Il canneto di Eridu

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M5 – la stretta di Reykjavík

La stretta di Reykjavík
E mentre leggo oggi che – a seguito della crisi in Ucraina e Crimea – missili (forse atomici) russi sono puntati su Berlino, mentre la crisi in Ucraina arriva a livelli allarmanti, come posso non dedicare un piccolo spazio nel mausoleo dell’umanità, sotto forma di una fragilissima scultura di cristallo con due mani che si stringono, a un evento occorso quando ero davvero giovincello (dieci anni compiuti da poco), l’11 ottobre del 1986.

Sto parlando del vertice di Reykjavík tra il presidente americano Reagan e il segretario del PCUS Gorbačëv (o Gorbaciov, come si traslitterava all’epoca), che aprì la strada alla ratifica del trattato INF che abolì gli euromissili, e inizio a chiudere quella porta aperta dal dopoguerra, dal blocco di Berlino, dalla crisi dei missili di Cuba, dalla guerra fredda che spaccò a metà l’Europa. Sì, quella stessa Europa che oggi ci pare carta straccia e che vogliamo buttare via, quasi non fosse una conquista, quasi non fosse un elemento chiave nel mantenerci in uno stato di non guerra così lunga che mai ve ne fu uno simile in Europa occidentale dai tempi di Ottaviano Augusto.

Ben ricordo quanto mi sembrò bella, allora, la possibilità che una situazione tetra come una guerra atomica potesse essere allontanata dalla volontà di leader politici, sospinti dalla loro gente. Tanto quanto mi sembre agghiacciante oggi che quell’eventualità possa invece oggi riavvicinarsi ad opera di leader evidentemente meno saggi, sospinti da popoli evidentemente più folli.

E quindi sì, una stretta di mano di cristallo, bellissima, ma, ricordiamolo, fragilissima.
Perché giocare alla guerra fredda sperando di rilanciare l’economia alzando il tasso di paura, è un gioco pericoloso. E il cristallo è facile da rompere.

Almanacco, XCVI

Novantaseiesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
17 luglio 2013

Trentotto anni fa avveniva qualcosa di storico. Per la prima (e unica, almeno per i vent’anni successivi) volta le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, collaborarono in una missione spaziale, con l’agganciamento in orbita di una capsula Apollo e una Sojuz (partite due giorni prima rispettivamente dagli storici Space Center di Cape Canaveral e Cosmodromo di Baikonur), e il passaggio degli astronauti americani e dei cosmonauti sovietici dall’una all’altra.
Tra l’altro la missione fu anche l’ultima di una capsula Apollo per gli Stati Uniti, che sei anno dopo ritorneranno nello spazio con le missioni di Space Shuttle.

Nell’occasione della missione ASTP (Apollo-Sojuz Test Program) ci furono anche le prime riprese trasmesse in tutto il mondo della partenza di un razzo sovietico con la capsula a bordo e dell’atterraggio della capsula nel deserto del Kazakistan.

La cortina ha cominciato a vacillare a partire dallo spazio, dunque? Verrebbe da pensare di sì, anche perché non pochi analisti attribuiscono a un costosissimo programma spaziale sovietico, il Buran (lo Shuttle russo) la colpa di aver dato una decisa spallata a un sistema economico già in evidente difficoltà, facendo precipitare poi la situazione e portando al crollo del comunismo.

La domanda per voi, oggi, è questa: fatta eccezione per l’allunaggio, che è di gran lunga il più grande traguardo simbolico raggiunto dall’uomo nello spazio, qual è la missione spaziale che preferite tra quelle compiute sinora?
E poi, quando eravate piccoli e giocavate con le astronavi (cosmonavi?) di Legoland Spazio, preferivate gli omini rossi o bianchi? O i successivi gialli/blu/neri?

Edito alla luce della piega presa dalla cosa sui social network: non voglio più solo sapere qual era il vostro colore preferito degli omini, ma proprio il vostro pezzo preferito di Legoland Spazio! Il vettore grigio? La base missilistica? Il cargo spaziale?
Potete aiutarvi cercando qui.

Almanacco, LXXXI

Ottantunesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
22 aprile 2013

Il balzo indietro di oggi è abbastanza ampio. Con un fortissimo calcio in culo temporale vi rispedisco tutti al 1529, quando, con il Trattato di Saragozza, la Spagna e il Portogallo perfezionarono la suddivisione del pianeta nelle loro due zone di influenza, create nel 1494 con il Trattato di Tordesillas e ridefinite per determinare a chi spettasse commerciare nelle Molucche. Non era la prima volta che due potenze si dividevano artificiosamente il mondo conosciuto: lo fecero Egizi e Hittiti con il trattato di Qadeš, nel 1274 a.C., a seguito della nota battaglia. E non sarà l’ultima: pur senza una regolamentazione ben precisa USA e URSS si divisero il globo in aree di influenza (esiste un gioco in scatola che simula il periodo della guerra fredda, Twilight Struggle, tra l’altro tradotto e prodotto in italiano da Asterion, casa editrice eccellente di Correggio).

