiave come pedine. Imparai che i giochi “di corsa”, come il gioco dell’oca o quello dei cavalli, ma anche come il backgammon e il pachisi, avevano illustrissimi antenati antichi nelle civiltà più ammirate: gli egizi avevano il senet, i sumeri il gioco reale di Ur.

Arrivò anche il momento in cui mi resi conto che i regolamenti di questi antichissimi giochi non potevano che essere “interpolati”, che è una parola magnifica per dire “inventati di sana pianta”, e questo mi causò un po’ di disullusione: avevo davvero a che fare con i sumeri o solo con un buontempone che aveva trovato un antico artefatto e non aveva resistito alla tentazione della scoperta completa, ovvero il regolamento, e aveva finito per inventarsi la parte mancante. Poco importa, in realtà, perché la sacralità del gioco reale di Ur (o di come diavolo lo potessero chiamare i sumeri) gliela diamo noi, per il suo appartenere a quell’epoca. Se penso alla sacralità che avrà un giochino da happy meal ritrovato magari tra 5000 anni mi vengono i brividi…

Resta il fatto che comunque quel gioco ci parla. Ci dice quanto l’idea di gioco sia antica (connaturata nella stessa essenza del mammifero, se consideriamo che moltissimi mammiferi giocano), e quanto sia antica la voglia di darsi delle regole nelle quali circoscrivere il gioco (e già questo è più recente), creando un sistema nel quale muoversi. E anche l’inclusione dell’elemento randomico, che probabilmente (questo sì) conferiva una certa sacralità, inducendo gli dei a prendere delle decisioni nel come far cadere il dado, per far sì che vincesse l’uno o l’altro, e quindi trarre l’auspicio di chi era veramente il favorito dagli dei, beh, lo trovo davvero affascinante.

Bene, considerando a questo punto che praticamente tutti i popoli antichi giocavano, qual è tra i giochi antichi il vostro preferito? Amate gli scacchi e in generale i giochi di cattura? Il backgammon e i suoi emuli basati sull’arrivare prima? I giochi di controllo del territorio, come il reversi o il go? Oppure i molti parenti del mancala, o wari, il gioco africano, praticato con sassolini e buche nel terreno, oppure vecchi telefonini Nokia?

Vi segnalo “Il grande libro dei giochi” di Paolo Pietrasanta, volume massivo che offre una buona panoramica sui giochi di carte e da tavolo. Per giochi da tavolo si intendono qui i cosiddetti astratti tradizionali, non i giochi in scatola tematici moderni.

«Estratto da un rapporto sullo stato delle province orientali»

Come dovevano sembrare i culti dell’oriente agli occhi di un pragmatico, ma impressionabile, legato romano? E che dire di un oscuro rituale romano, l’evocatio, con il quale il generale assediante evocava (e-vocava, chiamava fuori) dalla città assediata i suoi dei, spingendoli a passare dalla parte di Roma, dove sarebbero stati evocati? Sarà stato utilizzato anche nella conquista della Giudea? Curioso che poi il dio adorato dagli ebrei abbia avuto come massimo centro mondiale del suo culto proprio Roma…

E per concludere le segnalo uno strano episodio. Non si tratta di un fatto tanto grave da richiedere un suo intervento immediato, tuttavia preferisco che ne sia a conoscenza, anche se questo significa, da parte mia, allungare ulteriormente questo già vasto rapporto. La vicenda è oscura: si tratta di maledizioni, rituali, divinità asiatiche. Lo so, sono sciocchezze di cui l’uomo probo non si dovrebbe occupare, che bene starebbero nel retrobottega di qualche ciarlatano, normalmente. Normalmente: ma questa remota provincia è estrema in tutto, e tutto concorre a intorbidire le acque, ad allentare la ragione. Qui le condizioni non sono mai normali. Se non fossi qui, avvolto da quest’aria affascinante, così calda da sembrare il respiro del mondo, probabilmente collocherei l’episodio in questione nella categoria delle quotidiane brutture dell’uomo. Ma io sono qui, e ci vuole la freddezza di chi è lontano per separare la verità dalla suggestione, per cancellare le finte maledizioni e smascherare i tradimenti che nascondono, per dissipare i misteri e far luce su vaneggiamenti e superstizione.

So che lei, come me, ha sempre amato lo studio dei popoli delle province di confine e, probabilmente, le avranno già detto delle religioni di questa parte del mondo. Le trovo strane, per certi versi oscure. Ricorda quando parlammo dei culti di Galli e Germani, e di come i loro dei fossero facilmente sovrapponibili ai nostri? Qui non è così. Baal, Melqart e Astarte, adorati nella regione più a nord, sono divinità diverse, difficili da definire, più simili ai crudeli idoli dei barbari cartaginesi. Nella zona più a sud, l’odierna provincia di Giudea, la situazione è ancora più anomala: adorano un dio di nome Jahvè e non lo considerano semplicemente il più potente, ma addirittura l’unico esistente. I giudei, inoltre, concepiscono la religione in maniera quantomeno restrittiva: consideri che qui parlare in modo improprio di materie religiose è considerato un reato. E qui arriviamo alla nostra vicenda: proprio per questo reato, infatti, una cinquantina di giorni fa è stato giustiziato un predicatore definito dai suoi adepti “figlio di Jahvè”. La portata della cosa, per i locali, è molto più seria di quanto possa sembrare a un romano.

