Il canneto di Eridu

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«Tutti i doni degli dei»

In questo vecchio racconto (siamo nell’inverno del 2004) parlo di uno dei miei perdenti preferiti: Prometeo. Questo non è il mito principale che lo riguarda, quella legata alla nascita dell’uomo e al furto del fuoco, ma è comunque molto interessante.

Mai visto niente di simile. Quando l’hanno consegnata a mio fratello ci sono rimasto di sale. Hai presente quei quattro-cinque secondi di apnea, come un destro alla milza? Occhi sprangati, poi un sospiro: figata. Nient’altro. Non ho respirato per cinque secondi e già la faccia scivolava alla grande verso il blu.

A dirla tutta sentivo qualcosa di strano. Fin da piccolo ho sempre avuto una vista esagerata, tanto esagerata che riuscivo a vedere le cose prima che accadessero. E qui vedevo fosco.

– Sta calmo – dicevo e ripetevo a mio fratello – pensaci su. Se ti arriva un regalo da quelli c’è sotto qualcosa. Perché avrebbero dovuto fare un regalo a te?
Parole utili: non mi ascoltava nemmeno. I fratelli minori pensano subito che sei geloso. Ragionano meno di una cimice. Sì, perché almeno la cimice, tra una craniata e l’altra contro il lampadario, si ferma qualche secondo aggrappata al soffitto a pensarci su, perplessa, colta da improvvisa dismemoria del motivo degli attacchi. Sembra quasi umana. I fratelli minori invece no, loro si buttano. Basta dire stai attento e si fa solo in tempo a vedere che si sono già tuffati. Bestie.

Ricordo quando l’hanno consegnata. Mio fratello è corso da me che sembrava un bufalo cafro. Bam bam bam bam! Anche nel più profondo dei sonni riesci subito a capire che la tua porta non reggerà un altro colpo come quello. Conviene rotolare fuori dal letto.
– Apri! – mi urlava – Vieni a vedere, corri! È un regalo! Per me!
Prima di allora credevo fosse impossibile trovare uno così deficiente da accettare un regalo da chi lo vuole morto. Più tardi l’avrebbero rifatto i troiani, e sì che avevano Cassandra che sapeva vedere lontano. Capita sempre.
– Pensi sempre alle gabole tu! Pensa a divertirti!
Sì, io penso sempre alle gabole, ma non faccio casini.
– Devi vedere, dai corri!
Eh, sì, corri. Certo che corro. Ai ripari, corro.
Ma poi ci sono andato ed era davvero un regalo da non credere: una ragazza elegante, dolce, così bella nelle sue vesti intessute con fili d’argento. Così bella, con i capelli intrecciati in ghirlande di boccioli di campo. Con quegli occhi grandi e sognanti, diresti che racchiudono il mondo intero. Veniva proprio da pensare che tutti i doni fossero in lei. Ed erano per lui, e per una volta tutte le mie previsioni sembravano smentite, tutto chiaro come una notte di luna piena.
Amico mio, mi sono detto quella sera, stavolta ti sei proprio sbagliato. Hanno mandato davvero un regalo incredibile. Quasi mi pento di quel piccolo furto… quasi. Ero ancora un po’ sospettoso, ma, si sa, io penso sempre alle gabole…

Un giorno, però, la ragazza fece un casino, e si scoprì dove erano davvero tutti i doni degli dei, tutti i doni nascosti nel suo nome, Pandora: erano nel bel vaso di bronzo che gli dei avevano consegnato alla giovane. Il vaso che lei, donata dagli dei a mio fratello, portava con sé al suo arrivo e che presto aprì, vinta dalla curiosità. Eccoli lì tutti i bei doni: dolori, paure, tragedie, preoccupazioni, persino le cimici. Tutto è uscito da lì.

La luce delle notti di luna piena è la mia preferita. Per distinguere sei costretto a metterci un po’ del tuo, e vedi qualcosa di diverso, che di giorno non vedi. Vedi un po’ di quello che c’è là fuori, ma anche un po’ di quello che hai dentro. E non è la realtà ad adagiarsi su di te, ma sei tu ad andarla a prendere, a possederla.
Le mie previsioni non erano smentite, erano solo visioni di una notte di luna piena. Visioni lontane: nessun dono arriverà mai dagli dei senza un prezzo da pagare.

Il fratellino se la spassa. Certo, sono io che ho provato a correre per il mondo, insieme ai miei seguaci, per cercare di recuperare tutti i mali che la sua bella ha seminato. Abbiamo tirato a sorte, un male per ogni cercatore, a me è capitata la sfiga. Facile no? In giro ce n’è un sacco, sembra dappertutto. Ma appena sono convinto di averla presa, la stringo tra le mani come il collo di una gallina e subito vedo che poco distante c’è qualcuno che ne ha più di me. E la perdo.
La inseguo ogni giorno, penso di averla presa: foro una gomma della Ritmo, che sfiga, sì, stavolta l’ho presa davvero! E subito nell’autostrada di fianco un vomito di lamiere e sogni spaccati sorge dal nulla, e un cumulo di orfani me la sfila dalle mani.
Perdo una lotteria per un solo, schifoso, misero numero: che sfiga! Sì, stavolta è mia, la posso quasi accarezzare. Poi vedo chi nemmeno ha potuto comprarsi il biglietto.
Nemmeno della sfiga ci si può più fidare.

No, ragazzi miei, non vi posso più aiutare, è andata. I doni degli dei ormai sono dappertutto, li avete sotto il cuscino. Cosa volete da me, non posso recuperarli tutti io, in fondo. Tornerò a casa, e andrò a suonare il citofono di Zeus.
– Ehi! – gli griderò – Almeno fanne una per me, tutta mia! Dovrò mica rincorrere per sempre i mali di un altro!

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