Detto questo, devo dire che la suddivisione del mondo tra Spagna e Portogallo la trovo particolarmente evocativa. Intanto perché si situa in uno dei periodi storici che meno mi piace e che per questo meno conosco, e per di più con degli stupidi collari. E poi perché mi porta profumo di spezie, e polvere da sparo, e mare, e la morbidezza della seta, e il tintinnìo delle monete d’argento.
E la domanda di oggi verte su questo: vi piace il Cinquecento? È un periodo storico che vi affascina? Perché?

#60. Orrore.

Tempo fa, una buona dose di tempo fa, ho postato un lungo post a tema “Meraviglia”, qui. La Meraviglia intesa come un’opera dell’ingegno, dell’arte, della tecnica, destinata a diventare al contempo simbolo del suo tempo, della gente che l’ha realizzata, del livello tecnologico e artistico raggiunto da homo sapiens per poterla realizzare.

Adesso siamo qui per l’esatto contrario. Parleremo di orrore. Di orrori, di orrori così tremendi che si possano definire buchi neri sul suolo terrestre. Opere legate a crimini così ignobili da rappresentare i più profondi baratri scavati dall’uomo quando, espulso dal suo stato di grazia, è stato scagliato nel punto più profondo della terra. Segni e memorie di quanto l’uomo possa essere un pezzo di merda. Oppure opere orrende, orrori visuali, disgusto allo stato puro, scempio del pianeta, peto nel naso degli dei, rutto in bocca a madre terra. Stupro della natura, scempio del pianeta.
Oppure, infine, desolanti incompiute, esempi di quanto l’uomo possa fallire i suoi scopi.

Tutti questi orrori, condensando il concetto, sono ciò che fa paura. Paura che l’umanità non possa salvarsi, se c’è qualcosa da cui salvarsi. E se la bellezza salverà il mondo, la bruttezza condensa la paura di non farcela.
Occorre stare attenti alla paura. La paura non è una cazzata.

“La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio, l’odio conduce alla sofferenza. Io sento in te molta paura.”
[da “Star Wars, Episodio I”]

“La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con sé l’annullamento totale.”
[Frank Herbert, “Dune”]

Quindi, in buona sostanza, eccoci qua di fronte a una doverosa scelta. Il contraltare delle 7 meraviglie del mondo antico, e delle numerose meraviglie che abbiamo poi citato tutti insieme nel tema di cui sopra. Facciamo. I 7 orrori dell’umanità, che possa incorporare orrori estetici, orrori concettuali, orrori storici, qualsiasi cosa purché rappresentata da qualcosa di fisico e sufficientemente imponente. Comincio io, ovviamente e ve ne propongo 4.
Ma seguitemi, che di merda ce n’è tanta, e tutti devono spalare la loro parte.

Si comincia. Al primo posto metto qualcosa che esteticamente fa pure schifo, ma non è di certo l’estetica ciò che ci interessa, ma quello che rimanda alla memoria. È anche patrimonio dell’umanità, e il suo profilo causa orrore, paura, vomito. Mi riferisco alla rampa dei treni e all’ingresso del Vernichtungslagerr di Birkenau, vicino alla cittadina polacca di Oświęcim. Il suo profilo nero sulla piana innevata polacca è il simbolo della morte per eccellenza. Non credo che al momento, sul pianeta terra, ci sia un’immagine più efficace per rappresentare il male.
Quello vero, quello profondo, quello che fa venire voglia di vomitare.

Ci spostiamo, ma non poi di moltissimo, per individuare il secodo orrore del mondo. Si va in Ucraina, al confine con la Bielorussia, a vedere un orribile edificio, anzi, una parte: sto parlando del reattore 4 della Centrale Nucleare V.I. Lenin di Černobyl’. Ci ricorda della smodata ambizione dell’uomo, della sua grande capacità di realizzare immani opere, di governare potenze che solo le stelle possono esprimere. Ma anche e soprattutto ci parla dell’incuria, del pressapochismo, dell’approssimazione e dell’errore. E della tragedia.
E ci lascia un po’ di speranza, la speranza data dall’eroismo dei pompieri che morirono tutti per arginare quel mostro. E ci lascia la paura, la paura del mostro stesso, rinchiuso in quel sarcofago di cemento e piombo.

