Il canneto di Eridu

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#66. Saltelli.

Oggi, dopo un periodo piuttosto consistente di lontananza dal blog, ho sentito il dovere di rimetterci mano. Curiosando tra i fatti storici accaduti il 9 di luglio – per buttar giù un almanacco – mi è capitato un episodio di quelli che sicuramente saranno capitati anche a voi, ovvero una serie di saltelli rimbalzini qua e là su wikipedia, di voce in voce, che ti porta ben lontano da dove eri partito. Non sarebbe una grande notizia, ma siccome stavolta questa serie di saltelli è stata particolarmente interessante, ve ne faccio un resoconto. Evidenzio in grassetto le principali voci che ne costituiscono le tappe.

Tutto nasce dal fatto che il 9 luglio del 1993 un ministro inglese ha annunciato che le ossa rinvenute in una fossa di Ekaterinburg appartenevano all’ultimo zar, Nicola II Romanov, e alla zarina Aleksandra Fëdorovna Romanov, nata nientepopodimenoche Alice Vittoria Elena Luisa Beatrice d’Assia e del Reno, e sua nonna era la regina Vittoria d’Inghilterra. La zarina, come la nonna, era portatrice sana di emofilia, e trasmisa la malattia genetica al figlio, lo zarevič Aleksej. Le condizioni di salute del figlio, sempre molto gravi, spinsero la zarina a rivolgersi a numerosi santoni e guaritori, tra cui un misterioso monaco siberiano la cui figura ha inseguito ispirato decine di romanzi, film e opere di saggistica: Grigorij Rasputin. Costui, grazie a buoni risultati nella cura del figlio, vide la propria popolarità crescere in seno alla corte di San Pietroburgo (capitale della Russia zarista, diventata Leningrado nel periodo Sovietico e tornata all’antico nome con referendum del 1991, ma attenzione, nello stesso referendum il nome dell’Oblast, la regione, rimase Oblast di Leningrado) fino a diventare un uomo di potere. Cercò di usare la sua influenza per impedire allo zar di far precipitare la Russia nell’inferno della Prima Guerra Mondiale, ma non ce la fece, e subì un attentato il 28 giugno del 1914. Che non è una data a cazzo: lo stesso giorno morivano a Sarajevo – per mano di un patriota nazionalista serbo-bosniaco – l’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico dell’Impero Austro-Ungarico, e sua moglie, la contessa Sofia, precipitando gli eventi che portarono alla guerra. Curioso che i serbo-bosniaci siano anche al centro di uno dei più violenti e drammatici conflitti del secondo dopoguerra, la guerra di Bosnia, che comprende tra l’altro l’assedio di Sarajevo, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, il più lungo assedio della storia bellica moderna.

Tornando a Francesco Ferdinando, la storiografia è parecchio divisa sulla sua figura. Dipinto a tratti come un odioso restauratore, militarista, assolutista, amante della caccia fino all’eccesso. A tratti invece, soprattutto da analisti moderni, come un uomo con una visione politica straordinariamente lungimirante. Gli va dato atto, in ogni caso, di aver patrocinato un progetto di riforma dell’Impero – mai andato in porto a causa della guerra e della dissoluzione della potenza asburgica – in controtendenza rispetto al dualismo di Austria e Ungheria, volto alla trasformazione – proposta dal rumeno Popovici – dell’Impero negli Stati Uniti della Grande Austria, una potenza confederale di tipo moderno composta da stati costruiti su base etnica e linguistica che, forse, avrebbe retto per più tempo agli urti dell’indipendentismo locale e dell’irredentismo.
Come nel caso di molte altre ucronie non abbiamo idea di cosa avrebbe potuto succedere se l’Impero non si fosse buttato nel suicidio dissolutore della Grande Guerra. Di certo sappiamo cosa invece è avvenuto a queste terre, soggette all’Anschluss, all’occupazione dei Sudeti, all’esodo degli esuli italiani, ai regimi comunisti oltrecortina, ai carrarmati a Budapest, alla repressione della primavera di Praga, alla dittatura di Ceausescu, alle ferocissime guerre balcaniche perduranti fino ai giorni nostri. Sarebbe cambiato qualcosa? Uno stato vasto come la Germania avrebbe cambiato la sorte di quest’area d’Europa, lontana dai punti di potere del continente e sprofondata per un secolo nella divisione in minuscoli stati?

