Il canneto di Eridu

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#53. Fiere.

Nel fine settimana da poco terminato, il 3 e 4 novembre, io e Fiore, la mia compagna, ci siamo concessi una vacanzuola in lunigiana e dintorni, sfruttando l’occasione per indulgere in alcuni dei nostri collezionismi e per vedere qualcosa di bello.

Per cominciare, dopo la solita Cisa – più tranquilla del solito, in vero – approdiamo a Carrara, e la prima meta non può che essere il mare. Il mare, anche (soprattutto?) d’inverno, è come il treno ne Il ragazzo di campagna. Ricordate Artemio e soci di Borgo Tre Case? «aah, il treno è sempre il treno». Eh sì, e il mare è sempre il mare. Guardare il mare non è mai una perdita di tempo, è un confronto con l’infinito, l’orizzonte, la natura. E la senti con gli occhi, col naso, con le orecchie. Un assalto sensoriale che può essere soverchiante se ne sei troppo cosciente.
Funziona ancora di più d’inverno, quando il tempo è un po’ così, e il cielo è un po’ così, e niente ha quel bel colore che dovrebbe avere per tranquillizzarti, quando non c’è gente intorno a te a distrarti, non c’è vocìo, e la sabbia è fredda, e umida. Ecco, è allora che il mare dà il massimo.

Sì, sì, ok, ho capito, basta seghe da poetastro, che dite che è meglio d’estate col sole e i ghiaccioli e i palloni e i costumi da bagno. Punti di vista, punti di vista, dico io. E lo dice anche Obi-Wan. Comunque, mentre mi perdo ad accarezzare la sabbia, la mia lei ne prende un campione per la sua collezione, e qui abbiamo chiuso. Un saluto a padre mare e subito dopo ci tuffiamo…

… Nella fiera di Carrara, naturalmente.

È infatti il penultimo giorno della Fiera dell’Oriente e delle Arti Marziali, e noi, che amiamo soprattutto il Giappone, ma più in generale un po’ tutto il mondo, non ce la vogliamo perdere. E qui, infatti, una volta oltrepassato un enorme padiglione dove la gente si mena nei modi più vari e pittoreschi, vestita nei modi più vari e pittoreschi, badando bene a tenere un basso profilo e a non urtare nessuno per errore passiamo al padiglione successivo. Ce la facciamo, la pellaccia è salva… che qui anche una ragazzina ti prende e ti crocca di botte se le fai girare le palle oltre il dovuto.
Una volta in salvo, in rapida sequenza troviamo incensi indiani e mediorientali, abiti cinesi, resine profumate, tisane d’ogni genere, specialità sarde (non fate domande, non ho risposte da darvi), libri dai titoli più improbabili. E poi candele, suonatori di gong giganti, individui che fanno yoga su una specie di amaca blu con lucine colorate (roba che nemmeno Yoda). Mancano giusto esplosioni verdi o gente che entra ed esce volando. Ma ci fossero, chiamerei la polizia, io.

Ma torniamo ai libri improbabili. Accanto a testi che solleticano la mia curiosità sulle filosofie orientali, e in particolare sullo zen, noto presto cose che mi causano poi sommo detrimento: c’è gente che ti assicura la vera felicità attraverso il tuo angelo (o persino l’angelo di qualcun altro). Ci sono scienze dai nomi più spettacolari che con pretesa di assoluta verità, giunta dalla comunione di antiche saggezze e nuovi metodi scientifici assolutamente all’avanguardia, ti possono garantire una perfetta armonia con il cosmo, il karma, l’universo, la tua psiche, il tuo angelo e con un po’ d’impegno financo il tuo intestino tenue. Ci sono terapie fatte di cristalli, colori, onde sonore, erbe, fiori, tisane, incensi… C’è, in pratica, tutto il condensato del ciarlatanismo new age, mischiato a testi di divulgazione sulle discipline orientali, mischiate a loro volta a libri di ricette.

Riguardo al connubio tra scienza e tradizione, e in particolare a queste nuove forme di sincretismo, mi permetto di esprimere un giudizio. Creare un sincretismo tra sistemi filosofico-religiosi complessi e stratificati è tutt’altro che un’operazione banale. Farlo male significa creare chimere che non possono sopravvivere, mostri in cui la testa di capra innestata su una scimmia porta alla morte della capra e della scimmia. È difficile unire sistemi lontani, diversi, che hanno presupposti diversi e significati opposti: se ben fatto, però, c’è la possibilità di creare un modello di pensiero universale. Finora, secondo me, non c’è riuscito nessuno, e ogni tentativo ha soltanto finito per creare ulteriori ciarlatanerie.

