Il canneto di Eridu

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M5 – la stretta di Reykjavík

La stretta di Reykjavík
E mentre leggo oggi che – a seguito della crisi in Ucraina e Crimea – missili (forse atomici) russi sono puntati su Berlino, mentre la crisi in Ucraina arriva a livelli allarmanti, come posso non dedicare un piccolo spazio nel mausoleo dell’umanità, sotto forma di una fragilissima scultura di cristallo con due mani che si stringono, a un evento occorso quando ero davvero giovincello (dieci anni compiuti da poco), l’11 ottobre del 1986.

Sto parlando del vertice di Reykjavík tra il presidente americano Reagan e il segretario del PCUS Gorbačëv (o Gorbaciov, come si traslitterava all’epoca), che aprì la strada alla ratifica del trattato INF che abolì gli euromissili, e inizio a chiudere quella porta aperta dal dopoguerra, dal blocco di Berlino, dalla crisi dei missili di Cuba, dalla guerra fredda che spaccò a metà l’Europa. Sì, quella stessa Europa che oggi ci pare carta straccia e che vogliamo buttare via, quasi non fosse una conquista, quasi non fosse un elemento chiave nel mantenerci in uno stato di non guerra così lunga che mai ve ne fu uno simile in Europa occidentale dai tempi di Ottaviano Augusto.

Ben ricordo quanto mi sembrò bella, allora, la possibilità che una situazione tetra come una guerra atomica potesse essere allontanata dalla volontà di leader politici, sospinti dalla loro gente. Tanto quanto mi sembre agghiacciante oggi che quell’eventualità possa invece oggi riavvicinarsi ad opera di leader evidentemente meno saggi, sospinti da popoli evidentemente più folli.

E quindi sì, una stretta di mano di cristallo, bellissima, ma, ricordiamolo, fragilissima.
Perché giocare alla guerra fredda sperando di rilanciare l’economia alzando il tasso di paura, è un gioco pericoloso. E il cristallo è facile da rompere.

Almanacco, L

Cinquantesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
26 dicembre 2012

Ok, vi ho fatto attendere un po’, mi sono preso qualche giorno di ferie anche dal blog.
L’evento di cui facciamo memoria oggi risale al 1991, quando il Soviet Supremo sancisce formalmente quello che stava già accadendo nella sostanza: la fine dell’Unione Sovietica.
Dalla fine del colosso russo nacquero 15 stati. Accanto alla Russia, l’Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia, le repubbliche baltiche Estonia, Lettonia e Lituania, gli stati caucasici Armenia, Georgia (no, non quella) e Azerbaigian, e infine le repubbliche asiatiche, Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan e Kirghizistan (per conoscere qualcosa di questi ultimi consiglio il reportage di viaggio di Colin Thubrow “Il cuore perduto dell’Asia”).

Finisce con questo scioglimento una contrapposizione che ha segnato 45 anni di storia, quella tra USA e URSS (guarda caso due Unioni di stati, non due semplici stati nazionali).

Se mi seguite da un po’ sapete che subisco il fascino dei “secondi” (no, non arrosti e costate), ovvero dei grandi stati perdenti nella loro epoca (hittiti, cartaginesi, sovietici). Qual è la vostra nazione perdente preferita?

#51. Due.

Da piccolo disegnare carte geografiche era uno dei miei passatempi preferiti. Ricalcavo il profilo delle terre emerse, e poi “decidevo” il futuro degli stati, separandoli, unendoli in confederazioni, oppure frammentandoli. E così ai miei tempi ho diviso l’URSS e la Jugoslavia molto prima della storia, per esempio. La stessa fine, ricordo, avevo destinato alla Spagna (irresistibile la voglia di staccare Catalogna e Aragona dalla Castiglia) e Regno Unito. Ma tutti poi riuniti nell’Unione Europea. Oggi mi rendo conto che ero un perfetto e normalissimo cittadino europeo. Ma procediamo con ordine.

Fin dall’antichità uno dei passatempi preferiti dall’uomo sembra quello di unire e dividere entità statali. Secessioni e unificazioni sono all’ordine del giorno nei libri di storia con una frequenza impressionante. Verrebbe da chiedersi se è davvero impossibile convocare una grande assemble all’ONU e, una volta per tutte, prendere in esame tutte queste situazioni e risolverle una per una. E stabilire una volta per tutte se nazione e popolo e stato sono entità che devono insistere su un’unico spazio comune, oppure se vige la regola che si fa un po’ a cazzo come capita.

