Il canneto di Eridu

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Almanacco, LXXI

Settantunesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
6 marzo 2013

Ho appena scoperto che il 6 di marzo 1619 è la data di nascita di tal Hercule Savinien de Cyrano de Bergerac, curiosissimo personaggio nel cui cognome avrete di certo riconosciuto quel Cirano de Bergerac immortalato da Edmond Rostand nella celeberrima opera teatrale. Ora, questo personaggio pare veramente curioso, di certo poco imbrigliabile nelle categorie della sua epoca, e arrivò a scrivere opere che potremmo definire precorritrici della fantascienza: “L’altro mondo. O gli stati e gli imperi della Luna” e “Gli stati e gli imperi del Sole”.

E voi, che di certo ne avete letti, in quale testo antecedente al Novecento trovate il germe più antico della fantascienza? Avanti, miei piccoli Kolosimi, ditemi.

Ah, per inciso, oggi si compiange o deride un personaggio politico che di certo ha inciso molto nella storia degli ultimi vent’anni: il capo di stato o dittatore venezuelano Hugo Chavez. Una sua frase voglio qui posizionare, perché viene usata per deriderlo, ma in fondo la trovo tutt’altro che banale: ”Non è da escludere che vi sia stata una qualche forma di civiltà su Marte. Ma forse sul pianeta rosso sono arrivati il capitalismo e l’imperialismo ed hanno distrutto tutto”. Su punti di vista simili a questo sono state scritte alcune tra le opere più poetiche e visionarie della storia della fantascienza.

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#39. Dozzina.

Il dodici è un numero particolarmente affascinante.
Lungi da me cialtronesche tentazioni numerologiche di stampo occultista, resta comunque innegabile che il dodici ha un certo significato nella struttura del nostro mondo. Intanto sono dodici le lunazioni (i cicli lunari) complete in un anno, e corrispondentemente (troppo perché non ci sia relazione) sono dodici e più o meno della stessa durata i cicli mestruali delle donne.
È chiaro che di fronte a due cose tanto importanti (un astro maggiore del nostro cielo, e il ritmo della fertilità della donna) il dodici non può che essere un numero che fin dall’antichità ha avuto una certa importanza. In fondo il dodici collega la luna, e quindi la notte (metà del tempo) e la donna (metà dell’umanità), è insomma parte integrante della trama del reale percepito dall’uomo.
E se arriviamo anche ai giorni nostri, apparentemente senza alcun motivo le uova, i fiori, le bottiglie si comprano e regalano a mezze dozzine o dozzine: appare chiaro come fino ad oggi il dodici sia rimasto come un numero pesante nell’inconscio collettivo.

Ma di questo, in realtà, non avevo alcuna intenzione di parlare. Sono stato traviato dal titolo. Perché volevo parlare di “dozzina” intesa come “sporca dozzina”, che dal film del ’67 è diventato, indipendentemente dal valore numerico, il miglior termine possibile per indicare una squadra di gente dotata di gran fornimento di maroni, in grado di svolgere un’impresa disperata. Meglio di “Vendicatori”, a dirla tutta, perché quel termine dà l’idea che ormai la frittata sia fatta e ci sia solo voglia di prendersi una rivincita, e alla fine la vendetta è un piatto di merda. Sì, perché l’obiettivo dev’essere evitare di farci sterminare, dopo sai che mi frega.

Ora, a seguito di uno scambio di idee con un affezionato lettore (che tra l’altro ieri ha tagliato il traguardo di tre dozzine di anni, tanto per dire) ho deciso di concedermi il lusso di immaginarmi un pianeta terra in epoca medievale, incasinato già di suo perché si sa che se li chiamavano secoli bui un motivo ci deve pur essere, e di aprire un portale in grado di far giungere sulla terra creature malvagie e mostruose da una terra sconosciuta, al servizio di un feroce individuo con l’obiettivo dichiarato di conquistare il mondo.

Di fronte, però, la possibilità – per una qualche magia, diciamo – di creare una squadra di 12 individui, presi dalla storia, dal folklore, dalla mitologia, in grado di fronteggiare questa mostruosa invasione. Ebbene, avendo questa possibilità, chi sarebbero i dodici? Come comporre questa squadra di avengiatori ante litteram e, soprattutto, ante tragediam?

Cominciamo a strutturare la squadra.

