Il canneto di Eridu

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Almanacco, LXIII

Sessantatreesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
10 febbraio 2013

È il 1996, il 10 febbraio si conclude la prima partita di una serie da 6 tra il campione del mondo di scacchi Garry Kasparov e il computer IBM Deep Blue. Per la prima volta è l’intelligenza artificiale di Deep Blue a trionfare su quella umana, anche se al meglio delle 6 sarà poi Kasparov a vincere.
Opportunamente corretto, però, è poi Deep Blue a vincere la… rivincita, e ne seguirà una “entusiasmante” polemica sulla possibilità che l’intelligenza artificiale fosse aiutinata da intelligenze umane.

Com’è, come non è, il fatto che un computer potesse struggere la fava del gran visir di tutti gli scacchisti umani, gettò nel panico l’umano ingegno, al punto che un tale, Omar Syed, un ingegnere informatico di origini nativo-americane, decise di prendere gli scacchi e creare qualcosa di nuovo, in cui l’uomo fosse più forte del computer. Creò così Arimaa, e pare dimostrato che il risultato sia soddisfacente.

Qui potete trovare maggiori informazioni sul gioco in questione. Oh, dimenticavo, se siete programmatori dai maroni a grappolo potete cercare di vincere il premio in denaro per la prima AI che vincerà contro i campioni – umani – del giuoco in questione.

Giungiamo alla questione odierna: qual è lo step evolutivo delle AI che se dovesse essere implementato vi farebbe incorrere in problemi etici di fronte alla possibilità di… cancellarla?

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#55. Giocavano.

Lo ricordo come fosse accaduto ieri, e invece era una mattina di parecchi anni fa. Ma parecchi, sul serio. Più di venticinque, più di un quarto di secolo.

È uno dei ricordi più vividi dei tempi delle scuole elementari. Insieme a una gomma bianca e grigia che avevo in mano mentre stavo piangendo ancora qualche tempo prima (non ho altri grandi ricordi di quell’evento, è un’immagine che ho in testa). Insieme a un adesivo della bandiera della CEE regalatoci dalla maestra (che aveva un fratello giornalista a Strasburgo). Insieme al primo giorno di scuola, quando dopo un paio d’ore volevo mangiare la merendina che mi aveva dato la mamma, perché avevo fame e nessuno mi aveva detto che c’era l’intervallo, per mangiarla, e all’appunto della maestra (“mangi dopo, con tutti gli altri”) mi chiedevo se dovevo aspettare che avessero proprio tutti fame.

Il ricordo in questione è un po’ più recente degli altri, è infatti legato a uno degli ultimi giorni della quinta, è legato agli esami. Che adesso, mi pare, più nemmeno esistono.

Ricordo che avevo un compagno di classe – che chiameremo Gianlupo – che aveva fin lì offerto un esame… come dire… poco brillante, e arrivati all’interrogazione gli venne chiesto che argomento aveva preparato. Lui rispose con una certa titubanza: «i romani». Quelle furono le ultime due parole di senso compiuto che disse Gianlupo in quella circostanza. Ma soprattutto, ricordo una maestra (non la nostra, non si usava che ti facesse gli esami la tua maestra) che per “aiutarlo” lo incalzava con domande che volevano sembrare amichevoli, del tipo «dicci qualcosa», «qualcosa saprai», «cosa ti piace dei romani», «che giocattoli usavano».
Ecco, lì si interrompono i miei ricordi sull’esterno, e si volgono interamente al mio interno, a quello che ho pensato io.

La domanda era interessante e apriva un mondo al di là del nozionismo del sussidiario: la storia poteva non essere solo una sequenza di guerre, di conquiste, di piramidi e papiri, ma anche vita quotidiana, cibo, vestiti, giocattoli. E poi, la ricordo bene, una sensazione di disagio, quella che ti dà una forte ingiustizia alla quale sei troppo piccolo per opporti. Come poteva Gianlupo rispondere a quella domanda? Non ne avevamo mai parlato in classe, non c’era sul sussidiario, non avevamo fatto alcuna gita in cui fosse comparso un giocattolo romano come per magia, a darci un’indicazione. Era un’autentica domanda del cazzo, alla quale forse nemmeno in un esame universitario, se non specialistico, e se non per culo, uno studente avrebbe potuto rispondere. Figuriamoci Gianlupo, che già non sapeva una mazza di niente di quello che c’era scritto sul libro.

La domanda era del tutto ininfluente. Ma il modo in cui si era chiuso l’esame mi aveva lasciato l’amaro in bocca, perché influente o meno era del tutto ingiusto. Chiudere dopo quella domanda sembrava una cosa del tipo «eh ma se non sai nemmeno questa puoi anche andare a casa», quando era l’unica domanda impossibile fatta fino a quel momento, mi faceva apparire quella maestra come una totale stronza.