Acqua e petrolio sono per noi due delle sostanze più importanti. La prima è indispensabile per la nostra esistenza, il secondo è ancora centrale nella nostra civiltà, e ci permette di muoverci velocemente ed efficientemente, di avere materie plastiche con cui produrre tecnologie incredibili, di avere energia per tutti i nostri progressi.
Ma farle entrare in contatto non è mai una buona idea, e sul fondo del Golfo del Messico c’è il relitto di quello che probabilmente è stato il più grave incidente di questo tipo, quello causato dal disastro della piattaforma Deepwater Horizon. Una piattaforma rovesciata e distrutta a 400 m di profondità, più un fallito scafandro di cemento, più due pozzi laterali per far uscire il petrolio e allentare la pressione. Un mostruoso mausoleo del disastro.

Al quarto posto mettiamo un mostro ad “azionariato diffuso”. Parlo dei resti del Lago d’Aral, quello che un tempo era uno dei laghi più grandi del mondo, e che oggi è uno squallido gigante di fango, dove finiscono due fiumi prosciugati da una maldestra irrigazione, l’Amu Darya e il Syr Darya, ed è oggi quasi interamente una piana insalubre, costellata di relitti di navi e porti interrati, con quella che una volta era un’isola, Vozroždenie, e ospitava la grande base militare sovietica di Kantubek per la ricerca su armi chimiche e batteriologiche. Oggi è raggiungibile a piedi, e solo nel 2002 un’equipe americana ha neutralizzato tra le 100 e le 200 tonnellate di antrace… non virus dei calli podalici, eh, antrace. E peste bubbonica. E vaiolo. Per dire. E animali geneticamente modificati ancora oggi girano per la base. In quasi tutti i siti di viaggio è citato tra i 5/8/10 posti più pericolosi del mondo da visitare.

Ecco fatto. Per la mia parte basta così. Avete tre posti a disposizione, nominate, che di Orrori con la “O” maiuscola sul pianeta terra ce n’è a quintali. Io sono rimasto più sul relitto del disastro ambientale, e sul simbolo del genocidio. Ma voi siete liberi di andare anche sul disgusto estetico.

Su consiglio di Topus ho deciso di linkare i nomi degli orrori a delle foto, per rendere più immediato, appunto, l’orrore.

Almanacco, L

Cinquantesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
26 dicembre 2012

Ok, vi ho fatto attendere un po’, mi sono preso qualche giorno di ferie anche dal blog.
L’evento di cui facciamo memoria oggi risale al 1991, quando il Soviet Supremo sancisce formalmente quello che stava già accadendo nella sostanza: la fine dell’Unione Sovietica.
Dalla fine del colosso russo nacquero 15 stati. Accanto alla Russia, l’Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia, le repubbliche baltiche Estonia, Lettonia e Lituania, gli stati caucasici Armenia, Georgia (no, non quella) e Azerbaigian, e infine le repubbliche asiatiche, Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan e Kirghizistan (per conoscere qualcosa di questi ultimi consiglio il reportage di viaggio di Colin Thubrow “Il cuore perduto dell’Asia”).

Finisce con questo scioglimento una contrapposizione che ha segnato 45 anni di storia, quella tra USA e URSS (guarda caso due Unioni di stati, non due semplici stati nazionali).

Se mi seguite da un po’ sapete che subisco il fascino dei “secondi” (no, non arrosti e costate), ovvero dei grandi stati perdenti nella loro epoca (hittiti, cartaginesi, sovietici). Qual è la vostra nazione perdente preferita?

Almanacco, XXVII

Ventisettesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
15 novembre 2012

Oggi potete smettere di chiamarmi Ismaele. Oggi infatti celebriamo tutt’altro genere di evento. Anche se pur sempre figlio dell’ingegno umano, l’evento di oggi è fallimentare, è un evento da un certo punto di vista crepuscolare. Sto parlando del 15 di novembre del 1988, e mi riferisco all’unico volo del Buran.

Il Buran era la navetta spaziale riutilizzabile sovietica, per il cui progetto l’URSS impiegò una quantità di risorse tali – nello sforzo di raggiungere e superare gli Stati Uniti – che non è esagerato pensare che contribuì al crollo del sistema sovietico. Si trattava di un programma ambizioso: il Buran era un “super-shuttle”, rispetto a quelli statunitensi era più grande, in grado di trasportare più merci, molto più pratico in fase di lancio, era sostanzialmente immune al tipo di incidenti che distrusse il Challenger e il Columbia, e il vettore per portare l’orbiter fuori dall’atmosfera era completamente riutilizzabile. Inoltre era progettato per compiere voli ed operazioni anche senza equipaggio (ed infatti proprio senza equipaggio fu il suo unico volo).
E così, quel 15 di novembre, partito dal cosmodromo di Baikonur il Buran fece il suo unico giretto nello spazio, prima di finire in un hangar che sarebbe diventato nel 2002, crollando, la sua tomba. Un modello completamente assemblato è visibile al Museo dello Spazio di Francoforte.