In primis serve un leader. La storia e la letteratura ne sono piene, ma qui serve qualcuno abbastanza carismatico da essere seguito, abbastanza folle da non fermarsi di fronte a niente e nessuno, e abbastanza leale da mettersi al comando di una missione suicida pur di salvare il mondo. Non va bene un Pericle, troppo politico. Né Carlo Magno o Giulio Cesare, spinti da desiderio di potere personale. E nemmeno Artù, che parte bene a inizio vicenda ma poi si spegne (e poivorrei evitare personaggi arturiani, che potrebbero fare una sporca dozzina da soli). Forse Cincinnato, grande dictator romano, ma sempre di politico, non di guerriero, si tratta. L’uomo giusto è un altro, il leader di questa squadra non può che essere un uomo in grado di trascinare la sua squadra al sommo sacrificio, e in grado egli stesso di sacrificarsi: Leonida I di Sparta. Alle Termopili guidò 300 spartani, più 400 tebani e 700 tespiesi, in una battaglia che ancora oggi è sinonimo di coraggio, eroismo, sacrificio e maroni a grappoli, oltre che capacità di comando, per tenere lì inchiodati alla morte quei 1400 uomini. E quando il persiano Serse disse agli spartani di deporre le armi, Μολὼν λαβέ, «venite a prenderle», gridò Leonida. Più, probabilmente, un invito a comparire in retro di fronte alla fava divina per tutti i persiani. E 20.000 se ne portarono nella tomba, prima di morire a causa del tradimento di Efialte. La merda.

E al fianco di Leonida, suo braccio destro e guerriero disposto a morire pur di salvare il mondo, di certo piazzerei Roland. No, non Cristiano Roland, ma semplicemente Roland, che nella medievale Chanson de Roland difende a Roncisvalle le retrovie dell’esercito carolingio contro gli arabi, e riuscirebbe a portare a casa tutti i suoi se non fosse per il tradimento di un’altra merda, Gano di Maganza. Roland è un esempio di grandissimo guerriero («guerra non fa nessuno grande», n.d. Yoda) disposto al sacrificio persino per l’onore della Francia. Di certo non si tirerà indietro se c’è da salvare nientepopodimeno che l’umanità…
Ah, sia chiaro, il Roland della Chanson, non l’Orlando dell’Ariosto che spacca mezzo mondo perché va giù di testa per la patata di Angelica, quello forse non ce lo potremmo permettere.

Di certo poi servono altri combattenti valorosi. Chi meglio di Cú Chulainn, eroe delle saghe irlandesi, al quale le profezie vaticinano grandi imprese e gloria e vita breve (un po’ come Achille, ma molto meno stronzo). A diciassette anni, da solo, difende l’Ulster dall’esercito del Connacht per mesi affrontandone i guerrieri uno ad uno, e fronteggiando al contempo anche la temibile dea guerriera Morrigan. Sì, direi che è una delle scelte migliori per difendere l’umanità da mostri, draghi, eccetera.
Che poi un eroe celtico ci vuole, è sicuramente più oscuro e sporco di uno statuario greco antico e un francese medievale in armatura scintillante. Cioè, non so se mi spiego, a Cú Chulainn quando si incazza si chiude un occhio e l’altro si ingrossa enormemente, bello da vedere non dev’essere.
Bestione sì, bello no. Per niente.

E ci mettiamo anche Eracle, l’incredibile Hulk dell’antichità, bello grezzo. Dodici fatiche ha compiuto (e ancora la dozzina c’è di mezzo, già per questo non può mancare), non vogliamo donargli la possibilità di compierne una tredicesima e salvare il mondo?
Vogliamo, vogliamo.
Eracle non era un eroe brillante, né sveglio, e neppure il classico compagnone. Facilmente raggirabile, ma allo stesso tempo collerico e dalle pessime reazioni in caso di raggiro, è però fedele alla parola data e dotato di senso del dovere. Altrimenti dopo 4 fatiche avrebbe mandato tutti all’Ade, soprattutto quel pezzo di merda di Euristeo.
Sì, è l’uomo (anzi, il semidio) giusto per il posto del bestione buono.

Altro uomo della prima linea è Beowulf, guerriero del popolo dei geati (tribù di ceppo gotico), che attraversa il mare per portare aiuto a Hrothgar, re dei danesi, la cui “casa degli eroi” (più che un palazzo occorre immaginarsi una costruzione megalitica) è straziata dalle incursioni del gigante Grendel, che nella notte divora i guerrieri. Beowulf sconfigge Grendel, e persino la madre, mostro ancora più potente, e chiude la propria vita uccidendo un drago che vessa la sua terra. Insomma, un gran bel curriculum, non vi pare?