Il primo evento inquietante legato a questa vicenda riguarda il delatore che ha permesso l’arresto, un uomo che risulta registrato come Giuda. Si tratta di uno dei seguaci più stretti del predicatore. Alcuni giorni dopo l’esecuzione è stato trovato impiccato. Secondo alcuni si tratta di suicidio, per altri di una vendetta dei vecchi compagni. La tesi del suicidio ci offre una risposta semplice, ma poco probabile. Credo di più che qualcuno abbia deciso di farlo tacere per sempre. Forse i compagni, o forse qualcuno che si è servito di lui per poter arrestare “questo figlio di Jahvè”.
O forse entrambe le cose.

Se la condanna del predicatore ha comunque una giustificazione riconducibile, agli occhi dei locali, alla divinità, è evidente che l’omicidio dell’informatore ha uno scopo ben meno celeste: qualcosa andava nascosto, e ad ogni costo. Ma cosa? Forse qualcosa che stava per venire a galla a proposito di culti molto meno innocenti di quanto potessero sembrare. Forse alcuni adepti avevano deciso di far fuori il predicatore, affidando a Giuda l’incarico di consegnarlo. Giuda, portato a termine il compito, si è trovato nella condizione di poterli ricattare. Una sola la soluzione possibile: ucciderlo.

O c’è davvero una divinità dietro tutto questo? A Roma nessuno crederebbe mai alla storia di Jahvè che si è vendicato del responsabile della morte di suo figlio, ma qui qualcuno comincia ad esserne convinto. Anche tra i romani. Alcuni di noi, infatti, sono rimasti molto colpiti dalla vicenda. Longino, il centurione incaricato di verificare la morte dei condannati, ha trafitto il costato del predicatore e subito dopo, e io l’ho bene inteso, ha esclamato sconvolto che in quell’uomo crocifisso riconosceva il figlio di Javhè. Quindi ha raccolto un pugno di terra inzuppata dal sangue che colava dalla lancia. Il sangue… il sangue è di certo uno degli elementi cruciali della vicenda, e mi permette di aggiungere altri particolari raccapriccianti. Un giudeo ha raccolto in un vaso il sangue che colava dal corpo del predicatore in croce. Ancora: io stesso ho udito alcuni seguaci affermare di essersi nutriti del corpo e del sangue del loro signore. E il cadavere di quell’uomo è stato trafugato dal sepolcro alcuni giorni dopo la morte. Chi è stato? Perché? Dobbiamo davvero credere che vengano praticati riti cannibalici? I trafugatori non hanno lasciato traccia. Gli adepti sostengono che il predicatore sia tornato dal mondo dei morti.

Ma la domanda più importante, per noi, è di certo questa: quanto è esteso questo strano culto che già fa proseliti tra i romani, come evidenzia il caso di Longino? Per ora mi accomiato senza risposte, ma con un’ulteriore riflessione. Che ci siano un dio o solo degli uomini dietro questo caso, e lo appurerò molto presto, si tengano pronte le legioni. E giunti alle porte di Gerusalemme credo sia prudente, almeno per dare coraggio alle truppe, compiere l’antico rituale con cui già l’Africano chiamò gli dei fuori da Cartagine, portandoli dalla parte di Roma.

#20. Defunti.

“Del manipolo di Mynyddog io ho grande rimpianto,
tutti i compagni più veri li ho perduti.
Dei trecento guerrieri giunti a Catraeth
sventura: eccetto uno, nessuno è vivo”
[Aneirin, “Il Gododdin”]

Cosa resta? Cosa resta di un eroe dopo la morte?
Non mi sto chiedendo cosa c’è oltre la vita, non mi sto chiedendo se esista un’anima e se questa si tuffi tra le braccia di qualche divinità, nei tormenti della punzione, o in un ciclo di rinascite, o venga semplicemente rissorbita dalla natura.
Mi sto proprio chiedendo cosa resta sulla terra. Tra noi vivi.

Un albero cade in una foresta. Nessuno lo vede. È caduto lo stesso? No. O meglio, sì. Per l’albero, l’albero cade. Per la foresta, l’albero cade. Ma per tutto il resto del mondo non è probabilmente nemmeno mai esistito.