Buran, per inciso, è un termine che indica un vento freddo e carico di neve che soffia nella steppa sarmatica, portando neve e maltempo. Forse non un nome proprio benaugurale. Le navette statunitensi (e non solo gli shuttle) hanno invece nomi molto da ultima frontiera, da epoca pionieristica dello spazio: Challenger (sfidante), Voyager (viaggiatore), Pioneer (pioniere), Endeavour (sforzo), Mariner (marinaio), Enterprise (impresa), Discovery (scoperta).

Ma voi come chiamereste una navetta spaziale italiana? E una europea? Senza dire merdate, possibilmente…

Almanacco, II

Alla luce della nuova “rubrica” ho provveduto a correggere l’indice, quello che vedete là in alto. Spero di aver reso ancora più comoda la visita al blog.

Seconda pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
12 ottobre 2012

Il 12 ottobre del 1960 Nikita Kruschev, premier dell’Unione Sovietica e segretario del PCUS, all’Assemblea delle Nazioni Unite, durante l’intervento del delegato delle Filippine riguardo la situazione dell’Europa orientale, protestando veementemente sbattè con forza la scarpa sul tavolo, in uno dei gesti immortalati dalle telecamere più famosi della storia.

Ricordo che più di vent’anni dopo, quando vidi per la prima volta la scena in televisione, ne rimasi impressionato. E la scena della scarpa rimase da allora nella mia memoria come icona della paura della guerra fredda. Quello che chiedo a voi è questo: qual è la sequenza filmata “storica” che più vi è rimasta impressa? Il crollo del WTC? Il ragazzo che ferma il carrarmato in piazza Tienanmen? Ditemi, ditemi.

#31. Corte.

Campionato europeo di calcio, c’è di mezzo una partita dell’Italia. E partono gli inni.

Da che mondo e mondo gli inni nazionali sono uno dei momenti più emozionanti degli eventi sportivi. Il doppio inno tedesco e italiano che accompagnava le vittorie di Schumacher è stato il leit-motiv di un’epoca. Gli occhi lucidi dei campioni olimpici quando parte la musica che ti ricorda che una nazione esulta con te, e che una vita di sacrifici e allenamenti ti ha appena ripagato di tutti gli sforzi che ci hai buttato.

E il bello di sentire la maestosità dell’inno tedesco che porta la Germania sopra tutto, la nobiltà di quello inglese che parla di Dio e Regina, la popolarità della marsigliese che invoca il popolo contro la tirannia. E devo dire che è bello anche l’inno spagnolo. Sono dei precisini della fungia, ma hanno un gran bell’inno. C’è poi da dire che il crollo del comunismo ha cancellato uno dei miei inni preferiti, quello della vecchia DDR, la Germania est. E ha modificato il testo (che peraltro mi è oscuro) del mio inno preferito in assoluto, quello dell’URSS – ora della Russia. E poi c’è l’inno statunitense, che conosciamo tutti ed è bello. E molto americano.

E le pagine oscure, quando andava di moda da parte di cialtroni di ogni luogo del mondo fischiare gli inni altrui. Una merdata passata di moda, grazie agli dei di ogni ordine e grado. Era ora.
Purtroppo, però, è stata sostituita da un’altra moda, percepita peraltro come particolarmente edificante e patriottica. Sto parlando dei calciatori che cantano a squarciagola l’inno nazionale. Stonandolo. Storpiandolo. Stuprandolo. E danneggiando in primo luogo il mio udito, e in secondo luogo il mio godimento degli inni a inizio partita, parte integrante del più generale godimento che mi spinge a guardare una partita di calcio.

Campionato europeo di calcio, dicevamo. C’è di mezzo una partita dell’Italia, dicevamo. E c’è che stavolta sì, li vedo carichi, determinati, li vedo cantare l’inno con la veemenza di chi vuole entrare in campo e spaccare tutto. E per un attimo dimentico le loro voci ignobili, e l’ignobile idea che lo spettatore desideri ascoltarle e non preferisca vedere le immagini dei giocatori con la voce di tutto lo stadio che canta, molto epica e maestosa. Me ne dimentico.
Ma a un certo punto, eccolo lì. Già l’inno di Mameli non ha un testo degno della nostra letteratura millenaria, e vabbhè. Già la voce e l’andare a tempo sono indecorosi. Ecco la faccia di Buffon, che dal goal di Muntari in poi mi ispira la stessa simpatia di un centopiedi che mi cammina sulla spalla. Ma poi lo vedo, lo sento. Scandisce ben bene. «Stringiamoci a corte». «Stringiamoci a corte». Vaffanculo, a corte.

