Il canneto di Eridu

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#22. Toro.

Le corna del toro si levano dal branco
e si infilano nel culo del pirla che legge.
[Pensilina dell’autobus di Persichello, anni ’90]

D’accordo, d’accordo. È con ogni probabilità la citazione più scadente che abbia piazzato finora a far da introduzione ad un pezzo. Ed è un peccato, perché il «toro», oltre a essere uno dei simboli più importanti di tutta la storia antica della civiltà, è anche il soprannome di un mio vecchio amico noto per la bontà d’animo ma anche per la notoria peculiarità di annodare le braccia a chi gli manca di rispetto (del tipo «i droidi non sono famosi per staccare le braccia agli avversari quando perdono»). Anche per questo, quindi, urge introdurre una seconda citazione, possibilmente erudita e di spiccatissimo valore, per far da contraltare alla precedente.

Tagliare la testa al tor…
Ehm, no.
Prendere il toro per le corn…
No, neppure.

Niente da fare. Non trovo una citazione decente. È evidente che per questa imponente e magnifica bestia non c’è più il divino rispetto che l’umanità tutta (o pressoché) nutriva in tempi andati.

Sì, perché il toro è rispettato e divinizzato fin dai primi segni che l’uomo ha tracciato.

Le grotte di Lascaux, in Francia, e quelle di Altamira, in Spagna, sono due siti (entrambi patrimonio dell’umanità dell’UNESCO) di epoca paleolitica, e tra i vari animali raffigurati in quelle due meraviglie pittoriche dell’antichissimità figura l’uro, oggi estinto, progenitore gigantesco dei bovini attuali. I dipinti, che ci riportano in un’età compresa tra i 18.000 e i 14.000 anni fa, ritraggono molti animali, probabilmente prede dell’uomo cacciatore.
Ma a togliere dal mucchio delle prede il bovino arriva la rivoluzione neolitica, che porta agricoltura e allevamento, peggiora lo stato dei denti, e porta soprattutto alla suddivisione del lavoro, alla città, e forse anche ad un’evoluzione della lingua, introducendovi un sacco di termini nuovi (e perdendone chissà quanti legati alla vita del cacciatore/raccoglitore) che, chissà, forse sono alla base dei termini architettonici e urbanistici che usiamo ancora oggi.

Per inciso, esiste una teoria linguistica, la teoria del nostratico, che fa risalire all’epoca una lingua ipotetica – il nostratico appunto – che sarebbe alla fonte delle famiglie linguistiche indoeuropee, uralo-altaiche, kartveliche, elamo-dravidiche, e financo il nostro amato sumerico. Questa teoria ha goduto di straordinario successo in Unione Sovietica, e il proto-nostratico venne ricostruito in maniera ipotetica similmente a quanto fatto per le radici indoeuropee. Possiamo farci guidare dal sapore di grano macinato grossolanamente, dal profumo di fango dei mattoni crudi, dal fascino di simboli come l’ascia bipenne o la testa di toro, e immaginare il suono di una lingua primigenia, che potremmo anziché nostratico anche semplicemente definire “umano”, e leggere questa poesia del nostraticista russo Vladislav Illič-Svityč:

K̥elHä wet̥ei ʕaK̥un kähla
k̥aλai palhA-k̥A na wetä
śa da ʔa-k̥A ʔeja ʔälä
ja-k̥o pele t̥uba wet̥e

La lingua è un guado nel fiume del tempo,
ci porta alla dimora dei nostri antenati;
ma non vi potrà mai giungere,
colui che ha paura delle acque profonde.

Ma torniamo al nostro toro. All’epoca in cui – secondo i nostraticisti – veniva parlata una lingua simile a quella che vedete scritta poco sopra, in Anatolia si imboccava la grande strada che porta alla città. Il centro neolitico di Çatalhöyük è, finora, la città degna di questo nome più antica che abbiamo ritrovato (grazie al fatto che venne distrutta da un incendio, sciagura per l’epoca, enorme colpo di culo per noi vivi), con le sue case costruite addossate le une alle altre, senza strade a dividerle, e gli ingressi dal soffitto raggiungibili tramite scale. In questo sito sono state trovate delle grandi sculture a testa di toro, veramente bellissime e straordinariamente moderne nella loro stilizzazione.
Il toro, per l’allevatore, emergeva tra le altre bestie, per la sua forza con la quale dominava e difendeva il branco, e per la sua potenza generatrice, simbolo di fertilità. Potenza che porta vitelli e latte.
Al contempo, a fianco della forza virile generatrice, il toro porta le corna che ricordano la forma a falce della luna, e quindi si legano al ciclo femminile e alla dea generatrice, la terra, simboleggiata poi dalle veneri simbolo a loro volta di fertilità, nonché espressione della ninfa, la donna nell’età fertile, funzione divinia corrispondente alle categorie dell’amore, della generazione, della sessualità.