Ma si continua. Troviamo infatti ogni genere di massaggio (dal vibrante amazzonico al lumi lumi hawaiiano, e sì, lo so, c’entrano come le specialità sarde), e uno stand di cucina koreana dove il cuoco in persona ti porge le sue specialità guardando in basso, come se si vergognasse di disturbarti. C’è un incredibile artista vestito da santone indiano che fa dei mandala meravigliosi, che ci vuole una pazienza difficilmente misurabile già solo a guardarli, figuratevi a farli. E poi le bamboline giapponesi, i kimono, i ramen istantanei (e ti aspetti Lamù a fulminarti da un momento all’altro).

E poi arrivo allo stand del Go, il millenario gioco orientale decantato come il top dai giocatori di tutto il mondo. Roba che la sacra triade dei giochi a zero fortuna, più tosti, più spremi cervello (che comprende gli scacchi e il gioco in scatola moderno Caylus) vede il suo vertice proprio nel Go, lo shogun dei giochi. Ebbene, da amante del gioco non posso sottrarmi alla chiamata degli dei del sol levante, e mi siedo. Il gentilissimo espositore (un giocatore che partecipa a tornei in giro, di mestiere maestro elementare) mi insegna le regole base, e si parte. E mentre lui gioca cercando di creare situazioni attraverso le quali spiegarmi i casi tipici, io muovo alle spalle e inaspettatamente vinco la mia prima partita di Go (in campo ridotto 9×9), al primo tentativo. Figata. Ma immediatamente il maestro mi mostra che è stata una distrazione, perché alla seconda sta attento e mi asfalta senza troppi complimenti. Imparato qualcosa anche oggi: mai offrire la rivincita, dice il saggio Cestinante.
Comunque finalmente uno stand di gioco da cui vado via con qualcosa in più della voglia di acquistare. L’obiettivo infatti era diffondere il gioco, e farlo conoscere, non venderlo. E infatti gli espositori sono più interessati a darti materiale esplicativo e a invitarti a provare ad andare alle loro associazioni sul territorio e a partecipare a tornei, piuttosto che a venderti il gioco. Esperienza molto positiva, grazie.

C’è ancora tempo per qualche acquisto, in fiera. C’è tempo per portare a casa oggettistica davvero graziosa, e per guardare una magnifica fontana giapponese che sarebbe stata così bene nel mio giardino. Ma il mio portafogli mi ha suggerito di recedere dall’idea dell’acquisto.

Finito tutto quanto, si recupera lungo la strada un altro campione di sabbia (a poche centinaia di metri dalla prima, ma già in territorio ligure) e poi via, a vedere gli scavi archeologici della città romana di Luni, che da il nome alla lunigiana. I musei archeologici di questo genere, purtroppo, si somigliano un po’ tutti, ma qui c’è la possibilità di vedere gli scavi, ed è interessante.

Dopo serata & notte nella bella cittadina di Sarzana, il mattino seguente ci svegliamo e siamo avvolti da pioggia torrenziale e nuvole a bassa quota. Saliamo al castello di Fosdinovo, un rocca dei Malaspina poco distante, e sarebbe uno spettacolo eccezionale se si vedesse qualcosa, avvolti come siamo dalla nube, dalla nebbia, dalla pioggia. Bella la visita al castello, comunque.
Ma il maltempo ci sconsiglia di proseguire sulla linea che avevamo in mente, ovvero una visita alle grotte del vento, e decidiamo di tentare una graaande impresa: la doppia fiera in due giorni.

Infatti eccoci lanciati, nel primissimo pomeriggio, verso il Lucca Comics & Games, la più grande fiera italiana di fumetti, giochi, cartoni animati, videogiochi, nerdware e bimbominkiate in assoluto. La fauna che vi partecipa è vastissima e pittoresca, il cosplay regna sovrano indisturbato. Potrebbe capitarvi di guardare dei giochi in scatola tra Gollum, Go-go Yubari e Batman. E non vi sentireste fuori posto.
Nel corso degli anni è cresciuta in maniera esponenziale, arrivando ad occupare vaste porzioni dell’intero centro storico di Lucca. Dato il poco tempo a disposizione ci siamo dedicati solo a due aree: il Japan Palace (dove l’oggettisica – sia tradizionale che moderna – giapponese era in quantità e bellezza straripante anche rispetto alla fiera dell’oriente) e il padiglione dei giochi in scatola.
In entrambi l’indice di antropizzazione tendeva a più infinito, la densità tremenda: ho avvertito distitamente a causa della pressione molti dei miei elettroni che si schiantavano ingloriosamente sul nucleo atomico, annichilendo. Ho iniziato a pulsare ed emettere radiazione gamma. Credo che per svariate ore la terra sia stata percepita come una piccola pulsar nel nostro ramo di galassia.