A corte un cazzo.

Anche se l’etimo è comune a “corte”, la pedantuccia retorica mameliana de “Il Canto degli italiani” parla di coorte. “Stringiam’ci a coorte”. Coorte. Un’unità militare. Mettiamoci gli uni accanto agli altri, armati, uniti, per liberare/difendere il nostro paese che ci chiama. Non è “stringiamoci a corte”, del tipo «uè ci sta un casino di gente a ‘sta festa, venite stiamo più stretti che magari riusciamo a pigliarci ‘na tartina anche noi».

E sì che non è così difficile. Prendi una “o”, la togli da “stringiamoci” e la metti in mezzo a “corte”, facendo “coorte”. Ecco fatto. Semplice semplice. Che cazzo ci vuole? CHECCAZZOCIVUOLE? Prendi tredici fottutiliardi di soldi all’anno, anche se il tempo è denaro puoi comunque permetterti di sprecare 4 minuti di merda per cercare il testo su internet e leggertelo, prima di giocare alla playstation?

Ora, vi chiederete giustamente: «Come mai ti viene in mente adesso, che gli europei sono passati da mo, archiviati nel cassetto delle sconfitte umilianti, e invece ci aspettano le Olimpiadi, dove in genere nessuno canta e ti potrai godere l’inno in santa pace? Donde ti proviene tutto sto livore?».
Il livore non proviene da nessuna parte, aleggia nell’aria. E tutto questo vasto cappello introduttivo mi sembrava l’ideale per un post che non parlerà assolutamente di calcio, di inni nazionali, di musica, di nazioni.

Infatti qualche giorno fa il buon TalaMax mi ha richiesto un post a tematica arturiana. E io che in quella tematica sguazzo come un porco nel fango non volevo certo tirarmi indietro. Èpperòvero che non sapevo di quale argomento di preciso parlare, e ho pensato di dedicare un pezzo ai cavalieri meno noti di Artù, a tutti quei personaggi, cioè, che pur comparendo in tutti i testi arturiani hanno raramente l’occasione di passare dal ruolo di scenografia al centro della scena. I gregari, i porta-acqua. La corte. E lì m’è venuto in mente dell’inno.

Cominciamo col dire che non parleremo di Artù e Ginevra, né di Lancillotto, Galvano, Tristano e Isotta. Di questo blocco di personaggi avremo modo di discutere prestissimo, in un altro post che sto già maturando. E nemmeno del gruppo del Graal: di Parsifal, Galaad e Bohors non è un gran divertimento discutere, in fondo. E neppure degli antagonisti, che i cattivi in genere durano una storia e fanno una brutta fine, e pochi sono davvero interessanti, a parte Meleagant il Fellone. Di cui parleremo, con Lancillotto e compagnia, oh sì. E qui non parleremo nemmeno del numerosissimo e folto sottobosco di grandi cavalieri ed eroi invincibili che sono in genere protagonisti di un solo romanzo, personaggi esaltati e spesso inventati dall’autore (e non frutto di tradizioni antecedenti) che in genere si confrontano – e sconfiggono, o più spesso pareggiano – con i più importanti cavalieri della tradizione (i succitati Lancillotto, Galvano, Tristano) utilizzati come paragone per misurare il valore del giovane protagonista. Del tipo “è inutile che ti dica quanto è fico Giantomassino, ti basti sapere che financo Lancillotto quando si è misurato con lui ha riconosciuto il suo valore e ha chiuso lo scontro con un onorevole pareggio”.

A questo punto, stabilito chi no, vediamo chi sì.