Questi Stati Uniti della Grande Austria sarebbero stati: Austria tedesca, Boemia tedesca, Moravia tedesca (tre stati tedeschi), Boemia (ceco), Slovacchia (slovacco), Galizia occidentale (polacco), Galizia orientale (ucraino, ruteno), Ungheria (ungherese), Szeklerland (ungherese), Transilvania (romeno), Trento (italiano), Trieste (con l’Istria occidentale, italiano), Carniola (sloveno), Croazia (croato), Voivodina (serbo-croato). Avrebbero potuto reggere insieme? Avrebbero potuto magari essere un banco di prova con 40 anni di anticipo dell’idea dell’Unione Europea? È facile chiederselo, oggi, mentre l’Unione attraversa una fase di stallo o arretramento nei suoi propositi, e mentre con l’ingresso della Croazia, il 1° di luglio, non si è ancora completato l’ingresso nell’Unione di tutti i territori che facevano parte della Corona Asburgica! Sono ancora fuori Voivodina, oggi in Serbia, e Galizia Orientale, oggi in Ucraina.

Incidentalmente, per concludere, questi salti wikipediani nascono in un momento in cui, come pausa semi-balneare tra un testo archeologico sugli stati a est di Sumer (che ho trovato sublime) e uno sui minoici, sto leggendo una gradevole trilogia (Leviathan il primo, Behemoth il secondo, Goliath il terzo) ucronistica di formazione, ambientata agli inizi della prima guerra mondiale in un passato alternativo in cui le potenze centrali, dette cigolanti, hanno sviluppato tecnologie che definirei quasi steampunk, mentre Gran Bretagna, Francia e Russia, dette potenze darwiniste, hanno sviluppato tecniche di manipolazione genetica in grado di creare mostri e creature utili a qualsiasi fine. Uno iuvenile carino, senza pretese letterarie, per far passare un paio d’ore d’ombrellone o di recupero post-escursionistico. Opera di Scott Westerfeld.

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#34. Trittico.

Trentatrè trentini entrarono a Trento
tutti e trentatrè trotterellando [ad libitum].
[Scioglilingua popolare]

Se vi mancano i soldi per fare 40 giorni nella Polinesia francese. Se trovate deprimente passare mezze giornate a vedere gli yacht di gente per cui la crisi è solo nelle fiabe per mettere paura ai bambini, come l’orco o il lupo. Se mettervi in coda verso gli ombrelloni diomionnò proprionnò. Se Firenze, Venezia, Napoli, sticazzi, sticazzi e ancora sticazzi, sempre le stesse mete, sempre gli stessi monumenti. Se le grandi capitali europee questa volta no, che dare altri soldi a tedeschi, francesi e inglesi non pare il caso.

Ecco, se tutto questo, e magari qualcosa d’altro, epperò non c’avete voglia di fare proprio tutta tutta l’estate in piscina, allora vi vien buono questo post che vi consiglia tre mete per il fine settimana.

Tre città, nel triveneto, col nome che inizia per “tr”, tanto per insistere con questa trepidante consonanza. Tre città troppo belle per non essere viste, pur senza la tracotanza artistica di Roma o il truzzismo di Milano.

Sapete bene che questa non è la moltoamata wikipedia, e nemmeno una fottuta guida touring. Quindi non sciorinatemi la stratafava imperiale per voglia di rigorosissime informazioni psicostoriche. Vi rutterei in faccia. Accettate queste righe come impressioni e consigli dal canneto di Eridu direttamente a casa vostra.

Trento
Amo molto il capoluogo trentino. Ci sono già stato svariate volte. È una città bella, tranquilla, pulita e ordinata (che visitare una cittadina con nelle mari l’odore di ungulati decomposti non è mai piacevole). E ci sono alcune perle da vedere assolutamente.
Ad esempio non potete permettervi di non aver mai visto in vita il Castello del Buonconsiglio. Chi come me fin da piccolo ha giocato coi castelli di Lego imitando le vicende di Reartùdicamelot, con “l’Ancillotto” furbopiùdiungatto, beh, di fronte a castelli meravigliosi come questo non può che sbalordirsi a mascella divaricata e innamorarsi a prima vista. E tra l’altro tra le sue mura il Buonconsiglio spesso ospita mostre davvero interessanti. E non parlo di quelle minchiate che talvolta capita di vedere, quelle cose del tipo “l’arte catalana da Picasso a dalì” (che poi magari ti trovi un Picasso bruttino, un Dalí di attribuzione incerta, e ottocento crostacce da rigattiere imbrattate da ignoti rovinalenzuoli). Parlo invece di vedere l’oro dei sarmati, o mostre archeostoriche sui principi guerrieri dell’età del ferro, quella roba che a chi frequenta il canneto in genere ci attizza assai.
A Trento poi, mentre passeggiate sul lungo Adige con un occhio a montagne che forse solo i monaci tibetani potrebbero guardare con sufficienza, potete arrivare fino alla locale sede del MART, dove c’è una Venere al bagno con colombe da mettersi a urlare.
Poi andate in piazza, e il complesso del duomo e del palazzo vescovile – con quello stile da medioevo germanico che in Italia potete vedere solo da qui in su – vi lascerà senza dubbio soddisfatti. E non dimenticate una foto in posa col Nettuno della fontana.
E potrete concludere la vostra visita con Tridentum, uno degli scavi romani meglio gestiti e più facilmente visitabili e godibili che abbia visto finora, tutto nel fresco dei sotterranei della città, per dire che se trovi dei resti romani mentre fai un parcheggio, invece di inveire contro la sorte dovresti lodare Giove, Marte e Quirino, perché a far le cose a modino non sono un inghippo, ma la più splendida delle opportunità.
Che Trento, oltre ad essere città bella e tranquilla, vi possa anche offrire una cucina da gran ludibrio, è ovviamente cosa della quale non c’è alcun bisogno di far menzione. Vi dico solo così, in ordine sparso: carne salada, finferli, mirtilli, castagne, capriolo, canederli.