Ma in fondo ne è valsa la pena.

Perché mentre dei foglietti fruscianti e dei dischetti metallici rapidi fuoriuscivano dal mio portavalori da tasca, qualcosa rimaneva attaccato al fondo della mia borsina, e l’espansione del cooperativo (ovvero un gioco in cui i giocatori, alleati, devono battere il nemico comune costituito dal sistema di gioco) Yggdrasil – gran bel gioco per me – già da sola mi procura un certo sottile appagamento, ma figuratevi a questo punto cosa può “1969”, gioco in scatola ben recensito sulla corsa allo spazio degli anni Sessanta! Potevo farmelo mancare? Proprio io, che della mancanza dell’allunaggio nell’arco della mia vita faccioda sempre un cruccio, un vuoto incolmabile? Sia mai!

E così, eccoci qua, sopravvissuti alle intemperie e a due fiere in due giorni, mentre facciamo rotta verso casa, mentre di nuovo affrontiamo la Cisa. La Cisa. La Cisa bagassa, boddana e meretrice, con i suoi lavoro fantasma e le sue code, e le quattro fottute ore e mezza (invece di due e venti) impiegate per rincasare…

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«Bramosia»

E mentre i giorni di ferie scivolano troppo rapidamente verso sera, a fagiuolo ho recuperato questo racconto che vi piazzo lì, sperando di far cosa gradita, mentre medito il prossimo tema!

Non ho tempo. Non abbastanza. Lastricherei l’Asia se le cose che ho da fare fossero cubetti di porfido. Se fossero bambù il panda dominerebbe il mondo. Troppe, e non voglio farle di fretta. E non posso neppure accettare che la mia comprensione dell’universo si riduca a dare un’occhiata da una finestra e vedere una pioggia, una stagione, un anno o una vita. Bramo tutto: ho perso l’inizio, ormai è andato. Ma alla fine ci voglio, ci devo essere. Voglio vedere i titoli di coda dell’universo.

Obiettivo: diventare immortale. Poi avrò tutto il tempo. Abbatterò il concetto di limite. Ecco il senso della vita: renderla eterna. Ma qual è il punto di partenza di una simile impresa? Quale la strada?
Ci fu un re, Gilgamesh di Uruk, che, come me, voleva diventare immortale. Andò a Dilmun, oltre la foce dei fiumi, sul limitare dell’oltretomba sumerico. Là incontrò Ziusudra, il sopravvissuto al diluvio, divenuto immortale. Devo trovare Ziusudra.
Pochi preparativi, nessuna compagnia: mi lancio a capofitto tra secoli e deserti, nell’anima l’odore delle antiche gesta degli eroi. Riposo poco, solo per godere dell’ombra dei monti di pietra eretti dai discendenti di Gilgamesh. A Eridu bevo l’acqua dell’abisso, l’acqua della creazione. Infine energico il mio pugno percuote le porte di Dilmun, liberandole da cinque millenni di polvere e silenzio.
– Vattene – ecco la voce lamentosa di Ziusudra. Che avrà da lamentarsi, lui che è già immortale.
– Mi aprirai – rispondo arrogante – e mi dirai come diventare immortale!
– Non puoi diventare immortale, uomo. Lo sono gli dei.
– Tu non sei un dio, eppure sei immortale!
– È un dono degli dei, hanno scelto me. Vai via. Triste strada questa, che ti conduce contro un muro.

