Il canneto di Eridu

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Archivio per il tag “Starzinger”

#9. Luna.

Tutta la sfera varcano del fuoco,
ed indi vanno al regno de la luna.
[Ludovico Ariosto, “Orlando furioso”, canto 34]

And if your head explodes with dark forebodings too
I’ll see you on the dark side of the moon.

[Pink Floyd, “Brain Damage”]

Un mio amico qualche giorno fa si era lamentato di alcuni post senza citazione iniziale, quindi per portarmi in pari qui ne ho messe due, provenienti da campi completamente diversi (letteratura rinascimentale e musica rock), da periodi lontani (quattro secoli e mezzo), ma in qualche modo legati.

Legati, esatto. Intanto perché si nomina la luna. E poi perché la si nomina collegata alla follia: nell’Orlando Furioso– peraltro opera alla quale il fantasy moderno deve molto, molto e ancora un paio di molto – infatti sulla luna finiscono le cose che vengono smarrite sulla terra, e il prode paladino Astolfo, lì si reca, grazie a un ippogrifo e al carro di Elia, a recuperare il senno perduto da Orlando (uscito di sé per gelosia).
La canzone dei Pink Floyd, invece, fa parte di The dark side of the moon, concept album del 1973 dedicato a tutte le cose che possono condurre alla follia, tema caro al gruppo toccato dalle vicende del primo leader Syd Barrett (vedi il mio post #3. Diamante.). In particolare da notare il titolo della canzone, Brain damage, che dice già tutto.

Ma come si è arrivati ad un collegamento così persistente tra luna e pazzia, se dopo 4 secoli e mezzo dei personaggi centrali della produzione artistica del loro periodo lo avvertono come un paragone naturale e condiviso?

Partiamo a monte. La luna nelle culture antiche è collegata alla fertilità, il suo ciclo è infatti identico a quello femminile, e non è un caso se la gran parte delle divinità lunari è donna (Selene, Artemide, Diana), spesso connessa alla prima età della donna, ovvero alla prima funzione della dea-madre: la vergine cacciatrice intoccabile.

In altri casi, in virtù del ciclo lunare che porta l’astro, in cielo, a comparire, crescere, e poi calare e scomparire, la luna è stata collegata alla morte, e divinità lunari come il dio frigio Men sono anche divinità dell’Oltretomba.

Nel folklore medievale, poi, il ciclo lunare è responsabile di quelle che sono viste come bizzarrie o maledizioni, come il sonnambulismo e la licantropia. In quest’ultimo caso forse per l’abitudine dei lupi di ululare alla luna… e anche qui ci sarebbe molto da dire, visto che questa idea del lupo che ulula alla luns piena fa parte dell’immaginario collettivo di moltissimi popoli anche lontani tra loro, eppure non è ancora stata chiarita dalla scienza. Davvero i lupi ululano alla luna? Gli esseri umani ne sono convinti, ma pare sia solo una leggenda.

Ma andiamo avanti, che c’è altro da dire: la luna ha rappresentato e rappresenta molto altro ancora. È stata una delle prime frontiere extraterrestri, una volta esaurite quelle terrestri: lo è stata per Verne, con i suoi romanzi Dalla terra alla luna e Intorno alla luna, lo è stata per Georges Méliès con il suo film Voyage dans la Lune. E lo è stata soprattutto per russi e americani negli anni ’60 del Novecento, fino a quando il 20 luglio del 1969 Neil Armstrong (no, non quello che suonava la tromba) ne calpestò il suolo, primo terrestre a farlo.

E, forse, un po’ folli bisognava esserlo davvero per lanciare il mondo all’inseguimento di un sogno così grande e lontano.

E poi arriviamo al futuro, da quello immaginato (penso a Spazio 1999 –il telefilm in cui una grande esplosione nucleare sposta il nostro satellite dalla sua orbita facendolo diventare, per gli abitanti della Base lunare, una sorta di gigantesca astronave a bordo della quale esplorare il cosmo – ma anche a La luna è una severa maestra, romanzo di Heinlein tra i miei preferiti che costruisce una ribellione degli abitanti della Luna contro la madrepatria terrestre, opera eccellente, davvero), a quello reale o verosimile, con la nostra Luna che potrebbe venire sfruttata come miniera di elio-3, isotopo dalle mille proprietà, come nel romanzo Limit di Schätzing, o nel film Moon, ma anche come recentemente i cinesi hanno dichiarato di voler fare per combattere una ventura crisi energetica.

Luna da venerare, luna da temere, luna come simbolo, e infine luna da esplorare e sfruttare.

E luna da disegnare, anche, come ha fatto il buon talamax nel suo blog RondiniHF, in un disegno in cui immagina allunare un nostro amico, un ingegnere abile nei giochi di strategia ma dalla drammatica tendenza a dilatare all’infinito la durata delle sue mosse…

E per finire, Luna da rispettare, e giacché il dio sumerico della luna si chiamava Nanna, e io lo rispetto, visto che l’ora è ormai tarda e non sono folle mi precipito a rispettare il comandamento insito nel suo nome.

Non prima, però, di aver avuto la possibilità di indulgere in un ricordo d’infanzia:
Se pensi al tuo regno sulla Luna che non c’è più
Sul tuo bel viso una lacrima vien giù.
[I Superobots, “Starzinger”]

Per l’evoluzione della divinizzazione della luna, consiglio i primi capitoli di:
G. Filoramo, M. Massenzio, M. Raveri, P. Scarpi, “Manuale di storia delle religioni”

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#4. Nave.