Ora, voi tutti che avete girolato per un po’ nel Canneto sapete benissimo che la mia sponsorizzazione in favore della madre di tutte le unioni, ovvero la fondazione di un’Europa Unita, è solida e convinta. Ebbene, con questo post cercherò di capire se nel mondo ci sono situazioni di unioni e/o divisioni in corso da risolvere e in che modo mi auguro che vada a finire.

Non parlerò quindi, per una volta, di tempi antichi, ma di presente, quasi di attualità. Niente lamentazioni sulla divisione dell’Impero romano d’oriente e d’occidente, o sulla nascita di Francia, Germania e Lotaringia.

Poco tempo fa, in un almanacco, ho ricordato le dimissioni di Honecker, che furono il primo eclatante passo verso la riunificazione della Germania. Un paese che a causa della più grande guerra di tutti i tempi era stato spartito in 4 parti (poi ridotte a due), una capitale che ne ha seguito le stesse sorti, veniva finalmente ricondotto ad essere un unico paese. Un momento unico, importantissimo, che restituisce all’Europa uno dei suoi paesi storicamente più forti, importanti, trainanti sia dal punto di vista economico-industriale che culturale (il tedesco è la lingua della filosofia, e in tedesco si esprimevano forse i più grandi scrittori di musica del continente). Di due, quindi, se n’è fatta di nuovo una, e qui siamo apposto. Dovrebbero essersi messi il cuore in pace sulla “terza Germania”, quella oltre la linea dell’Oder-Niesse, che ormai è Polonia e Russia. La Prussia, in pratica, possiamo lasciarla definitivamente ai libri di storia.

“Lo Yemen, architettonicamente, è il paese più bello del mondo.”
[Pier Paolo Pasolini]

Nel 1990 aveva finalmente ritrovato unità anche il popolo yemenita, e quella che i romani chiamavano Arabia Felix, e che prima ancora era stato il Regno di Saba, tornò ad essere un’entità statale unita. Precedentemente divisa in uno stato assolutista a nord e da uno marxista a sud, anche qui da due se n’è fatta una. Ufficialmente democratica, ma sai com’è, Saleh non pareva proprio essere il principe della democrazia, col suo 96% alle elezioni. Vedremo se il suo sostituto sarà un paladino della modernizzazione delle istituzioni, o se come in tutti gli altri più famosi casi la primavera araba tenderà a scivolare in un gelido autunno della libertà.

E prima ancora, attraverso la fin troppo famosa guerra del Viet Nam (vabbhè che gli americani ci sono rimasti male a perdere una guerra, però dai, coraggio, può succedere, adesso però basta schiacchiarci i testicoli con rambi e apocalipsi e giacchetti). Di due, un po’ a calci (molto a calci), però se n’è fatto uno. E lì di sicuro è finita così.

Lontana dalla fine è la situazione della Corea, divisa tra il nord comunista dittatoriale e il sud capitalista. La fine della guerra fredda, alla fin fine, credo che pian piano porterà anche alla fine della Corea del nord. Anche la Cina in fondo sta diventando un paese capitalista, e la Corea del Nord reggeva soprattutto sul suo capo carismatico (?) infine spirato. Chissà che presto dalle ceneri di uno degli stati canaglia (un presidente degli Stati Uniti che non nominerò ha definito così un’altra nazione… della serie non demonizzare il nemico) nasca una nuova potenza nell’estremo oriente. E chissà se il Giappone sarà d’accordo.

Sono ancora due di fatto anche gli stati su Cipro. Turco-ciprioti non riconosciuti dall’ONU a nord e greco-ciprioti a sud. Difficile prevedere come possa andare a finire. I greci hanno votato contro la riunificazione del paese in un referendum alla vigilia dell’ingresso nell’UE, a causa del fatto che il piano Annan non prevedeva una soluzione al problema dei coloni inviati dalla Turchia e dei grecociprioti scappati a sud che hanno perso le loro proprietà a nord. Tipo che vi dice qualcosa, vero?
La speranza mia comunque è che un giorno la Turchia possa essere pronta all’ingresso nell’Unione, e che questo spiani la strada anche alla riconciliazione cipriota. Per ora di due sono rimaste due, e lo stop al trattato non lascia presagire una soluzione troppo veloce. E la capitale Nicosia è divisa in due con tanto di muro. La nuova Berlino, ma senza film.

