Il canneto di Eridu

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M5 – la stretta di Reykjavík

La stretta di Reykjavík
E mentre leggo oggi che – a seguito della crisi in Ucraina e Crimea – missili (forse atomici) russi sono puntati su Berlino, mentre la crisi in Ucraina arriva a livelli allarmanti, come posso non dedicare un piccolo spazio nel mausoleo dell’umanità, sotto forma di una fragilissima scultura di cristallo con due mani che si stringono, a un evento occorso quando ero davvero giovincello (dieci anni compiuti da poco), l’11 ottobre del 1986.

Sto parlando del vertice di Reykjavík tra il presidente americano Reagan e il segretario del PCUS Gorbačëv (o Gorbaciov, come si traslitterava all’epoca), che aprì la strada alla ratifica del trattato INF che abolì gli euromissili, e inizio a chiudere quella porta aperta dal dopoguerra, dal blocco di Berlino, dalla crisi dei missili di Cuba, dalla guerra fredda che spaccò a metà l’Europa. Sì, quella stessa Europa che oggi ci pare carta straccia e che vogliamo buttare via, quasi non fosse una conquista, quasi non fosse un elemento chiave nel mantenerci in uno stato di non guerra così lunga che mai ve ne fu uno simile in Europa occidentale dai tempi di Ottaviano Augusto.

Ben ricordo quanto mi sembrò bella, allora, la possibilità che una situazione tetra come una guerra atomica potesse essere allontanata dalla volontà di leader politici, sospinti dalla loro gente. Tanto quanto mi sembre agghiacciante oggi che quell’eventualità possa invece oggi riavvicinarsi ad opera di leader evidentemente meno saggi, sospinti da popoli evidentemente più folli.

E quindi sì, una stretta di mano di cristallo, bellissima, ma, ricordiamolo, fragilissima.
Perché giocare alla guerra fredda sperando di rilanciare l’economia alzando il tasso di paura, è un gioco pericoloso. E il cristallo è facile da rompere.

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Almanacco, XCVI

Novantaseiesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
17 luglio 2013

Trentotto anni fa avveniva qualcosa di storico. Per la prima (e unica, almeno per i vent’anni successivi) volta le due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, collaborarono in una missione spaziale, con l’agganciamento in orbita di una capsula Apollo e una Sojuz (partite due giorni prima rispettivamente dagli storici Space Center di Cape Canaveral e Cosmodromo di Baikonur), e il passaggio degli astronauti americani e dei cosmonauti sovietici dall’una all’altra.
Tra l’altro la missione fu anche l’ultima di una capsula Apollo per gli Stati Uniti, che sei anno dopo ritorneranno nello spazio con le missioni di Space Shuttle.

Nell’occasione della missione ASTP (Apollo-Sojuz Test Program) ci furono anche le prime riprese trasmesse in tutto il mondo della partenza di un razzo sovietico con la capsula a bordo e dell’atterraggio della capsula nel deserto del Kazakistan.

La cortina ha cominciato a vacillare a partire dallo spazio, dunque? Verrebbe da pensare di sì, anche perché non pochi analisti attribuiscono a un costosissimo programma spaziale sovietico, il Buran (lo Shuttle russo) la colpa di aver dato una decisa spallata a un sistema economico già in evidente difficoltà, facendo precipitare poi la situazione e portando al crollo del comunismo.

La domanda per voi, oggi, è questa: fatta eccezione per l’allunaggio, che è di gran lunga il più grande traguardo simbolico raggiunto dall’uomo nello spazio, qual è la missione spaziale che preferite tra quelle compiute sinora?
E poi, quando eravate piccoli e giocavate con le astronavi (cosmonavi?) di Legoland Spazio, preferivate gli omini rossi o bianchi? O i successivi gialli/blu/neri?

Edito alla luce della piega presa dalla cosa sui social network: non voglio più solo sapere qual era il vostro colore preferito degli omini, ma proprio il vostro pezzo preferito di Legoland Spazio! Il vettore grigio? La base missilistica? Il cargo spaziale?
Potete aiutarvi cercando qui.

