Il canneto di Eridu

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Archivio per il tag “Schopenhauer”

#64. Perché.

“Clio, la musa della storia, è tutta quanta infetta di menzogne,
come una prostituta di sifilide.”
[Arthur Schopenhauer]

“Le grandi guerre del presente sono conseguenze dello studio della storia.”
[Friedrich Nietzsche, “Aurora”]

“Tutti i libri storici che non contengono menzogne sono mortalmente noiosi.”
[Anatole France, “Il delitto dell’accademico Sylvestre Bonnard]

Due filosofi pesantissimi per la formazione del pensiero occidentale come Schopenhauer e Nietzsche, e un premio Nobel per la letteratura (nel 1921) ci spiegano in tre frasi quanto sia inutile (no, dannoso!) occuparsi di storia. Ma naturalmente, dal piccolo buco della sua levatura, un blogger che scomoda nientemeno che una città sumerica per il nome del suo blog non può essere d’accordo coi suddetti figuri. Vediamo di trovare modo di rispondere un po’.

La domanda contenuta nel titolo del post, “perché?” (privata di punto interrogativo per semantica dei titoli dei temi), è sostanzialmente estendibile così: “Perché se la storia è piena di menzogne, e se quando non le contiene è noiosa, e se decidiamo di studiarla lo stesso facciamo errori madornali e aberrazioni mostruose, ha lo stesso un senso studiare la storia?”. E la risposta è molto semplice e la svelo subito, come se questa fosse una puntata di Colombo, con l’assassino svelato nella prima scena e il resto della puntata teso a capire come verrà scoperto. La risposta è “per capire”.

Ma andiamo con ordine. Intanto cominciamo con Schopenhauer, che ci parla della storia identificandola con Clio, e dicendoci che è un cumulo di balle. Clio, figlia di Zeus e di Mnemosyne (la memoria), è sì la musa della storia, ma anche dell’epica, perché epica e storia per i greci erano molto più che sorelle. Clio, quindi, è una musa della narrazione, e la narrazione, essendo emanazione di un narratore, non può che esserne viziata. Non è una prostituta, ma un punto di vista.
È assolutamente vero che la narrazione della storia è sempre di parte, spesso asservita all’assoggettamento dei vinti da parte dei vincitori (o all’autoassoluzione degli stessi da eventuali crimini commessi in ragione di un discorso “più importante”), quando addirittura non viene piegata alla funzionalità di una dottrina politica o religiosa (similmente a quanto accadeva in passato persino con le scienze naturali, però!).
Quindi, se è vero che la narrazione della storia è di parte, cosa ci permette di capire?

Molto, e su più di un livello, se abbiamo la sufficiente capacità di discernimento. Se comprendiamo qual è il livello di aberrazione dovuto allo strumento di osservazione (ovvero in questo caso il tasso di modifica del reale dovuto al punto di vista del narratore) avremo ben chiaro sia qual è il suo intento – e quindi molto su di lui – e riusciremo anche ad escludere le aberrazioni dall’oggetto osservato. Non riusciremo quindi ad osservare l’alethéia (la verità intesa come svelamento, anzi, disvelamento o non velamento), perché il velo c’è, ed è l’aberrazione, ma riusciremo a comprendere qualcosa di quello che c’è al di là del velo e il discuterne ci aiuterà probabilmente a comprendere, già solo in base a come ne ragioniamo, a dedurre qualcosa di più di quanto c’è al di qua del velo.
Inoltre ricordiamo che Schopenhauer non tratta duramente la “storia”, ma “Clio”, la musa della narrazione storica, figlia di Mnemosine, la memoria. Dicono le lamette orfiche: “Sono riarso di sete e muoio, ma datemi la fredda acqua che sgorga dalla palude di Mnemosyne”… è la memoria che disseta l’uomo e gli ri-dona la vita, riconsegnandogli una natura divina.