Non mi arrendo, Ziusudra. Se l’uomo deve morire non voglio più essere uomo. Me ne vado, devo cercare altre informazioni, non può finire così. Non può finire. Ma l’infinito (per diventare immortali bisogna farci l’abitudine) è tale in tutte le direzioni. Forse per essere immortali occorre esserci sempre stati, ecco perché l’uomo non può esserlo: essendo finito a ritroso, deve esserlo anche in avanti… a questo non c’è rimedio.
Devo approfondire. Animato da nuovo coraggio parto alla ricerca del primo uomo, ne saprà certamente di più. È fiducioso il passo che mi porta davanti all’oltretomba.
– Benvenuto – mi si rivolge uno con le ali di plastica – anche se non ti aspettavamo, non ancora.
– No, tranquillo, resto poco. Devo parlare con Adamo, poi me ne vado. Poche storie – e faccio per aggirarlo.
– Se entri non potrai più uscire. Non esiste ritorno. Quando entri è per sempre.
– Ma io voglio diventare immortale, non entrerò mai, allora!
– Ma tu sei immortale – dice – o almeno lo è la tua anima. Una volta finita la vita sulla terra qui ce n’è pronta per te una che non avrà mai fine.
– Lascia perdere. Non voglio un’altra vita, voglio questa. Non mi interessano mondi che non vedo, mondi del dopo. Voglio immortalità terrena. Chiama Adamo. Ne parlerò con lui, tu non puoi capire.
Aspetto Adamo. Si fa attendere… ha tempo, lui.
– So perché sei qui – dice – ma non troverai la risposta che speri. L’umanità è immortale, anche se ogni singolo uomo deve morire. All’inizio c’ero io, tu no. Non ci sarai neppure alla fine, la vedranno i tuoi discendenti. Puoi diventare eterno nella tua discendenza.
– Anche tu che sei mio avo non fai che gettarmi parole negli occhi per confondermi. Non voglio che qualcuno sia eterno al mio posto. Voglio esserci io, non qualche ignoto discendente. Io, vivo, di carne e di mente, davanti all’ultimo protone che annichilisce nell’entropia finale! Voglio gustarmi tutta la storia e tutte le storie, tutte le vittorie e le sconfitte, voglio vedere come ogni persona, ogni popolo, ogni sole, va a finire. Voglio essere io a chiudere il libro, a dire «per questo universo può bastare».

Il primo uomo non è una risposta, come non lo sono l’angelo e l’unico immortale. Perché l’uomo non dovrebbe essere immortale? Ma soprattutto, perché non dovrei esserlo io? Devo capire, serve calma, concentrazione. Speculazione. Non è più il tempo delle eroiche imprese. Invecchio: è tempo di un gradevole simposio con ospite filosofo e tartine da Antico Testamento. Qui troverò le tracce dell’immortalità e il mio intelletto, segugio astuto, seguirà la pista e stanerà la preda.
Intercetto il filosofo alla prima occasione.
– Voglio essere immortale – dico, con incipit perentorio, scardinando ogni forma di cortesia.
– Non puoi – mi risponde, ancora più secco.
– Perché gli dei possono e io no?
– Gli dei sono pensiero. Il pensiero può essere immortale, l’uomo no. Sii grande nel tuo pensiero, spingilo oltre i confini del tuo tempo. Solo così sarai immortale.

Non mi basta rendere eterno il mio pensiero. Per quanto grande sia non sarà mai completo, io voglio tutti i pensieri della storia. Non posso fermarmi. Ci vuole altra ricerca, c’è ancora speranza: non è finita, mi resta un po’ di tempo, scavando nell’affanno ho ancora voglia di farcela. Il ragionamento è figlio della calma, della meditazione. Al contrario, l’ispirazione è figlia del momento, è un’esplosione, deve essere scatenata, meglio se dalla pressione, dalla disperazione. Ormai sono al limite della pressione, guardo dall’orlo la mia fine. Ed ecco una grande ispirazione: devo sapere cosa cercavano i grandi uomini del passato, cercare nella loro gloria una scintilla di immortalità. Alessandro, il grande per eccellenza, il fulmine che ha incendiato il mondo. Ecco chi potrebbe dirmi qualcosa.
Cosa cercavi, Alessandro, nessun limite oltrepassato ti bastava, dovevi conquistare mondi, affrancarti dall’essere semplicemente un uomo! Immortale, dio, ecco cosa volevi essere, infinito nel tempo e nello spazio. Ma la tua frenesia si è spenta, i limiti sono risorti ad arginare la tua ispirazione. E fine di tutto: la morte.

E la vita finisce senza essere vissuta. Il senso estremo della vita non può essere funzione della vita stessa. “Eternizzare la vita è il senso della vita” è definizione ricorsiva, non si approda a nulla. E alla fine di una vita a cercare l’immortalità, l’unico approdo è la morte.

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