Il canneto di Eridu

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Almanacco, LXXXVI

Ottantaseiesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
8 maggio 2013

L’otto di maggio del 1886, ad Atlanta, un farmacista di nome John Stith Pemberton “inventa” qualcosa di epocale. Sì, qualcosa che è destinato a diventare uno dei simboli – insieme ai jeans e alla bandiera a stelle e strisce – di quello che, in quel momento, sta lavorando per diventare lo stato più potente del pianeta, il centro nevralgico del mondo, quello da cui partiranno le innovazioni scientifiche, il fermento artistico, i fenomeni di costume. Sto parlando della Coca-Cola, inizialmente una miscela di vino e foglie di coca, che Pemberton modificò sostituendo l’alcool con una bevanda di noci di cola). La Coca-Cola… colei che, incidentalmente, è una di quelle cose che mi fanno amare l’umanità.

Quando d’estate fa un caldo porco e stappate una bottiglietta, quel “pac! sssssht…” non vi pare l’eco del suono del Big Bang? Non vi sembra davvero che l’universo abbia potuto iniziare ad esistere con un “pac!”, lo scoppio che fa uscire dallo stato di singolarità, e poi un bel “sssssht…”, l’energia, la materia, il tempo che finalmente iniziano a fluire nello spazio vuoto, riempiendolo di senso? Quant’è buona Coca-Cola che fluisce nel magozzo?

Tutto vero, tutto vero, ragazzi, è giulebba divina, è nettare degli dei, è pensiero divino che diventa realtà. Ma attenzione, perché forse non tutti si rendono conto che il big bang ha riempito l’universo di galassie, e una singola lattina di Coca-Cola ci farcisce l’organismo con 38 grammi di zucchero, che sono poi tra le sette e le nove bustine di zucchero. Se in una giornata ne bevete tre, superate l’etto di zucchero… e non è che le altre bibite siano da meno.

Chiusa la breve parentesi salutista, torniamo al faceto (o al sacro, dipende dai punti di vista): qual è la vostra bevanda preferita?

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Almanacco, LIX

Cinquantanovesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
22 gennaio 2013

È il 22 gennaio del 1983 quando il tennista Björn Borg, appena ventisettenne, dopo due anni passati praticamente a far da spettatore, decide di abbandonare il tennis.
Può sembrare una data della quale battersi con vigore la fava contro lo stipite della porta della cantina, una di quelle date che si possono dimenticare pochi istanti dopo averle apprese. Ma per me non è così.
Infatti per me fa il paio con l’8 maggio 1982, data della morte di Gilles Villeneuve. Con queste due date, infatti, all’età di 5-6 anni ho imparato a confrontarmi col tempo, ad avere a che fare con il prima e il dopo, e con il passato. Infatti erano due personaggi famosi, di cui conoscevo il nome, che di fatto sparivano. Nel giocare con le macchinine per me Villeneuve continuava a correre, in un mondo ideale. E allo stesso modo Borg continuava a giocare. Ma nel mondo reale, non ideale, non era così.
Realtà e fantasia, gioco e quotidianità, passato e presente si scindevano, iniziando a sgranare la realtà, che è fluida e continua, in qualcosa di fesso e discreto, in quanti.

Avete memoria di eventi simili nella vostra infanzia?

«Bramosia»

E mentre i giorni di ferie scivolano troppo rapidamente verso sera, a fagiuolo ho recuperato questo racconto che vi piazzo lì, sperando di far cosa gradita, mentre medito il prossimo tema!

Non ho tempo. Non abbastanza. Lastricherei l’Asia se le cose che ho da fare fossero cubetti di porfido. Se fossero bambù il panda dominerebbe il mondo. Troppe, e non voglio farle di fretta. E non posso neppure accettare che la mia comprensione dell’universo si riduca a dare un’occhiata da una finestra e vedere una pioggia, una stagione, un anno o una vita. Bramo tutto: ho perso l’inizio, ormai è andato. Ma alla fine ci voglio, ci devo essere. Voglio vedere i titoli di coda dell’universo.

Obiettivo: diventare immortale. Poi avrò tutto il tempo. Abbatterò il concetto di limite. Ecco il senso della vita: renderla eterna. Ma qual è il punto di partenza di una simile impresa? Quale la strada?
Ci fu un re, Gilgamesh di Uruk, che, come me, voleva diventare immortale. Andò a Dilmun, oltre la foce dei fiumi, sul limitare dell’oltretomba sumerico. Là incontrò Ziusudra, il sopravvissuto al diluvio, divenuto immortale. Devo trovare Ziusudra.
Pochi preparativi, nessuna compagnia: mi lancio a capofitto tra secoli e deserti, nell’anima l’odore delle antiche gesta degli eroi. Riposo poco, solo per godere dell’ombra dei monti di pietra eretti dai discendenti di Gilgamesh. A Eridu bevo l’acqua dell’abisso, l’acqua della creazione. Infine energico il mio pugno percuote le porte di Dilmun, liberandole da cinque millenni di polvere e silenzio.
– Vattene – ecco la voce lamentosa di Ziusudra. Che avrà da lamentarsi, lui che è già immortale.
– Mi aprirai – rispondo arrogante – e mi dirai come diventare immortale!
– Non puoi diventare immortale, uomo. Lo sono gli dei.
– Tu non sei un dio, eppure sei immortale!
– È un dono degli dei, hanno scelto me. Vai via. Triste strada questa, che ti conduce contro un muro.