Almanacco, LXXXI

Ottantunesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
22 aprile 2013

Il balzo indietro di oggi è abbastanza ampio. Con un fortissimo calcio in culo temporale vi rispedisco tutti al 1529, quando, con il Trattato di Saragozza, la Spagna e il Portogallo perfezionarono la suddivisione del pianeta nelle loro due zone di influenza, create nel 1494 con il Trattato di Tordesillas e ridefinite per determinare a chi spettasse commerciare nelle Molucche. Non era la prima volta che due potenze si dividevano artificiosamente il mondo conosciuto: lo fecero Egizi e Hittiti con il trattato di Qadeš, nel 1274 a.C., a seguito della nota battaglia. E non sarà l’ultima: pur senza una regolamentazione ben precisa USA e URSS si divisero il globo in aree di influenza (esiste un gioco in scatola che simula il periodo della guerra fredda, Twilight Struggle, tra l’altro tradotto e prodotto in italiano da Asterion, casa editrice eccellente di Correggio).

Detto questo, devo dire che la suddivisione del mondo tra Spagna e Portogallo la trovo particolarmente evocativa. Intanto perché si situa in uno dei periodi storici che meno mi piace e che per questo meno conosco, e per di più con degli stupidi collari. E poi perché mi porta profumo di spezie, e polvere da sparo, e mare, e la morbidezza della seta, e il tintinnìo delle monete d’argento.
E la domanda di oggi verte su questo: vi piace il Cinquecento? È un periodo storico che vi affascina? Perché?

Almanacco, LXXII

Settantaduesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
15 marzo 2013

Ok, siamo arrivati alle “idi di marzo”. Nel 44 a.C. Giulio Cesare viene assassinato da un gruppo di senatori romani, e da questo omicidio il mondo romano inizia a sgretolarsi e mutare, crolla in una nuova guerra civile che porterà dapprima alla fine dei congiurati Bruto e Cassio, e poi alla guerra tra Ottaviano e Marco Antonio e all’Impero.
Nella storia non è il primo né l’ultimo omicidio al vertice che potrebbe aver influito in maniera determinante a cambiare la storia. Un altro, molto più recente e forse meno decisivo, è stato quello del Presidente americano John Fitzgerald Kennedy.
Quando mi trovo di fronte a personaggi storici importanti che di colpo vengono uccisi così mi resta una specie di magone. Cosa avrebbe potuto fare se non fosse stato ucciso? Quale strada avrebbe preso la storia del pianeta?

A voi ora. C’è qualche storico omicidio che quando viene narrato finisce per darvi quello stesso senso di magone? Quella sensazione di «peccato, non sapremo mai come sarebbe andata con lui»?

Almanacco, LXIV

Sessantaquattresima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu
12 febbraio 2013

Oggi compie 204 anni Charles Robert Darwin, e per celebrare il Darwin Day degnamente il Canneto di Eridu gli dedicherà addirittura due post.
Cominciamo con questo almanacco, dove ci ricordiamo del naturalista al quale siamo debitori della teoria dell’evoluzione delle specie per selezione naturale. E ok, dai, lo so, per oggi creazionisti scientifici e disegnatori intelligenti mi blacklisteranno il blog. Ma il fatto che persino il Vaticano non li ascolti, e giusto in America riescano a entrare nelle scuole, mi dà conforto.

Ma veniamo a noi, e al punto dell’almanacco, ovvero la domanda che smuove l’animo a fine post.
L’umanità si è evoluta dalle scimmie, per dirla brutalmente, attraverso gli ominidi. Se l’umanità abbandonasse improvvisamente il pianeta, tutta contemporaneamente, da quale specie attuale vorreste che si evolvesse la prossima specie dominante del pianeta terra?