Keu il Siniscalco. Personaggio fisso della corte, compare quanto Artù, Ginevra e Galvano, e come loro fa parte della famiglia reale. Per sapere chi è occorre ricordarsi dell’origine di Artù, che appena nato viene consegnato a Merlino e da questi fatto allevare da un fedele vassallo, Antor, che fa affidare il figlio a una balia perché Artù abbia il latte della moglie (era credenza che con il latte si trasmettessero qualità, un po’ come i midichlorian per la forza). Quando Artù arriva alla famosa impresa della Spada nella Roccia e diviene Re, Antor racconta ad Artù che è figlio adottivo e che per allevare lui ha fatto allattare il suo vero figlio da una balia, e forse anche per questo è un cazzone avariato. Quindi Artù dovrebbe tenere il figlio di Antor, Keu, con sé, e perdonarlo se non è degno di corte. Artù che è personcina riconoscente e a modo si mette quindi in casa, come siniscalco, il fratello adottivo, un ciarlatano che fa il buzzurro con tutti (non gli è propria la cortesia e fa il grande con i pezzenti, e insulta i nuovi arrivati) ma non vince mai uno scontro (da che io mi ricordi, finisce sempre col culo in terra). Ma che se non altro è spesso buona spalla comica per stemperare i momenti di tensione, è sempre fedele al re e in fondo a volte è anche commovente per come ce la mette tutta.

Sagremor l’Impetuoso. Citato alternativamente come del casato del Re d’Ungheria, o dell’Imperatore di Costantinopoli, è un nobile giovane cavaliere quando arriva a Camelot attirato dalle voci delle imprese di Re Artù, e si pone al suo servizio. Viene subito battezzato “il morto di fame” da Keu perché, a causa di una malattia, se si mette a combattere o fare grandi sforzi senza aver mangiato, sviene. Da questo appellativo deriva grande onta a Keu, e Sagremor viene ribattezzato “l’Impetuoso” per l’ardore in battaglia. Prende parte a tutte le avventure di gruppo dei cavalieri.

Lucano il Coppiere. Personaggio sempre presente, fratello di Sir Bedivere. È uno dei due sopravvissuti – con Giflet – allo scontro finale tra le schiere di Artù e quelle di Mordred a Camlann (Salesberies, Salisbury, a seconda della compilazione). Alla fine della battaglia incontra Artù mortalmente ferito, e questi, felice finalmente di incontrare un suo cavaliere in vita, lo abbraccia, ma la stretta di Artù è fatale a Lucano. È davvero uno degli episodi più singolari della fase finale della vicenda, e probabilmente si è perso il significato di qualche allegoria nascosta nella vicenda.

Giflet figlio di Do. Cavaliere sempre presente della corte, è l’altro sopravvissuto allo “scontro finale”. Dopo la morte di Lucano, Artù gli ordina di gettare la sua spada nel lago. Dopo un paio di tentativi in cui ritorna fingendo di averlo fatto, e un paio di volte in cui Artù lo sgama, obbedisce al re e getta la spada, che viene afferrata al volo da un braccio emerso dal lago. Poi vede arrivare una barca, con a bordo Morgana, che porta via il re. I tempi mitici sono finiti, Giflet entra in monastero e morirà di lì a breve.
Secondo alcuni studiosi sarebbe da identificare con Jaufré figlio di Dovon, protagonista di quello che è probabilmente l’unico romanzo arturiano in lingua occitanica.

Sir Bedivere. Conestabile. Per Sir Thomas Malory è lui il sopravvissuto alla battaglia finale che riporta la spada di Artù alla Dama del Lago.

Dodinel il Selvaggio. Inizialmente un uomo abitante in una regione lontana, nei boschi, che vive una sorta di era antica-mitica, come accade a Perceval, ma anche ad esempio a Enkidu, diviene poi un cavaliere della Tavola Rotonda, presente stabilmente nelle avventure di gruppo come quella della Dolorosa Guardia.

A questi personaggi, che sono la corte in senso stretto, potremmo poi aggiungere i fratelli di Galvano (che vanno a completare quello che potremmo definire il clan familiare di Artù, essendo imparentati, visto che la loro madre è sorella di Artù, e visto che sono quelli che gli saranno fedeli nella fase finale della vicenda). Il migliore è di certo Gareth/Gueheriet, uno dei migliori cavalieri della Tavola Rotonda e involontariamente quello che darà il via al suo definitivo e tragico disfacimento. Poi abbiamo Gaheris/Guerrehet, il classico anonimo, e infine Agravain, colui che darà inizio, volontariamete, alla sciagura della guerra tra i cavalieri.

E poi i loro cugini, Ivano il Grande e il fratellastro Ivano il Bastardo.
Ivano il Grande, figlio di Urien, secondo a corte al solo Galvano per valore, e anche per linea di successione al trono (che cito anche se non sarebbe questo il suo posto, avendo alcune opere a lui dedicate tra i quali di certo non da ultimo viene il bellissimo romanzo “Ivano o il cavaliere del leone” di Chrétien de Troyes), cavaliere valentissimo e cortese, che vorrebbe passare più tempo con l’amica Laudine ma viene da Galvano spesso trascinato di avventura in avventura. Al primo Ivano, tra l’altro, è facile attribuire collegamente con un personaggio storico, Owein, figlio di Urien (anch’egli personaggio storico) presente nei racconti gallesi del Mabinogion. A uno dei due Ivano, alternativamente a seconda della fonte, è attribuito il compito di farmi venire il magone ogni volta che leggo la vicenda della sua morte per mano di Galvano al ritorno dalla cerca del Graal.