Il toro è il centro delle cosmogonie di molti popoli. I culti misterici mitraici fanno risalire all’uccisione del toro primigenio da parte di Mitra la nascita del mondo. Il vitello d’oro dell’antico testamento è in realtà il culto del toro come simbolo di El adorato dai patriarchi ebraici, vietato poi nella terra promessa da Mosè. Il toro compare ancora nelle insegne del faraone Narmer (primo faraone della prima dinastia) e per gli egizi è comunque un simbolo importante: tiene tra le sue corna il disco solare ed è allo stesso tempo simbolo di fertilità e simbolo funerario, legato ad Osiride e alle sue rinascite. Il toro fa bella mostra di sé sullo stendardo da guerra della città mesopotamica di Mari, ed è rappresentato in statuette di rame sumeriche del terzo millennio avanti Cristo.

Il toro è al centro della simbologia cretese, ed è un tema sul quale – ne sono certo – l’amico Topus farà un corposo ed affascinante intervento nei commenti. E sono sicuro che una volta che l’avrò letto non potrò esimermi dal leggere il libro sulla civiltà minoica che ho già comprato e che aspetta solo uno stimolo potente per farsi leggere (e il fatto che io spesso legga sul cesso non deve comunque gettare ombre su quale sia lo stimolo che attendo).

Per ora Creta mi interessa di sponda. Mi interessa soprattutto per un mito greco ivi ambientato, e per un sintomo, di cui parleremo dopo.

Il mito è ovviamente troppo famoso per star lì a descriverlo minuziosamente, ne faccio, come si dice oggi, un turboriassunto.
Il re di Creta, Minosse, riceve in dono da Poseidone uno splendido toro bianco da sacrificare. Minosse fa il furbetto del quartierino, occulta il toro bianco fico e sacrifica un altro bovino, probabilmente un po’ bolso e cicciotto, col quale viene bene la grigliata dopo il sacrificio. Poseidone se ne accorge, che mica è dio per niente, e decide di vendicarsi in maniera originale: fa innamorare Pasifae, moglie di Minosse, del toro bianco.
Ora, per quanto Pasifae si riveli vacca, e per quanto il toro sia simbolo della fertilità, la regina ha oggettive difficoltà ad accoppiarsi col toro, epperciò chiede aiuto a Dedalo, geniaccio ateniese in esilio, il quale costruisce una vacca di bronzo (o di legno, a seconda della tradizione) nella quale Pasifae si adagia e tramite la quali si accoppia col toro. Senza porci questioni sulla capacità di produrre prole di due specie piuttosto dissimili, accettiamo il fatto che la regina resta incinta, e partorisce un mostro: il minotauro Asterione (stellazza?), che viene chiuso in un gigantesco labirinto costruito ancora una volta da Dedalo (che evidentemente non sa stare lontano dai guai). Dedalo, tra l’altro, visto che ormai sa troppe cose, viene chiuso nel labirinto col figlio (le colpe dei padri ricadono sui figli). Dedalo e Icaro se ne vanno in volo con ali di cera, ma il giovane intemperante si avvicina troppo al sole e muore.
Passa il tempo, e gli ateniesi fanno uno sgarbo a Minosse (l’uccisione di un figlio, il più delle volte) e sono costretti a pagare un tributo altissimo: 7 fanciulli e 7 fanciulle da mandare a morire nel labirinto ogni tot anni (variano da tradizione a tradizione) sbranati dal minotauro, che a causa dello scombussolamento genetico risulta un carnivoro stretto.
A un certo punto Teseo, eroico figlio del re di Atene Egeo, decide di mischiarsi ai fanciulli sacrificandi. Arriva a Creta, fa il filo ad Arianna, figlia di Minosse. La poverina ci casca, e lo aiuta. Teseo si infila armato, nottetempo, nel labirinto e fa secco il minotauro, e riesce poi ad uscire dal labirinto grazie allo stratagemma del filo legato al piede, poco dissimile dalle briciole di Pollicino.
Teseo uccide il minotauro (fratellastro di Arianna) e si porta dietro la principessa, salvo poi piantarla in Nasso (la abbandona sull’isola con quel nome, Dia secondo altre fonti).
Sulla via del ritorno dimentica di cambiare le vele come promesso al padre (per fargli sapere della vittoria) che credendo così che il figlio sia morto si butta in mare.