Almanacco, L

Cinquantesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
26 dicembre 2012

Ok, vi ho fatto attendere un po’, mi sono preso qualche giorno di ferie anche dal blog.
L’evento di cui facciamo memoria oggi risale al 1991, quando il Soviet Supremo sancisce formalmente quello che stava già accadendo nella sostanza: la fine dell’Unione Sovietica.
Dalla fine del colosso russo nacquero 15 stati. Accanto alla Russia, l’Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia, le repubbliche baltiche Estonia, Lettonia e Lituania, gli stati caucasici Armenia, Georgia (no, non quella) e Azerbaigian, e infine le repubbliche asiatiche, Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan e Kirghizistan (per conoscere qualcosa di questi ultimi consiglio il reportage di viaggio di Colin Thubrow “Il cuore perduto dell’Asia”).

Finisce con questo scioglimento una contrapposizione che ha segnato 45 anni di storia, quella tra USA e URSS (guarda caso due Unioni di stati, non due semplici stati nazionali).

Se mi seguite da un po’ sapete che subisco il fascino dei “secondi” (no, non arrosti e costate), ovvero dei grandi stati perdenti nella loro epoca (hittiti, cartaginesi, sovietici). Qual è la vostra nazione perdente preferita?

Almanacco, XXX

Trentesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
19 novembre 2012

Buona settimana a tutti dal Canneto di Eridu. Stamane, galleggiando qua e là per le chiare acque del canneto, tra grilli e rane, ho visto i raggi del sumerico sole riflettersi su una bottiglia, e all’interno ho trovato un messaggio scritto da un marinaio a ricordo di quando, nel 1493, proprio il 19 di novembre, un notissimo europeo dopo aver tentato di buscar el levante por el ponente inciampò in un’isola che battezzò San Juan Bautista. Divenne poi Puerto Rico. Il fatto che proprio in questi giorni Puerto Rico abbia votato dopo anni per l’incorporazione come cinquantunesimo stato degli Stati Uniti d’America, mi ha fatto venir voglia di dedicargli questo post (e tra l’altro uno dei miei giochi in scatola preferiti si chiama proprio Puerto Rico).

Ora, la questione adesso è: come diavolo faranno a farci stare la cinquantunesima stella nella “Stars and stripes”, visto che 51 è numero primo e poco si presta alla scomposizione in linee?
E poi, vi piacciono le bandiere che richiamano nella simbologia l’originaria frammentazione del territorio? A me non molto, anche per l’Unione Europea preferirei avere un’unica stella dorata al centro, invece di dodici, per simboleggiare un unico grande paese… e anche per non dover aggiornare ogni anno le stelle…

Ma la domanda vera e finale di oggi è: qual è la vostra bandiera preferita? Valgono tutte le bandiere terrestri passate e presenti, anche di territori non indipendenti, ma non valgono fictional flags.

Almanacco, XXVII

Ventisettesima pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
15 novembre 2012

Oggi potete smettere di chiamarmi Ismaele. Oggi infatti celebriamo tutt’altro genere di evento. Anche se pur sempre figlio dell’ingegno umano, l’evento di oggi è fallimentare, è un evento da un certo punto di vista crepuscolare. Sto parlando del 15 di novembre del 1988, e mi riferisco all’unico volo del Buran.

Il Buran era la navetta spaziale riutilizzabile sovietica, per il cui progetto l’URSS impiegò una quantità di risorse tali – nello sforzo di raggiungere e superare gli Stati Uniti – che non è esagerato pensare che contribuì al crollo del sistema sovietico. Si trattava di un programma ambizioso: il Buran era un “super-shuttle”, rispetto a quelli statunitensi era più grande, in grado di trasportare più merci, molto più pratico in fase di lancio, era sostanzialmente immune al tipo di incidenti che distrusse il Challenger e il Columbia, e il vettore per portare l’orbiter fuori dall’atmosfera era completamente riutilizzabile. Inoltre era progettato per compiere voli ed operazioni anche senza equipaggio (ed infatti proprio senza equipaggio fu il suo unico volo).
E così, quel 15 di novembre, partito dal cosmodromo di Baikonur il Buran fece il suo unico giretto nello spazio, prima di finire in un hangar che sarebbe diventato nel 2002, crollando, la sua tomba. Un modello completamente assemblato è visibile al Museo dello Spazio di Francoforte.