Divisa è anche l’Irlanda. Il problema irlandese è stato uno dei più grossi nell’Europa fino allo scorso decennio, con l’IRA impegnata in una vera e propria guerra per l’unione del Nord protestante, sotto il controllo del Regno Unito, con il resto dell’Eire. Come finirà? Mah. La sensazione è che si andrà avanti così, a meno che non si arrivi a uno strappo definitivo tra UE e Regno Unito, con gli inglesi a prendere una strada diversa dal continente (o viceversa…). Allora forse la sensazione di una maggiore divisione tra irlandesi potrebbe riaprire ferite ormai quasi rimarginate.

Ma, come detto, il passaggio da 2 a 1 non è l’unica strada percorribile. C’è l’inverso, passaggio che in questo momento viene perseguito, o è stato perseguito di recente, in numerose aree del pianeta. Nel ’93 cechi e slovacchi si sono separati, pacificamente. Sempre nel ’93 si sono ufficialmente divisi eritrei ed etiopi, e ben meno pacificamente. In Indonesia l’isola di Timor si è divisa (passando da una quasi guerra, un quasi intervento, e un referendum) tra la parte occidentale, rimasta con l’Indonesia, e gli indipendentisti della parte orientale. Si è diviso il Sudan, e ora c’è il Sud Sudan.

Ma la crisi sta spingendo l’indipendentismo e la divisione anche nelle zone occidentali dove meno te l’aspetti.

La Scozia cerca l’indipendenza dagli inglesi, e c’è già in programma un duro referendum concesso dal Regno Unito a denti stretti. Inizialmente il partito scozzese che fa capo agli autonomisti aveva richiesto un doppio referendum, del tipo a) indipendenti b) autonomi ma non indipendenti c) un cazzo di niente. Ma gli inglesi non hanno voluto b: tutto o niente. E vaffanculo.
La Catalogna dai castigliani, e qui il referendum chissà se mai ci sarà e se dagli spagnoli verrà accettato e riconosciuto… di certo qui i catalani repubblicani hanno da qualche decennio il dente avvelenato contro i castigliani franchisti… e barcellonesi e madridisti sono pronti a prendersi a cazzo in faccia non solo in campo.
In Belgio i gli indipendentisti fiamminghi vogliono le Fiandre indipendenti dalla Vallonia, e lo stato unitario scivola sempre più verso la confederazione.
L’Europa dei 25, così, potrebbe trovarsi in breve in un’Europa dei 28, senza nuovi ingressi (in realtà 29, visto che la Croazia, un tempo la capofila della dissoluzione jugoslava, sta per entrare), con una di quelle magie che solo agli europei riescono.

Siamo proprio gente strana, noi europei. Un continente minuscolo e una quantità di stati in continuo e costante aumento. Avrà un senso? Sarà la giusta strada da seguire per l’umanità? O il futuro è dei mega-stati previsti nei libri di fantascienza degli anni ’70-’80? Che cartina potrei disegnare per l’Europa, ora?

#33. Olimpica.

Nell’antichità le Olimpiadi erano sacre. Ma proprio sacre davvero, nel senso che erano disputate (celebrate?) in onore di un dio. E che dio, visto che si parla di Zeus, mica dell’ultimo dei pirla. Il suo stesso nome si rifà al Di̯ēus protoindoeuropeo, il cielo. Quello che poi diviene Dyeus phatēr (Padre Cielo), Iuppiter (in latino), Dyaus Pita (in sanscrito), eccetera. Il dio celeste (per favore, per favore, non si parla di bassa politicanza, per favore) delle antiche religioni indoeuropee. Forse anche per questo il cristianesimo non li vide mai di buon occhio, e appena fu saldo il suo potere in seno all’impero, i giochi olimpici vennero vietati (393 d.C.) dall’imperatore Teodosio.

Erano sacri, dicevamo, e protetti dall’ἐκεχειρία (mani ferme), la tregua olimpica. È vero che non era – come invece spesso si crede – una tregua volta a fermare tutte le guerre, ma solo a garantire un corretto svolgimento dei giochi (e quindi vietava le guerre nell’intorno dei giochi), ma nell’immaginario collettivo ormai è entrata così. E anche se, da ché io mi ricordi, non c’è stato un anno in cui le guerre hanno rispettato la tregua olimpica, mi fa un po’ male vedere la situazione in Siria. Un po’ di più del solito.