Ora, credo proprio che il suddetto mito sia uno dei miti più belli in assoluto. Per gli studiosi di mitologia più interessati a leggere nel racconto una parafrasi degli eventi storici (come Robert Graves), qui c’è tutto lo scontro di civiltà tra i micenei e i minoici, con il prevalere dei greci continentali che si ribellano ai tributi nei confronti dei cretesi dei quali causano la caduta della civiltà, evidenziata dall’uccisione del toro nel suo labirinto (il palazzo di Cnosso).
Per gli studiosi di psicologia e sociologia, invece, questo è uno dei miti più farciti di archetipi fondanti per la civiltà occidentale. Dall’artefice Dedalo, primo esempio di scienziato inventore, fino al giovane privo di esperienza che se non ascolta gli insegnamenti finisce per bruciarsi. Dalla mancanza nei confronti della divinità che s’incazza, all’insana follia amorosa che conduce la regina alla rovina. E per finire il labirinto, la mente dell’uomo, che si pone come un ostacolo che contiene un mostro, e l’uomo deve affrontarlo, altrimenti quest’ostacolo (rappresentazione dell’inconscio) continuerà a riproporsi (il tributo dei fanciulli). E Teseo, l’uomo maturo, decide infine di affrontarlo, con l’aiuto di Arianna, la donna che rappresenta la realtà, gli affetti a cui l’uomo deve aggrapparsi per tornare dal viaggio dentro se stesso, una volta affrontato e sconfitto il mostro.

Il problema, però, è che uccidere il mostro significa sì superare la condizione di bestialità e arrivare all’uomo civilizzato, ma anche cercare di sopprimere una parte di sé che, volente o nolente, l’uomo ha dentro di sé: il suo cervello da rettile. L’uomo deve quindi affrontare il minotauro, senza sottrarvisi, ma deve davvero ucciderlo? O solo rendersi conto che al centro del labirinto un minotauro c’è davvero? Quale delle due è la mossa giusta?
Io ho provato a dire la mia con un racconto, che pubblicherò (visti gli esiti del sondaggio) nei prossimi giorni.

Nel frattempo, ci è rimasto in sospeso un sintomo: il toro, decadente, muore nel labirinto. E da lì non sarà più quello di prima. Il vitello d’oro viene spaccato da Mosè, un altro sintomo. Il sintomo di una civiltà che sta finendo, la civiltà mediterranea della dea madre, della fertilità, della natura, del medio oriente.
Una civiltà che sta lasciando il posto alla visione indoeuropea, patriarcale, guerriera, e alla visione ebraica monoteista, di un Dio invece che di una dea.
E dall’unione di queste due civiltà/filosofie/religioni, con san Paolo, al cristianesimo, e alla sua società basata sul senso di colpa, e della porta del labirinto sigillata. Ma al di là di quella porta il minotauro c’è ancora, ed è vivo.

Ci sarebbe molto da citare, ma mi limito, per ora, a consigliare ancora una volta il Dizionario dei simboli di Chevalier-Gheerbrant, e aggiungo “I miti greci” di Robert Graves

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#21. Montagna.

Sarà perché finalmente qualche giorno di vacanza, meritato o meno che sia, comincia a comparire all’orizzonte.
Sarà perché le pappardelle al capriolo costituiscono un’esperienza che permette di trascendere la grezza materia ed apprezzare gradi di realtà altrimenti preclusi.
Sarà che precedentemente avevo toccato l’argomento solo di sponda, e quindi mi era rimasta, in fondo, un po’ di insoddisfazione latente.
Sarà che in questo post ho di nuovo la possibilità di parlare di sumeri, e dovreste ormai aver capito che è argomento ben in grado di titillare la mia lussuria intellettuale, e per non mi lascerò sfuggire l’occasione di mettere un’altra tag appropriata.
Sarà anche che nell’ultimo anno, da Tremonti a Monti di poco altro si sente parlare.
Sarà che sarà quel che sarà, come dicevano i Ricchi e Poveri, e ricchi e poveri sono sempre argomento attuale.
Sarà tutto questo e molto altro ancora, ma come già nel post #15. Prospettiva sono ancora qui a parlare di Montagna.