La natura divina ridata dalla memoria? E perché? Il concetto espresso è riferito all’idea di un’anima immortale ed esterna alla natura terrena, la cui memoria dev’essere risvegliata dall’iniziazione ai culti misterici, similmente all’illuminazione delle culture orientali. Ma possiamo benissimo trovare un altro significato per questo significante. Ad esempio attraverso lo studio delle culture antiche riprendono un senso alcuni passaggi delle religioni attuali, che vengono banalizzati e ritualizzati (e de-significati) attraverso una ripetizione che via via toglie il senso relegandolo a concetto troppo semplice, troppo banale, troppo “vecchio”. Ecco allora che i testi sacri ci sembrano vuoti contenitori sul cui fondo restano solo un po’ di poetica, un po’ di buon senso, e molta barbarie. Nascoste da un velo di simbologia e interpretazione che di secolo in secolo cambiano, rendendoli sempre attuali, sempre facili da manomettere, ma in realtà allontanandoci da qualsiasi cosa che possa sembrare anche solo lontanamente sensato.
Se ci accorgiamo che le domande fondamentali (chi cazzo sono, cosa cazzo faccio qui) se le ponevano con poche differenze i sumeri 5000 anni fa, ecco che ogni messaggio religioso intervenuto nel mentre rischia di perdere di importanza e soprattutto la sua propria peculiarità: ecco quindi che la direttissima parentela tra il mito sumerico e le religioni deve essere nascosta. Viene rifiutata questa nobile parentela, quasi fosse imbarbarente e impaganante: Noè non è Utnapishtim, il diluvio non è lo stesso narrato dai sumeri, il sacrificio del figlio di Dio ebreo/cristiano non può essere confrontato col sacrificio di Dioniso/Zagreo figlio di Zeus pagano. Ma perdendo tutte queste connessioni non facciamo altro che interpolare sempre di più il pensiero divino originale, la tensione dell’uomo verso i propri limiti e la sua capacità di pensare di oltrepassarli (la morte genera l’idea di immortalità, la finitezza genera l’idea di infinito, il terreno genera l’idea di divino). Si perde così il pensiero divino puro, e si passa di narrazione in ritualizzazione, in banalizzazione, in costume e formula. La natura divina, diviene una poesiola, o come diceva Nietzsche in “Così parlò Zarathustra”: «come sapete bene ciò che ha dovuto adempiersi in sette giorni: e come la bestia mi è strisciata dentro le fauci per strozzarmi! Ma io ne ho morso il capo e l’ho sputato lontano da me. E voi, − voi n’avete ricavato una canzone da organetto?».

E veniamo a Nietzsche, appunto, ma non al Nietzsche dello Zarathustra, ma a quello a monte. Più semplice confrontarsi con quella sua frase. È vero che la storia ci ha sempre dato delle grandi scuse per fare guerre: quella terra era mia, in un’altra epoca. Scusa perfetta, da sempre, per chiunque. Quella era la terra dei nostri padri che ci è stata rubata, e la rivogliamo, stiamo subendo un’ingiustizia. Ogni governo che vuole dichiarare una guerra troverà nella storia un validissimo alleato. Del resto se l’Italia avesse la potenza bellica ed economica necessaria potrebbe accampare supposti diritti storici su gran parte dell’Europa, tutto il Mediterraneo, l’Asia minore, la mezzaluna fertile… Per non dire di quali diritti potrebbe accampare la Mongolia su mezzo pianeta. Vero è che però la storia in questo caso è umile serva del volere del potente. Quand’anche non è stata usata la storia, all’uomo non sono mai mancate le scuse per inventare le guerre: la religione, l’economia, l’intervento umanitario, la volontà civilizzatrice…
Dare la colpa delle guerre allo studio della storia, alla religione e a tutto il resto come causa della guerra, è esattamente come guardare il dito invece della luna. E non è da Nietzsche… per cui sono costretto a immaginare che intendesse altro, ma io non capisco veramente cosa.

La terza affermazione, quella del premio Nobel per la letteratura, è poi addirittura surreale. Considerando che la storia contiene tutte le vicende umane, definirla noiosa in assenza di mistificazione è come dire che tutta l’umanità è noiosa, quindi è noiosa in sé, senza bisogno di studiare alcunché, ergo la noia è… nell’occhio di chi studia, e non nell’oggetto dello studio, in questo caso.
Non solo, ma per me è totalmente vero l’opposto: è talmente affascinante la storia già di suo, pur con tutti i dubbi che si porta dietro, che quegli individui che sostengono che la piramide di Giza era una centrale a microonde per ricaricare di energia astronavi in orbita, o che gli Annunaki erano alieni, mi causano qualche scompenso gastrointestinale. Per cui no, non trovo che la storia sia una palla, quanto che le palle in campo storico siano una palla.

E con questo chiudo questa accorata difesa dello studio della storia… ecco quindi “perché” la storia va studiata, e in particolare la storia antica: per capire. Per arginare ritualizzazioni (ma sia chiaro, non solo in campo religioso, mi riferisco ad esempio ai particolari riti della democrazia, che se privati del loro senso, se non spiegati, perdono la loro forza e vengono pian piano dimenticati, abbandonati, ributtandoci in un eterno ritorno che dovremmo in un certo modo scongiurare, e riecco Nietzsche, di nuovo…) e dismemorie, per approfondire significati dimenticati, per risalire al senso di ogni nostro gesto, parola, pensiero. Sta tutto scritto su pagine ingiallite, se tavolette di argilla, su selci scheggiate, su ossa imbiancate in sepolcri dimenticati.

Ho tratto alcune informazioni e concetti da uno spezzone del libro «La terra senza il male» di Umberto Galimberti. Naturalmente eventuali malinterpretazioni del pensiero filosofico, che non è per sua natura di facile/agevole comprensione (non si lascia catturare né portare da chiunque), sono da attribuirsi a me.
Consiglio tra le altre cose la lettura di “Così parlò Zarathustra, un libro per tutti e per nessuno”, che immediatamente rivelerà a chi mi segue dal principio chi citava il mio primo sottotitolo.

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