He’s in the best selling show
Is there life on Mars?
[David Bowie, “Life on Mars”]

Da piccolo adoravo le navi spaziali.
Intanto ascoltavo il disco della sigla del cartone animato Blue Noah in heavy rotation, e questo poteva già essere un indizio. E sulla valigetta coi dischi avevo incollato gli adesivi di Capitan Harlock. E poi adoravo anche Star Blazers, Starzinger, e mi piaceva molto anche Legoland Spazio.
Ricordo anche che avevo fatto tutta una serie di disegni di navi spaziali, che dovevano essere ciascuna l’ammiraglia della flotta di un pianeta del sistema solare. E siccome all’epoca il mio pianeta preferito era Nettuno, la “Arizona V2”, come avevo battezzato la nave più fica che mi era venuta, era la nave di Nettuno. Non ho idea di che fino abbiano fatto quei disegni, ricordo solo che la “Arizona V2” era una tamarrata colossale, con un cannone frontale stile Argo ma in foggia di testa di tigre, naturalmente tutta tigrata. Era l’equivalente spaziale di una 106 rally leopardata, ribassata, coi cerchi dorati e l’alettone.

Poi sono cresciuto, e ho cominciato a interessarmi dello spazio vero, di astronomia, e di esplorazione spaziale. E di Shuttle.

Come dice Paolini nello splendido spettacolo sulla tragedia del Vajont, esiste un’età in cui tutti i maschi guardano con gli occhi sgranati e ammirati una diga, una portaerei, una centrale nucleare, un qualsiasi prodotto della tecnologia, purché bello grosso. E per me l’età era quella, i dieci anni non ancora compiuti, gli anni in cui leggevo sulle riviste scientifiche di mio papà di shuttle e di acceleratori di particelle. Era l’età in cui avevo la più cieca fiducia nell’uomo e nel fatto che bene o male avrebbe prima o poi passato tutte le frontiere pensabili. E naturalmente restai scioccato il 28 gennaio del 1986, quando il Challenger si trasformò in una palla di fuoco in volo durante il lancio della sua decima missione (un altro duro colpo fu il 26 aprile dello stesso anno, quando i reattori nucleari di Černobyl’ sembravano preannunciare un possibile inverno nucleare, ma è un’altra storia e raccontarla oggi, che è l’anniversario, sarebbe davvero banale).

Sono passati 26 anni e qualche mese e quell’immagine, quei pennacchi di fumo, mi sono rimasti così impressi che ricordo ancora bene quel giorno, quel telegiornale a casa di mia nonna. Ricordo ancora che mi chiesi che cosa poteva significare essere disintegrati, come quegli astronauti (allora non sapevo ancora, l’ho scoperto da poco in verità, che la cabina degli astronauti resse alla rottura del serbatoio esterno e si schiantò, con tre astronauti forse ancora vivi, ma probabilmente incoscienti, a 330 km/h contro il muro d’acqua dell’oceano).

Ciònonostante, dopo un attimo di scoramento, non persi fiducia nella tecnologia e nelle capacità dell’uomo, anche se cominciai a pensare che forse qualche intoppo alla colonizzazione dello spazio prima poi avremmo potuto incontrarlo. Ripresi fiducia con lo splendido progetto della ISS, una stazione spaziale orbitale le cui immagini ancora oggi mi aprono il cuore (forse ho ancora 10 anni, da qualche parte dentro di me). E la ripersi nel 2003, con la tragedia del Columbia, distrutto dalla fallacia di una piastrella di ceramica. Ma confesso che gli ultimi 4 anni sono quelli che più mi hanno demoralizzato.

Soprattutto il 2011.

Soprattutto il 2011, con i cari vecchi space shuttle mandati in pensione, e con la soppressione del progetto destinato a sostituirli, per cui attualmente l’umanità si trova senza una sola navetta capace di raggiungere la sua stazione spaziale orbitante e fare ritorno, ed è costretta ad affidarsi alle provvidenziali, ma vetuste, navette russe Sojuz, che si rifà ancora, per quanto modificata, alla Sojuz 7K-0K del 1967…
Soprattutto il 2011, dicevo, con le continue finte allusioni di potenziali eligendi a cariche importanti circa future colonizzazioni (o almeno basi) lunari, o viaggi su asteroidi o su Marte, autentiche chimere che mi trafiggono il cuore, perché sì, davvero, invidio la generazione che ha visto Armstrong sparpagliare col tallone polvere di luna.

E non credo che togliere pacchi di soldi alla NASA o ai programmi spaziali sia il metodo migliore per organizzarci a piantare una tenda sul pianeta rosso. E che cancellare il Progetto Constellation (una nuova frontiera dell’esplorazione spaziale statunitense, che non vedrà la luce) sia stata una buona idea. E che la decisione del Senato di non seguire Obama nella cancellazione totale dello sviluppo delle nuove navette Orion sia sufficiente ad avere ancora fiducia. E che “tecnologia” sia un iPhone sulla terra e non un piede umano su Marte.

E non credo che costruire portaerei sia un così bel modo di spendere soldi. E che il pianeta migliorerà togliendo fondi ai sogni e alla scienza, per darli agli speculatori e alle banche.

Per approfondire sul disastro del Challenger, in inglese sul sito della NASA:
Il rapporto Kerwin sulla tragedia del Challenger

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