Cominciamo col considerare che l’idea di montagna come luogo di turismo sportivo è recente, ma allo stesso tempo ha radici antiche. Fin dalla preistoria gli uomini si spinsero in alta montagna con motivazioni legate alla sussistenza (caccia, allevamento, raccolta) o a particolari riti, oppure a viaggi/traversate. L’uomo del Similaun, Ötzi (la cui salma “riposa” in una speciale sala/ghiacciaia del Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano) in un periodo compreso tra il 3200 e il 3300 a.C. (più di 5000 anni fa, dunque), attraversava un ghiacciaio a quota 3200 m s.l.m., e morì perché assassinato, non certo per le condizioni ambientali. Forse è il più antico “scalatore” di cui abbiamo traccia, ma ci interessa di più il fatto che in epoca romana abbiamo notizia da Erodoto e altri storici di diverse imprese alpinistiche: questi sono i primi uomini di cui abbiamo una qualche informazione, che decisero di misurarsi con la montagna, come dire, di misurarsi con i giganti, e con il cielo stesso.

Certo, perché da sempre la montagna appare come una scala verso il cielo. Ma ne parleremo dopo.

Perché nel frattempo, saltando il medioevo (nel quale abbiamo comunque notizie di sporadiche imprese alpinistiche, come la salita di un monte di poco meno di 2000 metri in Provenza da parte di Petrarca e di suo fratello), arriviamo alla fine del ‘700, e precisamente al 1786, quando con la prima scalata al Monte Bianco viene fatta coincidere la nascita dell’alpinismo, pratica che prende il nome dalle montagne che per prime sono state teatro delle imprese: nell’arco di un secolo tutte le vette principali delle Alpi vengono raggiunte.

Ma se il misurarsi con la montagna è un misurarsi col gigante, col cielo, e in fondo infine con se stessi, non poteva passare molto tempo prima che nuove imprese venissero tentate. E così abbiamo la prima scalata dell’Everest, il monte più alto del pianeta, e poi del K2, e poi di tutti gli 8000 (sono 14, e prima del 1935 alcune di queste vette, come il K2, l’Annapurna e il Nanga Parbat, avevano una percentuale di decessi durante i tentativi di scalata davvero impressionanti, addirittura il 77% per il Nanga Parbat).
E poi riprovarle tutte in stile alpino, senza bombole di ossigeno. E poi tutte in inverno. Ecco, a questo proposito sappiate che ci sono ancora tre vette sul pianeta terra che nessuno è mai riuscito a scalare d’inverno fino alla cima. Si tratta del K2, del Nanga Parbat e del Broad Peak. Se ci volete provare, avete l’occasione per sfidare il vostro gigante. E perdere, probabilmente.

Reinhold Messner da Bressanone, un uomo che è sinonimo di montagna, di impresa, è stato il primo a riuscire nella scalata di tutti gli 8000. E poi non si è fermato, perché un uomo del genere non è che poi lo puoi mettere a fare l’impiegato, o a gestire un troiaio in un posto di villeggiatura per vips debosciati. E così nel 1990 è stato con Arved Fuchs il primo essere umano ad attraversare l’Antartide a piedi, senza motoslitte o cani, passando per il polo sud. E nel 2004, a sessant’anni, ha attraversato il deserto del Gobi a piedi. Come dire attraversare il parco Po in bici per me. Per dire, ecco.
Ho avuto l’occasione di fare una piccola escursione con lui, e cercare di carpire come un uomo può essere così in sintonia con la montagna, e soprattutto così in sintonia con il concetto di sfida. Purtroppo quel giorno in albergo c’era la carbonara, e nell’indecisione ho optato per sfidare gli spaghetti, facendo sfumare l’occasione. Ma devo confessare che spesso ho la sensazione di aver fatto una minchiata di rara proporzione. Di quelle che possono cambiare la direzione di una vita. O forse è proprio da questo che mi hanno salvato gli spaghetti.
Già. Perché la montagna ti dà tantissimo, ma è un’amante esigente che pretende davvero molto. A Messner ha preso molto. Dita. Vita. Anche dei fratelli. Ma deve avergli reso davvero tantissimo se ne è ancora così innamorato, se le dedica ancora tutto se stesso.

E del resto, quando vedete le foto di montagne come il K2, ma anche come il Cervino, non sentite d’improvviso l’aria farsi più sottile, un leggero peso al petto, e d’improvviso la sensazione che se non l’affronterete non avrete mai davvero superato un ostacolo? Io sì. A volte, almeno. Ed ho ben chiaro che quelle vette mi saranno precluse per sempre, perché già non sfiderò nemmanco traguardi più semplici. E poi tra l’altro sfidare traguardi più semplici sapendo cosa c’è dietro da affrontare… che dire, sarebbe quasi umiliante. Resterò mesto mesto in trattoria, ordinando ancora una porzione di canederli.