Buran, per inciso, è un termine che indica un vento freddo e carico di neve che soffia nella steppa sarmatica, portando neve e maltempo. Forse non un nome proprio benaugurale. Le navette statunitensi (e non solo gli shuttle) hanno invece nomi molto da ultima frontiera, da epoca pionieristica dello spazio: Challenger (sfidante), Voyager (viaggiatore), Pioneer (pioniere), Endeavour (sforzo), Mariner (marinaio), Enterprise (impresa), Discovery (scoperta).

Ma voi come chiamereste una navetta spaziale italiana? E una europea? Senza dire merdate, possibilmente…

Almanacco, VI

Sesta pagina dell’Almanacco del Canneto di Eridu.
16 ottobre 2012

È il 1968. Il 16 di ottobre la nazionale olimpica degli Stati Uniti espelle i velocisti Tommie Smith e John Carlos, classificatisi rispettivamente primo e terzo, pochi giorni prima, nella gara dei 200 m piani delle Olimpiadi di Città del Messico.
La motivazione della squalifica risiede nella loro premiazione, quando sul podio erano saliti scalzi e avevano ascoltato l’inno a testa bassa, alzando poi il pugno con il guanto nero, a sostegno dell’Olympic Project for Human Rights, nell’ambito delle lotte per i diritti civili delle persone afro-americane, contro la politica r la società razzista.
Il gesto destò molto scalpore e satenò la polemica se la politica dovesse restar fuori dallo sport.

E la domanda è ancora attuale, se consideriamo che di fronte ad essa tutti probabilmente direbbero di sì, e quasi tutti allo stesso tempo ricordano la scena di Smith e Carlos come una di quelle iconograficamente più potenti della storia dello sport, e approverebbero il loro gesto.
Ora a voi: può/deve la politica rimanere fuori dallo sport? Da un lato Smith e Carlos, dall’altro saluti romani di giocatori di calcio alle loro curve: a voi la risposta.

#31. Corte.

Campionato europeo di calcio, c’è di mezzo una partita dell’Italia. E partono gli inni.

Da che mondo e mondo gli inni nazionali sono uno dei momenti più emozionanti degli eventi sportivi. Il doppio inno tedesco e italiano che accompagnava le vittorie di Schumacher è stato il leit-motiv di un’epoca. Gli occhi lucidi dei campioni olimpici quando parte la musica che ti ricorda che una nazione esulta con te, e che una vita di sacrifici e allenamenti ti ha appena ripagato di tutti gli sforzi che ci hai buttato.

E il bello di sentire la maestosità dell’inno tedesco che porta la Germania sopra tutto, la nobiltà di quello inglese che parla di Dio e Regina, la popolarità della marsigliese che invoca il popolo contro la tirannia. E devo dire che è bello anche l’inno spagnolo. Sono dei precisini della fungia, ma hanno un gran bell’inno. C’è poi da dire che il crollo del comunismo ha cancellato uno dei miei inni preferiti, quello della vecchia DDR, la Germania est. E ha modificato il testo (che peraltro mi è oscuro) del mio inno preferito in assoluto, quello dell’URSS – ora della Russia. E poi c’è l’inno statunitense, che conosciamo tutti ed è bello. E molto americano.

E le pagine oscure, quando andava di moda da parte di cialtroni di ogni luogo del mondo fischiare gli inni altrui. Una merdata passata di moda, grazie agli dei di ogni ordine e grado. Era ora.
Purtroppo, però, è stata sostituita da un’altra moda, percepita peraltro come particolarmente edificante e patriottica. Sto parlando dei calciatori che cantano a squarciagola l’inno nazionale. Stonandolo. Storpiandolo. Stuprandolo. E danneggiando in primo luogo il mio udito, e in secondo luogo il mio godimento degli inni a inizio partita, parte integrante del più generale godimento che mi spinge a guardare una partita di calcio.