Treviso
L’acqua in città dà sempre un tocco in più. E di acqua i trevigiani ne habbo parecchia, con quegli splendidi canali che attraversano la loro piccola, incantevole città.
E i canali signficano ponti, viuzze, passeggi, e creano scampoli di grandissimo ingegno architettonico, creano suggestioni di balconi, sottopassi, archi e volte e mulini e portici. Una città per amanti della fotografia, per gente che una scalinata in sasso e un vaso di gerani sono una piccola gioconda.
E in più Treviso si è costruita una solida reputazione per le esposizioni temporanee, con le grandi mostre organizzate alla Casa dei Carraresi, con le ultime 4 (una ogni due anni) dedicate alla storia della cina (vi dico solo che ho visto alcune statue dell’esercito di terracotta e una riproduzione della Città Proibita). La prossima mostra sarà sul Tibet, e strafanculo, potete giurarci che io timbrerò il cartellino.
E poi Treviso è città ricca di curiosità, e al di là dei luoghi comuni legati alle scelte politiche deve essere una città che nutre sincero interesse nelle altre culture, se consideriamo queste grandi mostre, ma anche il fatto che potete trovare piccoli negozi di cose lontane, come uno che è il paradiso degli amanti del Giappone.
Una curiosità: l’area che si estende dall’est trevigiano al Friuli occidentale sta diventando una specie di piccola Provenza, grazie ad una intelligente riqualificazione agricola e artigianale del territorio attraverso la coltivazione e lavorazione in loco della lavanda.

Trieste
Per ultima, in questo viaggio verso oriente, viene Trieste.
È una città molto diversa dalle precedenti. È una grande città, con grandi palazzi, grandi viali. Città di mare, con una piazza che toglie il fiato, grande com’è ed affacciata da un lato sul mare. Roba da Atlantide, con tanto di alte colonne che delimitano il proscenio marino.
Trieste è una città splendida, le cui ferite sono troppo recenti per essere completamente sanate, e la cui posizione a cuneo in territorio slavo fa sì che forse sanate del tutto non lo saranno mai, almeno fino a quando il concetto di confine non apparterrà definitivamente a un passato oscuro e barbaro.
Trieste non dà l’impressionedi Treviso, della piccola città ben tenuta, del gioiellino. Né della città di montagna turistica e dalla vocazione europea.
Trieste è una capitale, a tutti gli effetti, e lo è in un modo mitteleuropeo, viennese, che fa pensare che tra le capitali d’Europa, le varie Strasburgo e Bruxelles, le città di confine tra mondo germanico e mondo franco, ci starebbe benissimo, col suo essere punto d’incontro di mondo italiano, slavo, austriaco e di là magiaro.
E tutti queste cose si respirano nell’aria di Trieste e dei suoi dintorni, nel castello di Miramare dei Thurn und Taxis, nell’orrore di Basovizza o della risiera di San Sabba, nel cuneo oltre il cuneo formato dalla cittadina di Muggia, nel delizioso tram che da Trieste sale sul carso di Opicina.
Si respira salendo a Opicina e guardado verso est: si vedono tre promontori vicini, ed appartengono a tre stati diversi.
Ma non si creda che Trieste sia solo una città austera e cupa, a mezza via tra i rimpianti per la provincia perduta e la severità dei suoi palazzi.
Nei giorni in cui l’ho visitata ho visto un allegrissimo e variopinto mercato europeo lungo il canal grande, e un matrimonio in kimono in un pub.

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