Ma le montagne da sfidare non sono solo quelle di pietra e neve. Quelle sono solo l’espressione più immediata, che ci dà la natura, di scale verso il cielo. Se toltechi, maya e aztechi si sono sentiti in dovere di edificare montagne di pietra per avvicinarsi agli dei, vuol dire che questo moto è antico. Vuol dire che è insito nell’animo umano, se dall’altra parte del pianeta i greci, il popolo che ha detto tutto prima di noi, posero i loro dei sull’Olimpo, il monte più alto della Grecia. E se è su una montagna che Dio si manifestò a Mosè dandogli le tavole della legge.
E soprattutto, se i sumeri e i loro vicini, in assiria, susiana, e nella zona di Jiroft, costruirono montagne di pietra a più livelli. Come se ogni livello fosse al contempo un traguardo e una base di partenza. Come se raggiunto l’obiettivo di una certa altezza, si fossero resi conto di non essere ancora arrivati al cielo, di non essere ancora al livello degli dei. C’è anche una teoria che vede nell’abitudine di costruire Ziqqurat una presunta prova dell’origine montana e non autoctona dei sumeri, ma sinceramente non mi convince, visto il vasto areale sul quale la costruzione di montagne di pietra è diffusa.
Alla più famosa di queste torri/montagna, a Etemenanki di Babele (Babilonia, o secondo alcuni autori in realtà si tratterebbe di Eridu, e questa seconda ipotesi, che ci volete fare, mi affascina…) è legato uno splendido mito, quello per il quale Dio, vedendo che gli uomini edificano una torre per raggiungerlo (una torre edificata però anche per riconoscersi e non disperdersi sulla terra, una torre per acquistare nome e fama), decide di abbatterla e di disperderli sulla terra, confondendo le loro lingue. E sempre su un monte, l’Ararat, l’uomo scende dall’arca per quella che appare una seconda creazione.

E del resto sono molte, moltissime altre le civiltà che pongono dei, paradisi, luoghi epocali sulle cime delle montagne. E moltissime le civiltà che ricostruiscono montagne di pietra e vi pongono i loro idoli. Procedendo verso oriente: musulmani (e in modo particolare i sufi) induisti, le genti cambogiane di Angkor Vat, buddhisti, taoisti. Addirittura la montagna sacra Kun’Lun dei cinesi, altro non è che la testa, il luogo apicale del corpo, dal quale poi, salendo in vetta, si trascende questo mondo.

E cosa c’è di più ovvio, quindi, della ricerca della trascendenza del proprio spirito dalla propria materia, e quindi in definitiva di se stessi, attraverso l’ascesa, la scalata, i silenzi, la fatica, la sfida della montagna?

Consiglio sul tema simbolistico della montagna nelle culture e nelle religioni, per avere un punto di partenza da cui partire per approfondire temi che ho solo accennato e banalizzato, di leggere la voce corrispondente sul “Dizionario dei simboli” di Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, pubblicato in bella e pratica edizione da BUR – Rizzoli.

Rimando al bel sito del Museo Archeologico dell’Alto Adige per ulteriori informazioni circa Ötzi.

Qui, invece, il sito del Museo della Montagna, uno dei lavori di Reinhold Messner che può dare una dimensione della sua passione. Se capitate nei dintorni di Bolzano, può essere un’idea interessante farci un giro.

Inutile che vi dica un’altra volta di leggere “Sumeri”, di Pettinato. Anzi, no, non è inutile. Leggetelo.

Per concludere, sondaggione:
Sto valutando se inserire nel blog, oltre alle mie deliranti elucubrazioni, anche i miei deliranti racconti. Che ne dite?

#10. Primati.

Quattro o cinque anni fa sono andato a Berlino. Allora era solo una città splendida, abitata da un sacco di gente giovane, soprattutto nella testa. Una città che non definirei multiculturale, ma berlinese, anche se abitata da gente proveniente da ogni dove. Una città sobria, certo, ma di quella sobrietà creativa, una sobrietà per scelta di linee estetiche pure ed essenziali, non la sobrietà data dalla mancanza di inventiva e dall’appiattimento mentale.

Berlino.

Berlino non era ancora percepita come la fredda e cinica, grigia e nera capitale tecno-burocratica dell’Europa delle banche. Era una città cui guardare per trovare scelte nuove, scelte originali, scelte impossibile. La città capace di unire – in modo armonico – in una chiesa imperiale devastata dalle bombe, lo stile antico e il moderno in vetro e ferro per la ricostruzione delle parti distrutte. La città che iniziava ad ottenere i primi grandi risultati nel campo dell’ecosostenibilità, con i suoi complessi residenziali energeticamente autosufficienti. Era la città dell’orsetto Knut, la mascotte del pianeta terra, se ci fosse un sistema solare in cui ogni pianeta ha una mascotte.