All’opposto del clan di Artù c’è il clan dei francesi, composto da Lancillotto e dai membri del suo lignaggio, provenienti dalla Bretagna. Tra questi l’impavido e tumultuoso Lionello dal cuore senza freni, un simpatico e valoroso cazzone da prima mischia, ed Estor delle Paludi / Ettore di Marès, fratellastro di Lancillotto.

A chi desiderasse provare il sapore della letteratura arturiana per la prima volta, non posso che consigliare “I romanzi della Tavola Rotonda”. Si tratta di un ottimo lavoro curato dal medievalista e scrittore francese Jacques Boulenger. Una riedizione del corposo ciclo vulgato in prosa francese del Duecento, sfrondandolo di rami secchi e contraddizioni, riproponendolo “tradotto” in una lingua più moderna ancorché con un certo sapore arcaico. In italiano, pubblicato negli Oscar Mondadori, è preceduto da un saggio ad opera di Gabriella Agrati e Maria Letizia Maggini che permette di capire quanto elaborato e stratificato è il sostrato mitico e letterario delle storie arturiane.

Nello scrivere questo post mi sono avvalso dell’aiuto del “Dizionario del ciclo di Re Artù” di Carlos Alvar, indispensabile carta nautica del mare arturiano.

Nel post ho citato i seguenti testi:
Thomas Malory, “Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri”, 2 voll., in Oscar Mondadori
Chrétien de Troyes, “Ivano o il cavaliere del leone”, in “Romanzi cortesi”, 5 voll., in Oscar Mondadori
“Jaufre”, a cura di C. Lee, in Biblioteca Medievale Carocci.

#19. Unioni.

Qual è il parassita più resistente? Un batterio? Un virus? Una tenia intestinale? […] Un’idea. Resistente, altamente contagiosa. Una volta che un’idea si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla. Un’idea pienamente formata, pienamente compresa si avvinghia, qui da qualche parte.”
[Dom Cobb / Leonardo Di Caprio, in Inception]

Premetto che l’idea di un’unione politica dell’Europa mi è stato impiantato fin dai tempi delle elementari. Avevo una maestra anziana, una donna d’altri tempi, che con la mia classe ha chiuso la sua carriera. Questa donna di ferro ha vissuto la guerra, ha vissuto il tentato suicidio dell’Europa. Aveva un fratello giornalista a Bruxelles che le inviava un sacco di materiale, tra cui adesivi dell’Unione, e ricordo che vissi quasi come una vittoria l’ingresso nell’allora CEE di Spagna e Portogallo, nel 1986, per quella che diventò l’Europa dei 12. Anche perché ho sempre percepito che quella era la strada giusta per due obiettivi: 1) mai più guerre sul suolo europeo; 2) più peso nel mondo, per spezzare la logica della guerra fredda e della paura dell’inverno nucleare.

Anche se ho avuto momenti di alti e bassi, e un calo di intensità di questo amore europeista negli anni del crollo del dualismo USA-URSS e della rinascita delle ideologie iper-secessioniste in tutta Europa (sulle ali della libertà delle repubbliche baltiche, per esempio), devo dire che in fondo sono europeista da sempre.

Ho esultato nel 92, ho esultato per Maastricht, per Schengen. E sono stato felice fin quasi alle lacrime per l’Euro. Se c’è una sola moneta, ci sarà presto un solo stato, mi dicevo, stolto che non ero altro. Anzi, illuso. Illuso che i popoli della civilissima Europa avessero capito che la divisione porta conflitto, che l’unione dovuta alla sopraffazione porta rivolte, e che invece la condivisione democratica di diritti e doveri porta lontano, lontanissimo, alle stelle. Ero convinto che i passi sarebbero doverosamente seguiti, uno in fila all’altro, da Comunità Economica Europea a Unione Europea, e da Unione Europea ad Europa.

Ero un illuso, non uno stolto. Stolti sono stati i politici europei, che hanno seguito le paure dei loro popoli, o le hanno sfruttate, per una fetta di torta in più. Invece di dipanarle, di spiegare ai popoli cos’è l’Europa. Più facile accusarla dei problemi che riconoscerle i meriti. Più facile affossare il progetto di Costituzione per il mancato inserimento di radici religiose o per non voler “cedere sovranità”. Che è poi una stoltaggine impressionante, perché non si cede una sovranità a qualcun altro, dacché si eleggerebbero gli organismi europei, e quindi si continuerebbe a votare chi poi gestisce quella sovranità.