Mi fa più male perché è una guerra civile. Mi fa più male perché potrebbe essere fermata in pochi giorni, ma l’Europa ancora non esiste, e i membri dell’Unione Europea sono occupati in esercizietti di economia domestica quotidiana con cui tirano ogni giorno una copertina cortissima, invece di tesserne nuovi pezzi. La Russia protegge Assad, la Cina chi lo sa, gli Stati Uniti hanno troppe cose a cui pensare – tipo le elezioni – e poi la Siria confina con Turchia, Israele, Libano e Iran… cioè, per dire, ce ne fosse uno bello pacifico e senza conflitti nei dintorni.

Mi fa più male perché nei primi giorni dell’Olimpiade veniva bombardata Aleppo. Sulla terra le due città più antiche tutt’oggi abitate sono Damasco e Aleppo, che vantano 5 millenni di storia ininterrotta. Quando Roma nasceva, quando Alessandro conquistava il mondo, Aleppo aveva già più di duemila anni. Aleppo ha visto nascere Babilonia, Gerusalemme, Atene, Costantinopoli. Aleppo era capitale di Yamkhad, ha visto gli hittiti fare guerra agli egizi. Ha visto nascere la scrittura. Cioè rendiamoci conto, la scrittura non c’era, e Aleppo c’era già.

Lo so, lo so. La guerra è tragedia ovunque sia. Persino a Milano2, dice il Pino, e ha ragione. Non c’è una guerra bella anche se fa male. Non c’è una guerra meno grave. Ma queste città hanno visto il piedi assiro, il giogo babilonese, e hittita, e persiano, e macedone, e romano. Hanno visto arrivare gli arabi, con la loro fiammante conquista, e poi i crociati. Hanno visto i turchi, i mongoli, gli inglesi.

Evidentemente non basta ancora. Oggi per le strade di Aleppo si ammazzano.
E a Londra ci sono le Olimpiadi.
E io non posso fare a meno di pensare a Eracle che misura lo stadio, e agli elleni che difendono la tregua olimpica dai facinorosi spartani.
E non molto distante, ai commerci nei mercati di Aleppo, con i colori delle stoffe fenice e delle spezie dell’India. E non posso fare a meno di esser triste.

«La trascrizione Olduvai»

Dai miei pochi giorni di ferie montani vi posto un altro racconto, perché mi spiace lasciarvi orfani del “canneto”. Questo pezzo è dell’autunno del 2006 ed è, se non ricordo male, l’ultimo testo fictionale che ho scritto (per ora). Vediamo se piace.

Si tratta di una vecchia registrazione vocale su nastro magnetico. Il suo inserimento nell’archivio Cheryukin risale ai primi anni Sessanta ed è probabilmente l’ultimo documento raccolto. Se prestiamo fede al registro, precede di pochi mesi la fine controversa dell’ufficiale Cheryukin a Kaliningrad.
La bobina è danneggiata; la registrazione, mutila dell’inizio, è in molti punti lacunosa, di bassa qualità e con aloni sonori causati da sorgenti magnetiche vicine al registratore.
Si distinguono due voci: la prima pone domande in un russo dall’accento orientale; appare insicura, stupita. Angosciata. L’altra, invece, calma e lenta, compiaciuta, è la voce di chi ha tempo e voglia di raccontare una storia, e gusta il piacere di svelare e nascondere.
Le analisi, basate sulla variazione della modulazione vocale, compiute da ricercatori universitari, propendono per la sincerità di chi parla: il padrone di quella voce o è un buon attore o crede davvero in quello che dice.