Knut nel frattempo è morto, e sembra che con lui sia morta la vivacità di Berlino. Sembra che il disincanto sia calato su una città, e un paese, che è tornato ad occuparsi di ferro e acciaio e carbone, e soprattutto soldi. E la città cui guardavamo in attesa delle impossibili riconciliazioni dei contrari, la città filosofale, è diventata quella che ci dice: «Non esistono soluzioni creative. Dovete sputare sangue (e merda, aggiungo io)».

Ma io mi sono innamorato dell’idea della Berlino che ho visto allora, e non dell’idea che, forte della sua pressione osmotica, sta passando le mie barriere celebrali e si sta a forza, nonostante la mia resistenza, installando nel mio sentire.
E così, in questi giorni, ho ripensato ai ricordi di quella città, alle ardite architetture del museo ebraico di Libeskind, all’insuperabile e sovrechiante fulgore della porta di Ishtar, conservata al Pergamon Museum, alla magnificenza dell’altare di Pergamo, alla sensazione indescrivibile di antico, di forza e di mito che sprigiona dalle mura di Uruk, alla gentile eleganza del busto di Nefertiti e alla fierezza di Pericle. Chissà se Pericle, Nefertiti, Enmerkar o Nebukadnezar, oggi, saprebbero fare meglio di frau Merkel e dell’eterogeneo miscuglio di ministri europei che sinceramente mi fanno una tremenda impressione.

Forse no, forse il mondo era estremamente più semplice allora. Eppure, secondo il mito sumerico, l’ingegnoso Enmerkar trovò una soluzione semplice e geniale, una soluzione creativa, a un problema di non inferiore complessità. Il sovrano di Uruk, alle prese con la diplomazia internazionale, prima di scendere in guerra con la civiltà di Aratta, instaurò un fitto dialogo tramite messaggeri. Ma arrivò ad un punto per il quale la complessità del messaggio e dei dettagli, nessun messaggero era in grado di ricordarlo e ripeterlo correttamente. La soluzione a noi sembrerà disarmante nella sua facilità, ma per il mondo dell’epoca non lo era, per niente: Enmerkar inventò la scrittura. Ora, è chiaro che si tratta di un mito, ma la mia sensazione è che se avessimo un Enmerkar all’apice delle gerarchie europee, ovvero qualcuno in grado di guardare il problema dall’altra parte, avremmo più possibilità d’uscita. E la soluzione sarebbe dura, forte, incisiva, come la scrittura cuneiforme.

La parola detta ha forma di chiodo, la sua struttura trafigge.
[“Enmerkar e il signore di Aratta”]

Ma dimentichiamo per un attimo la crisi, e, a fatica, dimentichiamo persino i sumeri, che paiono un leit motiv costante di questo blog, finora.Torniamo alla Berlino dei miei ricordi. E a Knut.
O meglio, a quella che per un po’ è stata casa sua, il gigantesco zoo di Berlino (e no, la droga non c’entra).
In questo superbo giardino zoologico (e giardino è una parola quanto mai azzeccata, visto che di gabbie se ne vedono davvero davvero poche) si possono incontrare animali che altrimenti vedreste solo in documentari. Il rinoceronte indiano. Il formichiere (da vedere: un cucciolo giocava con un inserviente dello zoo come fosse stato un cagnolino). La nutria (ok, quella è facile da vedere sulle sponde dei fossi della pianura eridanea).
Ma soprattutto, e qui finalmente diamo un senso a quel dannato titolo, scimmie, primati.

Da piccoletto non amavo le scimmie. Volevo un libro sulle malattie, e invece me ne regalarono uno sui primati, e fu un po’ una delusione.
Però lo zoo di Berlino ha dato un calcio in culo a quella miope prospettiva, e oggi vorrei sapere dove è finito quel libro.
Perché trovarmi faccia a faccia con Orango, Scimpanzé e Gorilla è stata per me un’esperienza traumatica: in definitiva sono troppo umani per vederli lì.
Vedendoli, guardandoli negli occhi, osservando i loro atteggiamenti, le loro mani (le loro mani! mani, non zampe), vedendo una scimmietta porgere la manina con un gesto tale e quale a un uomo che ti chiede l’elemosina, non ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un animale in gabbia, ma a un umano detenuto ingiustamente, senza colpa.

Ho sentito un richiamo genetico, vedendo un giovane orango fare degli scherzi a un vecchio “uomo dei boschi”, e letteralmente tirandolo scemo, vedendo il vecchio bussare alla porta degli inservienti pregando per un aiuto contro i lazzi del giovani intemperante, vedendo un gorilla in mezzo a un prato su una stuoietta, assiso come un maestro yogi, indicare se stesso con mistico e misterioso gesto.