Non mi arrendo, Ziusudra. Se l’uomo deve morire non voglio più essere uomo. Me ne vado, devo cercare altre informazioni, non può finire così. Non può finire. Ma l’infinito (per diventare immortali bisogna farci l’abitudine) è tale in tutte le direzioni. Forse per essere immortali occorre esserci sempre stati, ecco perché l’uomo non può esserlo: essendo finito a ritroso, deve esserlo anche in avanti… a questo non c’è rimedio.
Devo approfondire. Animato da nuovo coraggio parto alla ricerca del primo uomo, ne saprà certamente di più. È fiducioso il passo che mi porta davanti all’oltretomba.
– Benvenuto – mi si rivolge uno con le ali di plastica – anche se non ti aspettavamo, non ancora.
– No, tranquillo, resto poco. Devo parlare con Adamo, poi me ne vado. Poche storie – e faccio per aggirarlo.
– Se entri non potrai più uscire. Non esiste ritorno. Quando entri è per sempre.
– Ma io voglio diventare immortale, non entrerò mai, allora!
– Ma tu sei immortale – dice – o almeno lo è la tua anima. Una volta finita la vita sulla terra qui ce n’è pronta per te una che non avrà mai fine.
– Lascia perdere. Non voglio un’altra vita, voglio questa. Non mi interessano mondi che non vedo, mondi del dopo. Voglio immortalità terrena. Chiama Adamo. Ne parlerò con lui, tu non puoi capire.
Aspetto Adamo. Si fa attendere… ha tempo, lui.
– So perché sei qui – dice – ma non troverai la risposta che speri. L’umanità è immortale, anche se ogni singolo uomo deve morire. All’inizio c’ero io, tu no. Non ci sarai neppure alla fine, la vedranno i tuoi discendenti. Puoi diventare eterno nella tua discendenza.
– Anche tu che sei mio avo non fai che gettarmi parole negli occhi per confondermi. Non voglio che qualcuno sia eterno al mio posto. Voglio esserci io, non qualche ignoto discendente. Io, vivo, di carne e di mente, davanti all’ultimo protone che annichilisce nell’entropia finale! Voglio gustarmi tutta la storia e tutte le storie, tutte le vittorie e le sconfitte, voglio vedere come ogni persona, ogni popolo, ogni sole, va a finire. Voglio essere io a chiudere il libro, a dire «per questo universo può bastare».

Il primo uomo non è una risposta, come non lo sono l’angelo e l’unico immortale. Perché l’uomo non dovrebbe essere immortale? Ma soprattutto, perché non dovrei esserlo io? Devo capire, serve calma, concentrazione. Speculazione. Non è più il tempo delle eroiche imprese. Invecchio: è tempo di un gradevole simposio con ospite filosofo e tartine da Antico Testamento. Qui troverò le tracce dell’immortalità e il mio intelletto, segugio astuto, seguirà la pista e stanerà la preda.
Intercetto il filosofo alla prima occasione.
– Voglio essere immortale – dico, con incipit perentorio, scardinando ogni forma di cortesia.
– Non puoi – mi risponde, ancora più secco.
– Perché gli dei possono e io no?
– Gli dei sono pensiero. Il pensiero può essere immortale, l’uomo no. Sii grande nel tuo pensiero, spingilo oltre i confini del tuo tempo. Solo così sarai immortale.

Non mi basta rendere eterno il mio pensiero. Per quanto grande sia non sarà mai completo, io voglio tutti i pensieri della storia. Non posso fermarmi. Ci vuole altra ricerca, c’è ancora speranza: non è finita, mi resta un po’ di tempo, scavando nell’affanno ho ancora voglia di farcela. Il ragionamento è figlio della calma, della meditazione. Al contrario, l’ispirazione è figlia del momento, è un’esplosione, deve essere scatenata, meglio se dalla pressione, dalla disperazione. Ormai sono al limite della pressione, guardo dall’orlo la mia fine. Ed ecco una grande ispirazione: devo sapere cosa cercavano i grandi uomini del passato, cercare nella loro gloria una scintilla di immortalità. Alessandro, il grande per eccellenza, il fulmine che ha incendiato il mondo. Ecco chi potrebbe dirmi qualcosa.
Cosa cercavi, Alessandro, nessun limite oltrepassato ti bastava, dovevi conquistare mondi, affrancarti dall’essere semplicemente un uomo! Immortale, dio, ecco cosa volevi essere, infinito nel tempo e nello spazio. Ma la tua frenesia si è spenta, i limiti sono risorti ad arginare la tua ispirazione. E fine di tutto: la morte.

E la vita finisce senza essere vissuta. Il senso estremo della vita non può essere funzione della vita stessa. “Eternizzare la vita è il senso della vita” è definizione ricorsiva, non si approda a nulla. E alla fine di una vita a cercare l’immortalità, l’unico approdo è la morte.

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