Non so se scattò qualcosa nella mente del piccolo me di allora, qualcosa che mi convinse che se nella vita uno non sa un cazzo di giochi è fottuto, ma resta il fatto che nel corso degli anni mi appassionai sempre di più all’argomento, e in particolare ai giochi antichi. Quelli veramente antichi, intendo, non quelli da mercatino tipo le macchinine degli anni Sessanta o i bambolotti delle nostre mamme.
Quelli dei sumeri, invece.

Ricordo così che alle medie volli, volli, fortemente volli in regalo una scatola denominata pomposamente “grandi giochi riuniti”, che radunava grandi classici (tipo dama, scacchi, mulino) a giochi meno noti all’epoca, come la dama cinese, il pachisi, il bellissimo malefiz o gioco della barricata, il reversi, il gomoku/gobang. E volli tanto, ma tanto, al punto da comprarmelo con paghette messe via, una bellissima (beh, dai, bella) tavola di backgammon in valigetta in similpelle, e ci giocai tantissimo con mio padre.
Crescendo iniziai a leggere sulla storia dei giochi, e imparai che qualcosa di quasi identico al backgammon era già giocato dai romani (esistono il gioco della tavola, e il ludus duodecim scriptorum), e che il pachisi era un antico gioco indiano, giocato in grande stile dai maharajà con splendide schiave come pedine. Imparai che i giochi “di corsa”, come il gioco dell’oca o quello dei cavalli, ma anche come il backgammon e il pachisi, avevano illustrissimi antenati antichi nelle civiltà più ammirate: gli egizi avevano il senet, i sumeri il gioco reale di Ur.

Arrivò anche il momento in cui mi resi conto che i regolamenti di questi antichissimi giochi non potevano che essere “interpolati”, che è una parola magnifica per dire “inventati di sana pianta”, e questo mi causò un po’ di disullusione: avevo davvero a che fare con i sumeri o solo con un buontempone che aveva trovato un antico artefatto e non aveva resistito alla tentazione della scoperta completa, ovvero il regolamento, e aveva finito per inventarsi la parte mancante. Poco importa, in realtà, perché la sacralità del gioco reale di Ur (o di come diavolo lo potessero chiamare i sumeri) gliela diamo noi, per il suo appartenere a quell’epoca. Se penso alla sacralità che avrà un giochino da happy meal ritrovato magari tra 5000 anni mi vengono i brividi…

Resta il fatto che comunque quel gioco ci parla. Ci dice quanto l’idea di gioco sia antica (connaturata nella stessa essenza del mammifero, se consideriamo che moltissimi mammiferi giocano), e quanto sia antica la voglia di darsi delle regole nelle quali circoscrivere il gioco (e già questo è più recente), creando un sistema nel quale muoversi. E anche l’inclusione dell’elemento randomico, che probabilmente (questo sì) conferiva una certa sacralità, inducendo gli dei a prendere delle decisioni nel come far cadere il dado, per far sì che vincesse l’uno o l’altro, e quindi trarre l’auspicio di chi era veramente il favorito dagli dei, beh, lo trovo davvero affascinante.

Bene, considerando a questo punto che praticamente tutti i popoli antichi giocavano, qual è tra i giochi antichi il vostro preferito? Amate gli scacchi e in generale i giochi di cattura? Il backgammon e i suoi emuli basati sull’arrivare prima? I giochi di controllo del territorio, come il reversi o il go? Oppure i molti parenti del mancala, o wari, il gioco africano, praticato con sassolini e buche nel terreno, oppure vecchi telefonini Nokia?

Vi segnalo “Il grande libro dei giochi” di Paolo Pietrasanta, volume massivo che offre una buona panoramica sui giochi di carte e da tavolo. Per giochi da tavolo si intendono qui i cosiddetti astratti tradizionali, non i giochi in scatola tematici moderni.

#53. Fiere.

Nel fine settimana da poco terminato, il 3 e 4 novembre, io e Fiore, la mia compagna, ci siamo concessi una vacanzuola in lunigiana e dintorni, sfruttando l’occasione per indulgere in alcuni dei nostri collezionismi e per vedere qualcosa di bello.

Per cominciare, dopo la solita Cisa – più tranquilla del solito, in vero – approdiamo a Carrara, e la prima meta non può che essere il mare. Il mare, anche (soprattutto?) d’inverno, è come il treno ne Il ragazzo di campagna. Ricordate Artemio e soci di Borgo Tre Case? «aah, il treno è sempre il treno». Eh sì, e il mare è sempre il mare. Guardare il mare non è mai una perdita di tempo, è un confronto con l’infinito, l’orizzonte, la natura. E la senti con gli occhi, col naso, con le orecchie. Un assalto sensoriale che può essere soverchiante se ne sei troppo cosciente.
Funziona ancora di più d’inverno, quando il tempo è un po’ così, e il cielo è un po’ così, e niente ha quel bel colore che dovrebbe avere per tranquillizzarti, quando non c’è gente intorno a te a distrarti, non c’è vocìo, e la sabbia è fredda, e umida. Ecco, è allora che il mare dà il massimo.