[manca la domanda]
– Si parla di tanto tempo fa. Di un tempo tanto lontano da non aver lasciato traccia in nessun vostro racconto. Ma non abbastanza per cancellare i miei ricordi. Naturalmente si parla di un’epoca anteriore alla decisione di limitare a una il numero di specie intelligenti per ogni pianeta.
– Per pianeta?
– Certo. È una legge fondamentale, e l’abbiamo decisa qui, sulla Terra. Non crederai che questo sia l’unico pianeta sul quale abbiamo lavorato.
[lacuna, forse manca una domanda]
– È un posto speciale. All’epoca era anche il miglior centro di prova dell’universo. Ogni nuova idea, un’osso più [lacuna], un’ala innovativa, un’escrescenza idrodinamica, prima di essere adottata su altri mondi, veniva provata sulla Terra. All’inizio era la fucina della vita, e ben presto ne divenne il campionario. Spesso procedevamo per tentativi, correggendo di volta in volta la rotta. Per esempio: alleggerire le ossa per far volare gli animali era stata una grande idea, ma all’inizio bastava il lieve colpo causato da una goccia di pioggia per provocare fratture [lacuna]. E poi sapessi quanti organi e organelli abbiamo introdotto solo per correggere errori precedenti. Quando però tutto funzionava per il meglio era una soddisfazione incredibile.
– Spiegami cosa accadde in quello che hai chiamato “episodio Olduvai”.
– È stato lì che abbiamo capito che c’era qualcosa di nuovo. Qualcosa che non funzionava. Uno degli animali più promettenti iniziò a ribellarsi agli schemi che avevamo predisposto. Non che fosse una cosa inusuale, a dire il vero. Molti esseri in fase sperimentale lo fanno, ma in genere si estinguono in poco tempo. Quell’essere invece stava migliorando i nostri schemi da punti di vista che non avevamo preso in considerazione. Apparentemente agiva senza ragione, ma il risultato fu sorprendente. Iniziò ad uscire dai nostri progetti, anche fisicamente: se ne andò dalla gola di Olduvai, e i suoi discendenti iniziarono a colonizzare habitat che non erano stati predisposti per loro. Loro si adattavano magistralmente a qualsiasi habitat.
– Molti animali lo fanno. Anche i topi.
– Faceva qualcosa di più dei topi. Aveva la capacità di cambiare l’ambiente. E lo faceva in un modo particolare, cercando soluzioni nuove, inventando, non ripetendo le operazioni in schemi prefissati (e in fondo progettati da noi). Da un certo punto di vista cominciava ad assomigliare a noi.
– A voi… cosa mi puoi dire di voi?
– Che da sempre ci piace provare, modificare, inventare. Non esistono limiti alla nostra fantasia, né alle tecniche che ogni volta perfezioniamo per realizzarla. Ci lasciamo trasportare e, talvolta, in questo impeto di entusiasmo creativo, finiamo per arrivare a risultati imprevisti.
– In tal caso?
[A questo punto il nastro è gravemente compromesso, si intuiscono sequenze di suoni sovraincisi che rendono impossibile distinguere più di qualche parola.
Poi riprende].
– Certo che era un progetto sperimentale! Contestato e modificato, per di più. Uno di quelli modificati più volte. Avete voi stessi trovato traccia di molti degli esperimenti e delle migliorie che abbiamo di volta in volta introdotto. È anche capitato di mettere diverse versioni di uomo in competizione nella stessa zona per vedere quale delle due risultasse più funzionale. L’ultima versione, la vostra, è stata quella più stupefacente: avete vinto la competizione con coloro che vi precedevano in modo schiacciante, adottando un ritmo evolutivo e di mutamento senza precedenti nei nostri esperimenti.
– Tornando al discorso delle razze intelligenti… quante ce n’erano… e che fine hanno fatto?
Moltissime. Dopo la decisione di limitare il numero di razze intelligenti per pianeta, vista l’eccessiva competitività dell’uomo, le abbiamo spostate. In posti adatti a loro.
– … gli alieni?
– Trapianti.
– Capirai che le cose che mi stai dicendo sono incredibili… ma d’altra parte, con quello che mi hai fatto vedere…
– Non è tutto. C’è qualcos’altro che devi sapere di noi. Siamo terribilmente felici quando le nostre idee funzionano, quando i nostri progetti si realizzano, ma non sopportiamo di perdere il controllo delle nostre creazioni. Soprattutto se scopriamo che cominciano ad avvicinarsi troppo alla nostra posizione nella realtà, al punto di non avere più bisogno di noi. Ecco perché, fin dai tempi della fuga da Olduvai, la vostra rapidissima evoluzione ha creato molto imbarazzo nelle nostre accademie. Non ti nascondo che qualcuno parla apertamente di voi come di un potenziale pericolo.
– Quindi?
– Non è improbabile che per voi venga decisa la soppressione del progetto.

La registrazione si interrompe. Nel dossier non sono riportati né i nomi dei dialoganti, né il luogo dove il nastro venne recuperato. Di certo la sua presenza nell’archivio Cheryukin è l’aspetto più inquietante della vicenda. I pochi documenti che ne sono usciti finora sono sempre stati delle rivelazioni illuminanti sulla storia dell’ultimo secolo.

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