Campionato europeo di calcio, dicevamo. C’è di mezzo una partita dell’Italia, dicevamo. E c’è che stavolta sì, li vedo carichi, determinati, li vedo cantare l’inno con la veemenza di chi vuole entrare in campo e spaccare tutto. E per un attimo dimentico le loro voci ignobili, e l’ignobile idea che lo spettatore desideri ascoltarle e non preferisca vedere le immagini dei giocatori con la voce di tutto lo stadio che canta, molto epica e maestosa. Me ne dimentico.
Ma a un certo punto, eccolo lì. Già l’inno di Mameli non ha un testo degno della nostra letteratura millenaria, e vabbhè. Già la voce e l’andare a tempo sono indecorosi. Ecco la faccia di Buffon, che dal goal di Muntari in poi mi ispira la stessa simpatia di un centopiedi che mi cammina sulla spalla. Ma poi lo vedo, lo sento. Scandisce ben bene. «Stringiamoci a corte». «Stringiamoci a corte». Vaffanculo, a corte.

A corte un cazzo.

Anche se l’etimo è comune a “corte”, la pedantuccia retorica mameliana de “Il Canto degli italiani” parla di coorte. “Stringiam’ci a coorte”. Coorte. Un’unità militare. Mettiamoci gli uni accanto agli altri, armati, uniti, per liberare/difendere il nostro paese che ci chiama. Non è “stringiamoci a corte”, del tipo «uè ci sta un casino di gente a ‘sta festa, venite stiamo più stretti che magari riusciamo a pigliarci ‘na tartina anche noi».

E sì che non è così difficile. Prendi una “o”, la togli da “stringiamoci” e la metti in mezzo a “corte”, facendo “coorte”. Ecco fatto. Semplice semplice. Che cazzo ci vuole? CHECCAZZOCIVUOLE? Prendi tredici fottutiliardi di soldi all’anno, anche se il tempo è denaro puoi comunque permetterti di sprecare 4 minuti di merda per cercare il testo su internet e leggertelo, prima di giocare alla playstation?

Ora, vi chiederete giustamente: «Come mai ti viene in mente adesso, che gli europei sono passati da mo, archiviati nel cassetto delle sconfitte umilianti, e invece ci aspettano le Olimpiadi, dove in genere nessuno canta e ti potrai godere l’inno in santa pace? Donde ti proviene tutto sto livore?».
Il livore non proviene da nessuna parte, aleggia nell’aria. E tutto questo vasto cappello introduttivo mi sembrava l’ideale per un post che non parlerà assolutamente di calcio, di inni nazionali, di musica, di nazioni.

Infatti qualche giorno fa il buon TalaMax mi ha richiesto un post a tematica arturiana. E io che in quella tematica sguazzo come un porco nel fango non volevo certo tirarmi indietro. Èpperòvero che non sapevo di quale argomento di preciso parlare, e ho pensato di dedicare un pezzo ai cavalieri meno noti di Artù, a tutti quei personaggi, cioè, che pur comparendo in tutti i testi arturiani hanno raramente l’occasione di passare dal ruolo di scenografia al centro della scena. I gregari, i porta-acqua. La corte. E lì m’è venuto in mente dell’inno.

Cominciamo col dire che non parleremo di Artù e Ginevra, né di Lancillotto, Galvano, Tristano e Isotta. Di questo blocco di personaggi avremo modo di discutere prestissimo, in un altro post che sto già maturando. E nemmeno del gruppo del Graal: di Parsifal, Galaad e Bohors non è un gran divertimento discutere, in fondo. E neppure degli antagonisti, che i cattivi in genere durano una storia e fanno una brutta fine, e pochi sono davvero interessanti, a parte Meleagant il Fellone. Di cui parleremo, con Lancillotto e compagnia, oh sì. E qui non parleremo nemmeno del numerosissimo e folto sottobosco di grandi cavalieri ed eroi invincibili che sono in genere protagonisti di un solo romanzo, personaggi esaltati e spesso inventati dall’autore (e non frutto di tradizioni antecedenti) che in genere si confrontano – e sconfiggono, o più spesso pareggiano – con i più importanti cavalieri della tradizione (i succitati Lancillotto, Galvano, Tristano) utilizzati come paragone per misurare il valore del giovane protagonista. Del tipo “è inutile che ti dica quanto è fico Giantomassino, ti basti sapere che financo Lancillotto quando si è misurato con lui ha riconosciuto il suo valore e ha chiuso lo scontro con un onorevole pareggio”.