Un dubbio, però, mi è venuto.
Di fronte alla critica sulle troppe differenze tra gli stati per poterli unire, un dubbio mi è venuto. Di fronte all’ingresso nell’Unione di un sacco di stati prima che l’Unione facesse grossi passi avanti verso l’unificazione dei sistemi economici, legislativi, giudiziari, sociali, prima dell’unificazione della diplomazia e della difesa.

Il dubbio è: è meglio procedere con un’Unione in tantissimi, cercando di andare tutti d’accordo da zero, oppure procedere attraverso Unioni successive?

Non sarebbe stato meglio per esempio che Belgio, Olanda e Lussemburgo si unissero in un unico stato per parlare con un’unica voce e un unico rappresentante? E Spagna e Portogallo? Germania e Austria? Paesi centroeuropei? Repubbliche baltiche? Scandinavia?

E quale sarebbe stata la pre-unione ideale per la nostra Italia?

Ora, lo so, mi prenderete per pazzo. Ma io credo che il nostro partner ideale siano i tradizionalmente e scambievolmente odiati cugini transalpini. Vuoi per la bandiera simile, vuoi per la maglia della nazionale simile…
Ma soprattutto perché siamo due popoli neolatini, e straordinariamente più affini di quanto entrambi desiderebbero ammettere. Non credo sia un caso se Italia e Francia sono entrambe celeberrime nel mondo per la moda, l’arte, per i vini, i formaggi e la cucina in genere. È perché ci piacciono le stesse cose, siamo originali, fantasiosi, sappiamo vivere bene e abbiamo stile. Tutte cose che ci differenziano dai tedeschi, per esempio, e che renderebbero più facile un’unione coll’Oltralpe. Spesso abbiamo avuto interessi in conflitto: la sponda meridionale del Mediterraneo, per esempio, e il ruolo di paese di spicco nel campo dello spazio (la Francia gestisce le basi di lancio dell’ESA a Kourou, in Guyana; l’Italia è stato il terzo paese dopo russi e americani a mandare satelliti in orbita, e ha prodotto la maggior parte delle parti abitabili della ISS).
Francia e Italia hanno straordinarie similitudini anche in altri campi: hanno isole di lingue diverse dalla madrepatria (Corsica e Sardegna) che pure sono parti fondamentali e importanti dei rispettivi stati. Italia e Francia sono state sedi imperiali (romano e franco) e papali (Roma e Avignone).
E hanno anche problemi simili: hanno le macchine burocratiche statali più grosse e invasive d’Europa, e le mafie celebri (siciliani e marsigliesi sono personaggi stereotipati dei film di gangster americani).
Hanno porti importanti sul Mediterraneo.
Hanno le due corse ciclistiche a tappe più importanti, e i circuiti automobilistici più storici.
E l’Abbagnato è étoile a Parigi. E la Fennech è stata abbastanza stellazza in Italia…

E in fondo abbiamo mire di grandeur militare eccessive per i nostri bisogni, se consideriamo che siamo i due paesi rispettivamente con la portaerei più grossa (la Francia) e con più portaerei (l’Italia) d’Europa.

Troppe le similitudini per non riconoscerci, e capire che forse è più facile unirsi tra noi in primis, per poi ridurre le differenze con popoli più lontani come i germanici o gli scandinavi.

Forse è davvero tempo che ci unisca qualcosa di più di una controversa ferrovia, o qualche coppia celebre (Sarkozy-Bruni, Cassel-Bellucci, Accorsi-Casta… per dire, francesi e italiani forse già si piacciono in fondo).

E ho anche già una doppia capitale pronta.

Aosta, città italiana ma bilingue e autonoma, città di montagna tra le vette più alte del continente, e vicino al tunnel più celebre. Città in cui i politici possono concentrarsi sulle prospettive più alte, senza le distrazioni della Ville Lumière o della Dolce Vita.

E Nizza, per gli orizzonti marini e mediterranei. Città francese ma che fu italiana e diede i natali a Garibaldi, e tramite la cui cessione ai transalpini si diede il via all’unificazione italiana.

Troppo tardi per una strada europeista a blocchi. Ormai è stata seguita un’altra strada. Ma chissà se sarebbe andata meglio così.

Vive l’Italie, evviva la Francia!

Nota: secondo post nato da un input, stavolta dal Foggio, che mi ha esortato a spiegare più dettagliatamente un provocatorio messaggio che ho lanciato su un social network.

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