Per chiudere la prima linea di guerrieri mettiamoci un cavaliere cristiano. Anzi, il santo patrono dei cavalieri: san Giorgio. Il megalomartire. La sua vicenda, occorre ricordarlo, ricorda in parte quella di Perseo e Teseo, con un tributo di giovani vite richiesto annualmete da un mostro che a un certo punto porta alla condanna il figlio o la figlia del re. In questo caso si trata della principessa. E il cavaliere Giorgio irrompe, fa stramazzare al suolo il drago, e poi (secondo la Leggenda aurea di Iacopo da Varagine) gli mette al collo la cintura della principessa. Da quel momento il drago segue Giorgio come animale mansueto. E a noi un eroe che abbia un drago al suo servizio serve, eccome, se vogliamo davvero salvare il pianeta!

Ci mettiamo poi Perseo, meno grosso, forse, ma con Pegaso al suo servizio svulazza e può colpire dall’alto. Anche perché se no contro i mostri volanti c’è poco da fare, abbiamo solo il drago di san Giorgio, e in più serve assolutamente qualcuno in grado di volare veloce in perlustrazione. E comunque di personaggi come Perseo che hanno affrontato un sacco di mostri ce ne sono pochi (e il mostro marino che doveva sbranare Andromeda, e la gorgone Medusa…). E per di più è intelligente (a differenza di gran parte dei tamarri elencati precedentemente) e pure ben voluto dagli dei, il ché non guasta.

Ci serve poi un gruppo di personaggi meno da impatto, più furbi e dotati di altre risorse rispetto alla forza bruta.

Dopo tutti questi combattenti di prima linea, ad esempio, è buona norma avere qualcuno in grado di colpire a distanza. Di certo il più famoso arciere, conosciuto da tutti, è Robin Hood. Quello delle ballate medievali tradizionali, quello un po’ oscuro, protagonista di vicende inquietanti, a tratti. Un eroe ben poco solare, e soprattutto slegato dalle vicende di Locksley celeberrime di Ivanhoe e Kevin Kostner. Ma comunque un eroe sufficientemente pieno di sé per tuffarsi in un’impresa oltre il limite del mito.

E un mago è indispensabile. Ma non mi tuffo a capofitto su Merlino o i suoi emuli, scelgo Angelica. L’Angelica dell’Orlando Innamorato, figlia del re del Catai (quindi cinese), bellissima e scaltra, dotata di arti magiche. Tutti si innamorano di lei, e per tutti intendo tutti i più cazzuti guerrieri del pianeta, eppure lei se la cava sempre, e alla grande. Potrebbe essere in grado di intrufolarsi nel campo nemico, e raggirare qualcuno. Sì, potrebbe.

Sempre tra le persone in grado di intrufolarsi nel campo nemico, ci serve una persona veloce, velocissima. E chi meglio di Atalanta di Arcadia, la vergine cacciatrice figlia di Zeus (e questo ne fa una sorellastra di Eracle) e protetta da Artemide, invincibile nella corsa. Certo, una volta venne sconfitta con un bieco trucco, ma ormai dovrebbe averlo imparato…

È l’ora di cambiare ambiente mitico, e spostarci dall’Europa. Aladino compare nella redazione francese de Le mille e una notte, è un cialtrone e un ladro, di lui non ci si può fidare granché. Ma un anello di protezione e una lampada magica con un genio lo rendono automaticamente un candidato ideale. Può colpire in volo come Perseo, ha a disposizione magie come Angelica, anzi, di più. E da ottimo ladro, è anche lui indiziato speciale per missioni di infiltraggio.

E infine, serve una creatura non umana, una specie di mascotte. E dal folklore medievale spunta la volpe Renard, che supera in astuzia tutti gli altri animali! Chi meglio di lui per guidare l’intrusione?

E così siamo arrivati a 12. Molti altri avrei voluto mettere, da Teseo a Sindbad, da Gilgamesh a Enkidu, da Davide a Sansone, da Orfeo a Ippolita, regina delle Amazzoni, e per finire Ossian, il bardo che avrebbe potuto narrare le vicende degli eroi.
E voi, chi scegliereste?