Sì, sì, ok, ho capito, basta seghe da poetastro, che dite che è meglio d’estate col sole e i ghiaccioli e i palloni e i costumi da bagno. Punti di vista, punti di vista, dico io. E lo dice anche Obi-Wan. Comunque, mentre mi perdo ad accarezzare la sabbia, la mia lei ne prende un campione per la sua collezione, e qui abbiamo chiuso. Un saluto a padre mare e subito dopo ci tuffiamo…

… Nella fiera di Carrara, naturalmente.

È infatti il penultimo giorno della Fiera dell’Oriente e delle Arti Marziali, e noi, che amiamo soprattutto il Giappone, ma più in generale un po’ tutto il mondo, non ce la vogliamo perdere. E qui, infatti, una volta oltrepassato un enorme padiglione dove la gente si mena nei modi più vari e pittoreschi, vestita nei modi più vari e pittoreschi, badando bene a tenere un basso profilo e a non urtare nessuno per errore passiamo al padiglione successivo. Ce la facciamo, la pellaccia è salva… che qui anche una ragazzina ti prende e ti crocca di botte se le fai girare le palle oltre il dovuto.
Una volta in salvo, in rapida sequenza troviamo incensi indiani e mediorientali, abiti cinesi, resine profumate, tisane d’ogni genere, specialità sarde (non fate domande, non ho risposte da darvi), libri dai titoli più improbabili. E poi candele, suonatori di gong giganti, individui che fanno yoga su una specie di amaca blu con lucine colorate (roba che nemmeno Yoda). Mancano giusto esplosioni verdi o gente che entra ed esce volando. Ma ci fossero, chiamerei la polizia, io.

Ma torniamo ai libri improbabili. Accanto a testi che solleticano la mia curiosità sulle filosofie orientali, e in particolare sullo zen, noto presto cose che mi causano poi sommo detrimento: c’è gente che ti assicura la vera felicità attraverso il tuo angelo (o persino l’angelo di qualcun altro). Ci sono scienze dai nomi più spettacolari che con pretesa di assoluta verità, giunta dalla comunione di antiche saggezze e nuovi metodi scientifici assolutamente all’avanguardia, ti possono garantire una perfetta armonia con il cosmo, il karma, l’universo, la tua psiche, il tuo angelo e con un po’ d’impegno financo il tuo intestino tenue. Ci sono terapie fatte di cristalli, colori, onde sonore, erbe, fiori, tisane, incensi… C’è, in pratica, tutto il condensato del ciarlatanismo new age, mischiato a testi di divulgazione sulle discipline orientali, mischiate a loro volta a libri di ricette.

Riguardo al connubio tra scienza e tradizione, e in particolare a queste nuove forme di sincretismo, mi permetto di esprimere un giudizio. Creare un sincretismo tra sistemi filosofico-religiosi complessi e stratificati è tutt’altro che un’operazione banale. Farlo male significa creare chimere che non possono sopravvivere, mostri in cui la testa di capra innestata su una scimmia porta alla morte della capra e della scimmia. È difficile unire sistemi lontani, diversi, che hanno presupposti diversi e significati opposti: se ben fatto, però, c’è la possibilità di creare un modello di pensiero universale. Finora, secondo me, non c’è riuscito nessuno, e ogni tentativo ha soltanto finito per creare ulteriori ciarlatanerie.

Ma si continua. Troviamo infatti ogni genere di massaggio (dal vibrante amazzonico al lumi lumi hawaiiano, e sì, lo so, c’entrano come le specialità sarde), e uno stand di cucina koreana dove il cuoco in persona ti porge le sue specialità guardando in basso, come se si vergognasse di disturbarti. C’è un incredibile artista vestito da santone indiano che fa dei mandala meravigliosi, che ci vuole una pazienza difficilmente misurabile già solo a guardarli, figuratevi a farli. E poi le bamboline giapponesi, i kimono, i ramen istantanei (e ti aspetti Lamù a fulminarti da un momento all’altro).