A questo punto, stabilito chi no, vediamo chi sì.

Keu il Siniscalco. Personaggio fisso della corte, compare quanto Artù, Ginevra e Galvano, e come loro fa parte della famiglia reale. Per sapere chi è occorre ricordarsi dell’origine di Artù, che appena nato viene consegnato a Merlino e da questi fatto allevare da un fedele vassallo, Antor, che fa affidare il figlio a una balia perché Artù abbia il latte della moglie (era credenza che con il latte si trasmettessero qualità, un po’ come i midichlorian per la forza). Quando Artù arriva alla famosa impresa della Spada nella Roccia e diviene Re, Antor racconta ad Artù che è figlio adottivo e che per allevare lui ha fatto allattare il suo vero figlio da una balia, e forse anche per questo è un cazzone avariato. Quindi Artù dovrebbe tenere il figlio di Antor, Keu, con sé, e perdonarlo se non è degno di corte. Artù che è personcina riconoscente e a modo si mette quindi in casa, come siniscalco, il fratello adottivo, un ciarlatano che fa il buzzurro con tutti (non gli è propria la cortesia e fa il grande con i pezzenti, e insulta i nuovi arrivati) ma non vince mai uno scontro (da che io mi ricordi, finisce sempre col culo in terra). Ma che se non altro è spesso buona spalla comica per stemperare i momenti di tensione, è sempre fedele al re e in fondo a volte è anche commovente per come ce la mette tutta.

Sagremor l’Impetuoso. Citato alternativamente come del casato del Re d’Ungheria, o dell’Imperatore di Costantinopoli, è un nobile giovane cavaliere quando arriva a Camelot attirato dalle voci delle imprese di Re Artù, e si pone al suo servizio. Viene subito battezzato “il morto di fame” da Keu perché, a causa di una malattia, se si mette a combattere o fare grandi sforzi senza aver mangiato, sviene. Da questo appellativo deriva grande onta a Keu, e Sagremor viene ribattezzato “l’Impetuoso” per l’ardore in battaglia. Prende parte a tutte le avventure di gruppo dei cavalieri.

Lucano il Coppiere. Personaggio sempre presente, fratello di Sir Bedivere. È uno dei due sopravvissuti – con Giflet – allo scontro finale tra le schiere di Artù e quelle di Mordred a Camlann (Salesberies, Salisbury, a seconda della compilazione). Alla fine della battaglia incontra Artù mortalmente ferito, e questi, felice finalmente di incontrare un suo cavaliere in vita, lo abbraccia, ma la stretta di Artù è fatale a Lucano. È davvero uno degli episodi più singolari della fase finale della vicenda, e probabilmente si è perso il significato di qualche allegoria nascosta nella vicenda.

Giflet figlio di Do. Cavaliere sempre presente della corte, è l’altro sopravvissuto allo “scontro finale”. Dopo la morte di Lucano, Artù gli ordina di gettare la sua spada nel lago. Dopo un paio di tentativi in cui ritorna fingendo di averlo fatto, e un paio di volte in cui Artù lo sgama, obbedisce al re e getta la spada, che viene afferrata al volo da un braccio emerso dal lago. Poi vede arrivare una barca, con a bordo Morgana, che porta via il re. I tempi mitici sono finiti, Giflet entra in monastero e morirà di lì a breve.
Secondo alcuni studiosi sarebbe da identificare con Jaufré figlio di Dovon, protagonista di quello che è probabilmente l’unico romanzo arturiano in lingua occitanica.