C’è qualcosa di tremendamente sbagliato nel cacciare questi nostri simili, e credetemi c’è gente che lo fa. E qualcosa mi disturba nel vederli in uno zoo, ma questo mi è più facile da accettare, se può servire a capire le loro dinamiche sociali, comprenderle, e forse comprendere qualcosa di più sulle nostre. E c’è qualcosa di assurdo nel non credere che siamo parenti, perché basta guardarli. E chissà quale effetto potremmo provare di fronte a un neanderthaliano, o un homo erectus, creature con le quali la condivisione del patrimonio genetico era tale e tanta che oggi, trovandoceli d’innanzi, ci troveremmo di fronte al problema di dover riscrivere le nostre convinzioni circa la natura umana. Un impaccio dal quale forse nemmeno Enmerkar potrebbe trarci.

Colgo l’occasione per invitarvi a visitare il Museo Paleantropologico del Po, di San Daniele Po (CR)
questo il suo indirizzo internet: http://www.museosandanielepo.com/
e il blog The missing link

Infine vi segnalo l’esistenza del Great Ape Project, che porta avanti una battaglia per il riconoscimento di diritti umani per le grandi scimmie (e che ha già portato a risultati in alcuni paesi come la Nuova Zelanda, o regioni dotate di una certa autonomia legislativa, come le Baleari), in particolare:
1) Diritto alla vita

2) Protezione della libertà individuale

3) Proibizione della tortura
http://www.greatapeproject.org/

Chiudo con una fonte di tutto rispetto, per quanto concerne il mito di Enmerkar e il signore di Aratta, cfr. uno dei miei libri di archeostoria preferiti:
G. Pettinato, “Sumeri”.
Non vedevo l’ora di ascrivere (del tutto indegnamente) il professore tra le mie fonti.

#6. Bronzo.

Oggi vi voglio parlare di un lungo periodo storico, e di una lega metallica che gli dà il nome. Intanto diciamo che mica si parla semplicemente di un miscuglio rame-stagno: sia chiaro. Il bronzo è molto di più.
Perché se una lega dà il nome a un’era che in Europa-Vicino Oriente dura 20 secoli, vuol dire che era una lega importante, mica roba che dura un ventennio, per dire… anche se in quest’ultimo caso ci sono forse più facce di bronzo che in quella vecchia era lontana.

La parte che ci interessa, di quella era lontana, corrisponde al secondo millennio antecristiano.
È un millennio che si apre con navi cretesi che solcano le acque mediterranee e atlantiche, che toccano le sponde della Spagna, abitate dalle genti delle antichissime culture autoctone mediterranee pre celtiche. È il millennio degli hyksos, e poi della rivincita egizia, del faraone eretico Akenathon, di Tutankamon e della sua bella sposa Anksunamun, che cerca di sopravvivere ai complotti – che lacerano il regno alla caduta dell’eresia di Akenaton e alla morte di Tutankamon – e che cerca persino l’aiuto degli eterni rivali hittiti. E poi di Ramses e della battaglia di Qadesh contro gli stessi hittiti, e del primo grande trattato di pace tra le due “potenze” dell’epoca, trattato che oggi è conservato all’ONU.
È il millennio di Abramo, e dei padri del popolo ebraico. Ed è quindi l’era dell’Esodo biblico, e dell’arrivo degli ebrei nella terra promessa.
In Mesopotamia è l’era dell’affermazione di Babilonia, e del codice di leggi di Hammurapi, il primo codice scritto, o almeno il più antico arrivato fino a noi.
Ed è poi l’epoca delle migrazioni dei popoli del mare, che spazzano via i grandi regni dell’epoca.
L’era del sacco di Troia ad opera dei micenei.
E spostandoci verso oriente, troveremo la favolosa ed enigmatica civiltà dell’Indo che nel giro di un secolo scompare nel nulla, una civiltà di stirpe probabilmente antica quanto i mediterranei di Spagna, i sumeri di Eridu o il re scorpione. Una civiltà che ci ha lasciato impressionanti resti architettonici ma quasi nulla di scritto, a fronte degli indo-arii che li rimpiazzano nell’India settentrionale, dei quali abbiamo una grande produzione letteraria e inesistenti resti archeologici.