E poi arrivo allo stand del Go, il millenario gioco orientale decantato come il top dai giocatori di tutto il mondo. Roba che la sacra triade dei giochi a zero fortuna, più tosti, più spremi cervello (che comprende gli scacchi e il gioco in scatola moderno Caylus) vede il suo vertice proprio nel Go, lo shogun dei giochi. Ebbene, da amante del gioco non posso sottrarmi alla chiamata degli dei del sol levante, e mi siedo. Il gentilissimo espositore (un giocatore che partecipa a tornei in giro, di mestiere maestro elementare) mi insegna le regole base, e si parte. E mentre lui gioca cercando di creare situazioni attraverso le quali spiegarmi i casi tipici, io muovo alle spalle e inaspettatamente vinco la mia prima partita di Go (in campo ridotto 9×9), al primo tentativo. Figata. Ma immediatamente il maestro mi mostra che è stata una distrazione, perché alla seconda sta attento e mi asfalta senza troppi complimenti. Imparato qualcosa anche oggi: mai offrire la rivincita, dice il saggio Cestinante.
Comunque finalmente uno stand di gioco da cui vado via con qualcosa in più della voglia di acquistare. L’obiettivo infatti era diffondere il gioco, e farlo conoscere, non venderlo. E infatti gli espositori sono più interessati a darti materiale esplicativo e a invitarti a provare ad andare alle loro associazioni sul territorio e a partecipare a tornei, piuttosto che a venderti il gioco. Esperienza molto positiva, grazie.

C’è ancora tempo per qualche acquisto, in fiera. C’è tempo per portare a casa oggettistica davvero graziosa, e per guardare una magnifica fontana giapponese che sarebbe stata così bene nel mio giardino. Ma il mio portafogli mi ha suggerito di recedere dall’idea dell’acquisto.

Finito tutto quanto, si recupera lungo la strada un altro campione di sabbia (a poche centinaia di metri dalla prima, ma già in territorio ligure) e poi via, a vedere gli scavi archeologici della città romana di Luni, che da il nome alla lunigiana. I musei archeologici di questo genere, purtroppo, si somigliano un po’ tutti, ma qui c’è la possibilità di vedere gli scavi, ed è interessante.

Dopo serata & notte nella bella cittadina di Sarzana, il mattino seguente ci svegliamo e siamo avvolti da pioggia torrenziale e nuvole a bassa quota. Saliamo al castello di Fosdinovo, un rocca dei Malaspina poco distante, e sarebbe uno spettacolo eccezionale se si vedesse qualcosa, avvolti come siamo dalla nube, dalla nebbia, dalla pioggia. Bella la visita al castello, comunque.
Ma il maltempo ci sconsiglia di proseguire sulla linea che avevamo in mente, ovvero una visita alle grotte del vento, e decidiamo di tentare una graaande impresa: la doppia fiera in due giorni.

Infatti eccoci lanciati, nel primissimo pomeriggio, verso il Lucca Comics & Games, la più grande fiera italiana di fumetti, giochi, cartoni animati, videogiochi, nerdware e bimbominkiate in assoluto. La fauna che vi partecipa è vastissima e pittoresca, il cosplay regna sovrano indisturbato. Potrebbe capitarvi di guardare dei giochi in scatola tra Gollum, Go-go Yubari e Batman. E non vi sentireste fuori posto.
Nel corso degli anni è cresciuta in maniera esponenziale, arrivando ad occupare vaste porzioni dell’intero centro storico di Lucca. Dato il poco tempo a disposizione ci siamo dedicati solo a due aree: il Japan Palace (dove l’oggettisica – sia tradizionale che moderna – giapponese era in quantità e bellezza straripante anche rispetto alla fiera dell’oriente) e il padiglione dei giochi in scatola.
In entrambi l’indice di antropizzazione tendeva a più infinito, la densità tremenda: ho avvertito distitamente a causa della pressione molti dei miei elettroni che si schiantavano ingloriosamente sul nucleo atomico, annichilendo. Ho iniziato a pulsare ed emettere radiazione gamma. Credo che per svariate ore la terra sia stata percepita come una piccola pulsar nel nostro ramo di galassia.

Ma in fondo ne è valsa la pena.

Perché mentre dei foglietti fruscianti e dei dischetti metallici rapidi fuoriuscivano dal mio portavalori da tasca, qualcosa rimaneva attaccato al fondo della mia borsina, e l’espansione del cooperativo (ovvero un gioco in cui i giocatori, alleati, devono battere il nemico comune costituito dal sistema di gioco) Yggdrasil – gran bel gioco per me – già da sola mi procura un certo sottile appagamento, ma figuratevi a questo punto cosa può “1969”, gioco in scatola ben recensito sulla corsa allo spazio degli anni Sessanta! Potevo farmelo mancare? Proprio io, che della mancanza dell’allunaggio nell’arco della mia vita faccioda sempre un cruccio, un vuoto incolmabile? Sia mai!

E così, eccoci qua, sopravvissuti alle intemperie e a due fiere in due giorni, mentre facciamo rotta verso casa, mentre di nuovo affrontiamo la Cisa. La Cisa. La Cisa bagassa, boddana e meretrice, con i suoi lavoro fantasma e le sue code, e le quattro fottute ore e mezza (invece di due e venti) impiegate per rincasare…

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