Sir Bedivere. Conestabile. Per Sir Thomas Malory è lui il sopravvissuto alla battaglia finale che riporta la spada di Artù alla Dama del Lago.

Dodinel il Selvaggio. Inizialmente un uomo abitante in una regione lontana, nei boschi, che vive una sorta di era antica-mitica, come accade a Perceval, ma anche ad esempio a Enkidu, diviene poi un cavaliere della Tavola Rotonda, presente stabilmente nelle avventure di gruppo come quella della Dolorosa Guardia.

A questi personaggi, che sono la corte in senso stretto, potremmo poi aggiungere i fratelli di Galvano (che vanno a completare quello che potremmo definire il clan familiare di Artù, essendo imparentati, visto che la loro madre è sorella di Artù, e visto che sono quelli che gli saranno fedeli nella fase finale della vicenda). Il migliore è di certo Gareth/Gueheriet, uno dei migliori cavalieri della Tavola Rotonda e involontariamente quello che darà il via al suo definitivo e tragico disfacimento. Poi abbiamo Gaheris/Guerrehet, il classico anonimo, e infine Agravain, colui che darà inizio, volontariamete, alla sciagura della guerra tra i cavalieri.

E poi i loro cugini, Ivano il Grande e il fratellastro Ivano il Bastardo.
Ivano il Grande, figlio di Urien, secondo a corte al solo Galvano per valore, e anche per linea di successione al trono (che cito anche se non sarebbe questo il suo posto, avendo alcune opere a lui dedicate tra i quali di certo non da ultimo viene il bellissimo romanzo “Ivano o il cavaliere del leone” di Chrétien de Troyes), cavaliere valentissimo e cortese, che vorrebbe passare più tempo con l’amica Laudine ma viene da Galvano spesso trascinato di avventura in avventura. Al primo Ivano, tra l’altro, è facile attribuire collegamente con un personaggio storico, Owein, figlio di Urien (anch’egli personaggio storico) presente nei racconti gallesi del Mabinogion. A uno dei due Ivano, alternativamente a seconda della fonte, è attribuito il compito di farmi venire il magone ogni volta che leggo la vicenda della sua morte per mano di Galvano al ritorno dalla cerca del Graal.

All’opposto del clan di Artù c’è il clan dei francesi, composto da Lancillotto e dai membri del suo lignaggio, provenienti dalla Bretagna. Tra questi l’impavido e tumultuoso Lionello dal cuore senza freni, un simpatico e valoroso cazzone da prima mischia, ed Estor delle Paludi / Ettore di Marès, fratellastro di Lancillotto.

A chi desiderasse provare il sapore della letteratura arturiana per la prima volta, non posso che consigliare “I romanzi della Tavola Rotonda”. Si tratta di un ottimo lavoro curato dal medievalista e scrittore francese Jacques Boulenger. Una riedizione del corposo ciclo vulgato in prosa francese del Duecento, sfrondandolo di rami secchi e contraddizioni, riproponendolo “tradotto” in una lingua più moderna ancorché con un certo sapore arcaico. In italiano, pubblicato negli Oscar Mondadori, è preceduto da un saggio ad opera di Gabriella Agrati e Maria Letizia Maggini che permette di capire quanto elaborato e stratificato è il sostrato mitico e letterario delle storie arturiane.

Nello scrivere questo post mi sono avvalso dell’aiuto del “Dizionario del ciclo di Re Artù” di Carlos Alvar, indispensabile carta nautica del mare arturiano.

Nel post ho citato i seguenti testi:
Thomas Malory, “Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri”, 2 voll., in Oscar Mondadori
Chrétien de Troyes, “Ivano o il cavaliere del leone”, in “Romanzi cortesi”, 5 voll., in Oscar Mondadori
“Jaufre”, a cura di C. Lee, in Biblioteca Medievale Carocci.

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