Eccoci dunque a parlare delle fonti del testo.
La “Chanson de Roland”, scritta dal sedicente Turoldo, è l’esempio tipico di chanson de geste francese. Qui parte la materia di Francia. L’edizione di cui sono in possesso, ottima, è edita da Mursia e curata da Finoli e Pozzoli.
Di Cú Chulainn potrete leggere in “Saghe e leggende celtiche – la saga irlandese di Cú Chulainn”, a cura delle solite Agrati-Maggini.
Beowulf è protagonista di un omonimo poema sassone, la cui edizione italiana, per i tipi di Carocci, è curata da Giuseppe Brunetti. Ci ha scritto peraltro un saggio Tolkien, saggio che potete trovare nell’antologia tolkeniana “il medioevo e il fantastico”, nella Biblioteca Medievale di Luni.
Per san Giorgio ho già menzionato la “Leggenda aurea”, mentre per il Robin Hood più antico e folklorico consiglio il prezioso e quasi introvabile “Le ballate di Robin Hood”, a cura di Nicoletta Gruppi, in Einaudi.
De “Le mille e una notte” esistono mille e una versioni in mille e una edizioni diverse. Non sono in grado di eleggerne una a mia favorita, se già io e la mia compagna ne abbiamo due diverse.
“Le metamorfosi” di Ovidio ci parlano di Atalanta, mentre per Angelica chi meglio del Boiardo col suo “Orlando innamorato” e dell’Ariosto e il suo “Orlando furioso”? Le mie edizioni sono in Einaudi.
Per concludere, per approfondire il tema del personaggio di Renart, consiglio, di Massimo Bonafin, “Le malizie della volpe. Parola letteraria e motivi etnici nel Roman de Renart”.
Di Ossian torneremo a parlare, lasciamolo lì un momento.

#38. Sole.

Finché risplenderà il sole, non si potrà dire che è solo una palla di gas infiammabile.
[D.H. Lawrence]

Alzo gli occhi al cielo e vedo il sole. E penso alle civiltà al sole di Ceram. Penso agli egizi, col loro occhio di Ra, il dio-sole. Penso alle civiltà nate sotto il sole rovente della Mesopotamia, del Messico, dell’altopiano iranico. Penso ad Helios, e al suo carro, al suo viaggio nel ciele. E penso che se non distolgo lo sguardo alla svelta la mia retina è fottuta.

Ed ecco che nell’abbaglio completo, nel fantasma verde che mi obnubila la vista, sono colto da un’intuizione: ho appena sperimentato la perfetta comunione degli opposti. Il sole, ciò che ci permette di vedere, e quindi la luce, la vista, ma anche la verità, in questo momento è per me l’opposto: quello che abbagliandomi mi sta togliendo la possibilità di vedere, mi costringe al buio, intride i miei occhi di falsi bagliori verdastri e fantasmi inafferrabili.

Del resto Helios – il dio solare greco – porta il sole su un cocchio di cavalli bianchi, e il cocchio trainato da cavalli (ma neri) è simbolo attribuito anche ad Hades, il dio dell’oltretomba all’opposto del disco solare.

Ma cos’è il Sole?

Se rispondiamo con le parole della scienza, ci troviamo a descrivere la stella più prossima a noi, una stella giallo, di classe G (nella sequenza principale del diagramma Hertzsprung-Russell che mette in relazione temperatura, e quindi colore, con la luminosità), che sta al centro del sistema al quale dà il nome. Una stella come tante. Una grande sfera di gas ardente, con la sua fusione nucleare, il suo stato plasmatico con gli elettroni che sciamano indipendentemente dal nucleo (da quando ho imparato, al liceo, questa definizione, non ho mai potuto evitare di pensare agli elettroni come a una massa di folli esaltati e festosi in mandria, tutti in corsa sanza ragione e sanza meta). Con i suoi brillamenti e le sue macchie solari, la cui attività tanto intimorisce i nostri bravi ingegneri, sempre alla ricerca di una minaccia che giustifichi la loro presenza sul libro paga delle grandi aziende.

E se da un lato queste parole scientifiche sono comunque affascinanti e interessanti, siamo costretti a dare ragione allo scrittore inglese D.H. Lawrence (sì, quello dell’amante di Lady Chatterley) quando dice «è mera presunzione credere che noi vediamo il Sole così come lo vedevano le antiche civiltà». C’è la stessa differenza che c’è tra il vedere un ammasso di carne e sangue e tendini, e vedere tuo padre. Entrambe le cose sono vere. Chi vede il composto organico e tu che vedi tuo padre, avete entambi ragione. Guardate nello stesso punto, ma non vedete la stessa cosa, e lo stesso accade a noi o ai greci antichi guardando il sole.

Loro ci vedevano il padre. Ci vedevano chi aveva elargito energia e vita, e al quale rendevano offerte. Come dice Kerenyi: noi vediamo ancora il Sole, ma abbiamo perduto Helios (e infatti, nel momento in cui Helios e il Sole non sono più coincidenti, ecco che diventa accettabile persino per la Chiesa l’eliocentrismo, ché collocare una palla di gas qua o là fa pochissima differenza, mentre mettere una divinità pagana al centro dell’universo è un tantino pericoloso).