Di tutto questo ci parla, in un libro straordinariamente coinvolgente, Geoffrey Bibby. Ce ne parla con esempi che fanno ben capire le distanze di tempo, spazio e memoria tra gli eventi. Ce ne parla con le conoscenze dell’epoca (è un’opera del 1961), quindi all’oscuro per esempio dei ritrovamenti della civiltà di Jiroft nell’Iran sud-orientale o del complesso archeologico bactriano-margiano, ma pure riesce a farci comprendere quanto spesso stupide siano le nostre convinzioni, per cui ci immaginiamo in quel millennio un mondo sostanzialmente vuoto, con le ‘antiche civiltà’ studiate a scuola collocate qua e là, come macchie colorate su una carta muta, mentre probabilmente l’uomo, e la civiltà, erano molto più diffusi di quanto preferiamo o riusciamo a immaginare. È un gran libro, che vi consiglio con tracotanza, è un saggio storico che travalica i confini della saggistica per diventare, narrativa, letteratura e quant’altro!

Uno splendido affresco del secondo millennio avanti Cristo:
Geoffrey Bibby, “4000 anni fa”

Per le recenti, sconvolgenti scoperte di “nuove” antiche civiltà, di cui Bibby poteva solo sospettare l’esistenza, consiglio anche solo un primo giro su wikipedia:
Il complesso archeologico bactriano-margiano
La civiltà di Jiroft
… e, per i più interessati, gli approfondimenti:
Notizie e immagini dei ritrovamenti in Turkmenistan su Discovermagazine.com (ingl.)
Un articolo sulla civiltà di Jiroft collegata alla Aratta dei miti sumerici, su Repubblica.it

#1. Fine.

Cominciamo dalla fine.
Ovvero: quando un giorno avrò fatto una merdata di troppo, oppure il mondo l’avrà fatta a me, e me ne andrò.
L’uomo ha sempre amato la locuzione spaziale “andarsene”, al posto di morire. È tanto consolatoria. Dà l’idea che in fondo non è proprio finita, si va solo da un’altra parte, una bella gita.
Ah, qualcuno si ricordi di portare i tramezzini. I faraoni egizi, tutto sommato, facevano qualcosa di simile.

Ma torniamo a me.
Dove sarebbe quest’altra parte? Come vorrei che fosse il mio al di là?

Occorre una premessa, lunga e verbosa.
Si parte sei/settemila anni fa (per un lungo salto serve una lunga rincorsa, oppure buone gambe… io opto per la rincorsa).
Vicino al mare, alle spalle del deserto, nei pressi dell’estuario di un grande fiume, c’era una zona paludosa, ricca di acque sorgive, limpide e fresche, con un florido canneto (che in fondo il titolo del blog non posso averlo messo proprio a caso). In questo incrocio di ecosistemi così dissimili, persone altrettanto dissimili (gli agricoltori delle rive del fiume, i pescatori delle rive del mare, i pastori nomadi del deserto) crearono una comunità e poi una città.
Nacque così Eridu, la più antica delle città-stato sumeriche, quella su cui la regalità discese dal cielo (come dire, quella in cui per primo qualcuno disse “io sono lu re”), stando a quanto ci dicono le liste dei re che i sumeri, e più tardi tutti i popoli mesopotamici, hanno sempre così amato scrivere, copiare, ricopiare, ri-ricopiare, al punto che sono convinto che più di una testa-nera sorrida, nel suo aldilà, quando le liste vengono stampate ancora oggigiorno.

La città venne consacrata ad Enki, il dio delle acque sotterranee, il dio dell’Abzu (confronta “Abisso”), perché erano quelle acque sotterranee che sgorgando dal suolo permettevano l’irrigazione e la coltivazione, e la prosperità di Eridu. E ad Enki venne consacrata la grande Ziqqurat della città, e ad Enki si rivolse la sublime dea Inanna quando gli chiese di poter portare “la regalità” in Uruk (l’uomo ha sempre avuto bisogno di una giustificazione divina per dimostrare ai propri simili che se li prendeva a spadate sulle gengive c’era un motivo piùcchevalido).

Resta il fatto che fin dai primordi genti così diverse, come dicevamo, restarono affascinate da quella zona in cui sembrava che tutte le caratteristiche della terra dovessero riunirsi in un posto solo, e decisero che sì, quello doveva essere il luogo della creazione.

E allora, all’inizio di questo blog, financo nel titolo, non posso che mettere il canneto di Eridu, il punto della creazione per quella che è una delle civiltà più antiche tra quelle che possiamo chiamare madri. L’inizio.
E la fine, anche, perché se devo scegliere un posto dove passare l’eternità voglio che sia tranquillo, fresco e sereno, con un bel sole e i grilli, come doveva sembrare a tutti quei popoli il canneto di Eridu, un rifugio sicuro, se decisero che avrebbero trascorso lì il resto dei loro giorni.

Per la nascita di Eridu, cfr:
Gwendolyn Leick, “Città perdute della Mesopotamia”

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