Il Gododdin è un testo speciale, forse il primo testo eroico del medioevo occidentale, con i suoi versi in lingua antico-gallese che risalgono al VI secolo. Ci parla di un gruppo di eroici guerrieri brittonici che da soli si contrapposero a romani, sassoni e pitti, alle pendici meridionali della Scozia. E vennero sterminati. Uno solo sopravvisse, Aneirin, il poeta. E nei suoi versi rivivono i suoi compagni, in un’elegia commovente, in un racconto straziante ed eroico che ci strugge di morte e guerra tramite il contrasto con quello che fu la vita. Aneirin ci parla dei suoi amici, i suoi compagni d’arme, i suoi vicini di casa. Le loro gesta e la loro vita rimase in Aneirin, e da lui a noi.
Cosa resta di Ywain, istinto gravoso, giovane guerriero; cosa resta di Gwefrawr, lupo della furia, di Tudfwlch incitatore di guerrieri, di Erf, mai inconcludente o codardo, mai disertore di bevute? Resta solo il Gododdin.
E se il Gododdin fosse andato perduto, più nulla resterebbe. Alberi caduti in una foresta deserta.

«Dimmi come è morto»
«Ti dirò invece come ha vissuto»
[Tom Cruise / Nathan Algren, in “L’ultimo samurai”]

Anche nel buon film in cui Tom Cruise fa Tom Cruise, e Watanabe fa il film, ci si ripropone il tema dell’elegia: il samurai Katsumoto è morto, la sua vita è stata determinante per la gente che ha avuto intorno, il suo gesto finale è eroico anche e soprattutto perché vano e disperato (“Come è finita alle Termopili?” “Tutti morti”). Eppure è necessario, e anche catartico, il momento in cui si arriva a parlare della sua vita.

«E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire».

Roy Batty in Blade Runner è all’opposto. Lui ha visto cose che noi umani non potremmo nemmeno immaginare, al punto che la celeberrima frase è volutamente oscura, e mai ci sono accenni nel film a cosa diavolo siano i bastioni di Orione o Tannhauser o i raggi B. Perché noi siamo umani e non ce le possiamo immaginare. E lui muore. E nessuno ce lo dirà mai, e tutto verrà lavato come lacrime nella pioggia. È tempo di morire, come un albero caduto in una foresta deserta.

Nella saga di Ender – scritta da Orson Scott Card – il protagonista, tosto sterminata una civiltà aliena, e per questo soprannominato “lo xenocida”, finisce per diventare “l’araldo dei defunti”: in pratica viaggia nella galassia di funerale in funerale per fare discorsi funebri. Per far sì che qualcuno sappia che è caduto un albero nella foresta deserta.

Tutto questo lungo e variegato preambolo, l’ho scritto solo per un piccolo motivo.
Di tanto in tanto muore qualche personaggio importante. Si sa, anche le persone importanti talvolta hanno questa spiacevole abitudine (come dice la danza della morte).
E regolarmente si scatena un corsa all’elegia, e regolarmente c’è pieno di gente che critica questo comportamento.
Io non sono d’accordo. Steve Jobs, Ray Bradbury, per citare il più famoso e l’ultimo dei morti celebri degli ultimi anni. Gente che ha scritto, ha inventato, ha agito, ha guadagnato. Gente che ha fatto il bene dell’umanità, o forse solo il proprio.
Gente della quale l’araldo dei defunti di turno ci narrerà la storia, e noi l’ascolteremo. E tutto ciò che resterà di loro è solo la storia che ne verrà tramandata, e le storie che loro stessi hanno raccontato.

Dove sono Bert e Tom
il primo ucciso in una rissa
e l’altro che uscì già morto di galera.
E cosa ne sarà di Charley
che cadde mentre lavorava
dal ponte volò e volò su una strada.
Dormono, dormono sulla collina
dormono, dormono sulla collina.
[Fabrizio De André, “La collina”]

E che ne sarà di me, se non ci sarà una storia che ho scritto da lasciare in mio ricordo, e se nessuno racconterà la mia storia?

Il Gododdin, Poema eroico antico-gallese, è pubblicato in Italia a cura di Francesco Benozzo nell’ambito della più bella collana di testi medievali con testo a fronte che esista, la Biblioteca Medievale, passata nel corso degli anni da Pratiche Editrice, a Luni, a Carocci.

Blade Runner, splendido film di Ridley Scott, è tratto da un romanzo di Philip Dick, edito in Italia talvolta come Blade Runner, talvolta come Cacciatore di androidi, talvolta come Anche gli androidi sognano pecore elettriche?

L’ultimo samurai è un film di Edward Zwick del 2003, che a me personalmente è piaciuto molto, e che almeno in parte si rifa al romanzo Shogun di James Clavell, che a me personalmente è piaciuto fuori misura.

La saga di Andrew “Ender” Wiggin, è composta di moltissimi romanzi, dei quali solo 5 sono pubblicati in Italia. Il gioco di Ender, Il riscatto di Ender, Ender III Xenocidio, I figli della mente, sono i 4 che costruiscono la figura dell’Araldo dei defunti.

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