E così, per quanto noi possiamo essere naturalisti, animalisti eccetera, per quanto possiamo cercare di vivere in simbiosi con la natura e amarla e proteggerla, nel momento in cui abbiamo perduto la natura Madre e abbiamo solo l’insieme di animali e piante ed ecosistemi, non potremo mai più percepirla come gli indiani d’America, non potremo mai più esservi partecipi.

E il Sole, lungi dall’essere il padre, sarà il fuoco che ci abbronza e ci brucia, e ci riscalda, il terribile fuoco che arde al centro del sistema solare e che, se non avessimo un campo magnetico forte quanto quello che abbiamo, ci cuocerebbe non dissimilmente da poveri polletti in un forno.

Sto leggendo uno splendido – ma duro – testo, “Figlie del sole” di Károly Kerényi, e già il primo capitolo mi ha spinto a scrivere un post. E sì che l’attualità mi farebbe parlare d’altro. Ma non è escluso che ci arrivi nei prossimi giorni.

«Elioforo a tradimento»

Ancora un vecchio racconto, scritto nell’estate del 2004, ma – strano a dirsi – non era assolutamente prevista la sua pubblicazione sul blog proprio oggi. Ma, che dire, mi sono reso conto rileggendolo che parlava d’estate e figurine, e quindi pare molto adatto a seguire il post che trovate più sotto. Spero sia di vostro gradimento.

Come sono finito qui, a mollo nelle acque eridanee, con i piedi a grattar la schiena ai pescigatto?
È presto detto.

Pigro e rilassato, semidio nel mio mondo, non mi opponevo allo scorrere del tempo, scandito da ghiaccioli e CD. Vivevo di piccole libidini quotidiane: una fetta di sole o un rutto dirompente.

Vuoi per le voci noiose di chi non mi riteneva capace di grande impresa, vuoi per l’emula di Afrodite di turno, in sei e sei dodici ideo, progetto, e porto a compimento un gran furto, uno di quelli che ti sparano negli album delle figurine.
Aspetto che Selene sia in cielo a ispirare lupi e innamorati e subito, scaltro come un ratto, mi calo oltre l’orizzonte con una scala di corda, sacco dell’immondizia alla mano e coltello in bocca.
Padrone della metis del cospiratore, maschera nera sulla faccia e sguardo cattivo, inforco l’ingresso dei bastioni di Elio e gli ciulo il sole, infilandolo nel sacco. E me la rido.
Poi via, scavalco l’orizzonte e mi confondo tra gli innamorati che salutano Selene, piangendo per finta all’arrivo dell’alba, sospirando a tutto andare i loro “addio”.

Nessuno mi vede, nascosto nel mio garage a righe verdi e arancio, mentre modifico la possente Ritmo Abarth adattandola al suo nuovo alto (altissimo) utilizzo, ma tutti restano abbagliati dal mio fulgore quando finalmente posso gridare: Io albeggio!
Da domatore di cavalli, sprono verso il cielo i 200 della Ritmo, diversi dai due stupidi fienivori del carro solare. Guardo il mondo, dalla terra degli iperborei fin verso quella delle esperidi: ah, nani lontani, ora mi vedete nel mio splendore, ora mi ammirate, ora stupiti volgete gli occhi a guardar… no, forse in effetti non mi vedono, anzi, sembrano più interessati a vestirsi sempre di più.
No, ostia, sono troppo in alto! Perdi quota, diamine, maledetto sole, che se no non ci vede nessuno!
Scendo sempre più, sorvolo il mare che quasi tocco, e viro verso l’alto. Appena il tempo di accendere l’autoradio e sento un tipo che grida ed ali in fiamme vola in mare. Maledizione, ero troppo basso, vero, ma mica per tanto. Pazienza: negherò tutto e dirò che era lui a volare troppo alto, troppo vicino a me. Niente testimoni, sono in cassaforte.

Ma no che non è vero. Un testimone c’è, e figurati se si fa i cazzi suoi. Mi avrà preso col multavelox, che ne so, fatto sta che, quando sono ormai a due passi dalla terra d’occidente, una gragnuola di fulmini mi centra l’ipotalamo, facendomi finire con un carpiato nel Po. Vedo la Ritmo schiantarsi contro il cielo di cartone, scrollando le stelle che sembra il 10 agosto, gettando il sole al suo posto, oltre l’orizzonte.

Si, sono qui per una cazzata, come tanti. Pigro e rilassato, non mi oppongo al mesto scorrere del tempo, scandito da schiuma gialla e pescigatto. Vivo di piccole libidini quotidiane, come le eliadi tramutate in pioppi che cantano per me, o come un sorso d’acqua meno amaro degli altri, un sorso che forse sì, davvero, arriva diretto dal Monviso.

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